Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 008

Giancarlo Paciello

La conquista della Palestina. Le origini della tragedia palestinese. Con testi di Henry Laurens, Francis Jennings,  Zeev Sternhell, Norman Finkelstein, Gherson Shafir.

ISBN 88-87172-19-X, 2004, pp. 304, formato 170x240 mm, Euro 20 – Collana “Divergenze” [38].

In copertina: Una rifugiata palestinese separata – con il filo spinato – dalla sua casa dalla “Linea Verde”, la linea armistiziale definita dopo la guerra arabo-israeliana del 1948. Oggi si costruisce IL MURO

indice - presentazione - autore - sintesi

20,00
Le origini della tragedia palestinese Dopo aver ripercorso la storia parallela della creazione dello Stato d’Israele e della catastrofe (Nakba) palestinese in Quale processo di pace? del 1998 e analizzato le ragioni del fallimento del processo di pace in La nuova Intifada del 2001, l’autore torna indietro nel tempo, all’Impero ottomano del XIX secolo, per individuare le origini del progetto sionista e delle sue caratteristiche fondanti, in stretto contatto con un ambiente, la Palestina e con il sorgere del nazionalismo arabo, relativo ad uno spazio ben più esteso, quello in sostanza dell’attuale Medio Oriente, Egitto compreso. Ancora una volta la terra rappresenta il cardine di questa ricerca, una terra troppo promessa, per usare la brillante formulazione di Massimo Massara, dove sionismo, imperialismo e nazionalismo arabo si incontrano e si scontrano.La tesi di Theodor Herzl, fondatore del sionismo politico, espressa in Lo Stato ebraico del 1896, è esplicita:La Palestina è la nostra patria storica, che ci resterà sempre nel cuore. Questo nome da solo sarebbe un segnale di adunata straordinariamente toccante per il nostro popolo. Se Sua Maestà il Sultano ci concedesse la Palestina, ci potremmo impegnare, per sdebitarci, a risistemare le finanze della Turchia. In favore dell’Europa noi costruiremmo là una parte del vallo per difenderci dall’Asia, costituendo così un avamposto della civiltà contro la barbarie. Come Stato neutrale resteremmo in rapporto con tutta l’Europa, che dovrebbe garantire la nostra esistenza. Per i luoghi santi della cristianità, si potrebbe trovare una forma di diritto internazionale, per garantirne l’extraterritorialità. Costituiremmo la guardia d’onore intorno ai luoghi santi e ci renderemmo garanti, a prezzo della nostra stessa vita, dell’adempimento del nostro dovere. Questa guardia d’onore sarebbe il grande simbolo per la soluzione della questione ebraica dopo diciotto secoli di sofferenza”. In La conquista della Palestina, suffragato da testi di storici importanti quali Henry Laurens e Francis Jennings, e, in particolare sull’impresa sionista, di alcuni tra i più importanti nuovi storici israeliani come Zeev Sternhell, Norman Finkelstein e Gherson Shafir, l’autore indaga sulla pratica sionista di realizzazione del programma di Herzl senza dimenticare gli autoctoni, scomparsi nello slogan sionista “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Anzi, la prima parte è soprattutto dedicata alla riscoperta della Palestina ottomana, provincia dell’Impero ed ai palestinesi in lotta contro la colonizzazione sionista. Dopo aver illustrato nella seconda parte i classici miti della conquista coloniale, e nella terza il significato importantissimo dei “nuovi storici”, è soltanto nella quarta parte che affronta il rapporto tra Sionismo e nazionalismo (Zeev Sternhell) e tra Sionismo e colonialismo (Gherson Shafir).Il libro si conclude con un’analisi politica del ruolo del Muro costruito in Cisgiordania, evidenziando quanto questa struttura rinvii ad un tempo del tutto indefinito la nascita dello Stato palestinese ed anzi caratterizzando lo stesso come strumento che impedisca, per sempre, la nascita di detto Stato. Seguono: Un’appendice storico-documentaria, che ricostruisce gli anni iniziali del XX secolo della politica imperiale della Gran Bretagna e riporta insieme ad altre cose, la documentazione relativa ai tre accordi che hanno segnato le sorti della Palestina, prima del mandato britannico del 1922 e cioè la corrispondenza Hussein-Mc Mahon, gli accordi Sykes-Picot e la Dichiarazione Balfour. Un’intervista a Yeshayahu Leibovitz, una polemica con il presidente del senato Pera, con riferimento alla Lectio magistralis del Nolte tenuta in Senato, una cronologia dal 1876 al febbraio 2003, ed infine una bibliografia costituita da tutti i testi raccolti dall’autore. 

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