Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



Skype Meâ„¢!
Condividi


Petite Plaisance Editrice
Associazione Culturale
senza fini di lucro

Via di Valdibrana 311
51100 Pistoia
tel: 0573-480013

e-mail:
info@petiteplaisance.it

Cat.n. 105

Andrea Cavazzini

La forma spezzata. Note critiche sulla tarda filosofia di Lukàcs.

ISBN 88-87296-18-9, 1998, pp. 72, formato 140x210 mm., Euro 7 – Collana “Divergenze” [10].

In copertina...

indice - presentazione - autore - sintesi

7,00

La storia della filosofia comprende tra i suoi molteplici e curiosi fenomeni anche quello del cosiddetto “cane morto”. I cani morti sono quei pensatori che, a volte per lunghissimi periodi, vengono emarginati dalla produzione teorica colta, aggiornata e rispettabile, dei quali è up to date parlare solo frettolosamente, con rapidi accenni non più impegnativi di una nota a margine, e solo per mostrare la ridicola ed iperbolica assurdità del loro pensiero, la loro incomprensione assoluta dei problemi fondamentali dell’attualità, e, quindi, per propiziare il disprezzo e la sufficienza nei loro riguardi da parte delle persone colte e semicolte (le quali ultime prosperano proprio disprezzando ferocemente coloro che sono ritenuti spregevoli dai colti: si tratta di una sorta di pedaggio obbligato per entrare nel Gotha della chiacchiera a diffusione medio-alta).
György Lukács è oggi senza dubbio il più morto di tutti i “cani”, come lo furono a suo tempo Spinoza ed Hegel, ai quali comunque non avrebbe rifiutato di essere accomunato. L’attualità di Spinoza ed Hegel subì un tracollo dopo il crollo rispettivamente della Libera Olanda e delle speranze riformatrici della Prussia post-napoleonica. Non c’è quasi bisogno di dire che Lukács non poteva sopravvivere al tramonto della prospettiva (per usare un termine a lui caro) comunista, cui volle legare la propria figura ed il proprio operato fino a restare soffocato e zittito per la posterità da quel tracollo epocale.
Lukács eccedeva in qualcosa rispetto a quella prospettiva? Ciò che ha detto trascende l’interesse dei ricostruttori storiografici di quegli eventi (è bene ricordare comunque che la ricezione di Lukács ebbe un certo peso nel costituirsi dell’ideologia della Nuova Sinistra, e che l’oblìo caduto sul filosofo ungherese non è senza legami con la demonizzazione e l’esorcizzazione di quell’esperienza), oppure si esaurisce nel documento – certo imponente – di una storia passata? Trattandosi di un filosofo, siamo costretti a presupporre che qualcosa di Lukács si sia conservato oltre le mutevoli contingenze della storia recente: del resto, negli anni in cui per molti era necessario confrontarsi con lui, pochi tuttavia lo fecero al livello proprio della discussione filosofica; ai suoi critici o ammiratori premevano le scelte politiche, le polemiche ideologiche, nessuno (meno di tutti Lukács) era allora disposto ad ammettere che la filosofia potesse scavalcare i ristretti margini della politica o della lotta di classe, e sarebbe ingiusto imputare tale riduzionismo politicista e polemologico solo ai marxisti.
Lukács è dunque “morto” al dibattito filosofico senza che veramente siano stati sondati i limiti e i pregi della sua filosofia, essendo critici ed ammiratori mossi da considerazioni esteriori alla dimensione autonomamente speculativa. Il che era inevitabile per un filosofo che aveva voluto accompagnare il cammino nichilistico di una comunità ideologicamente vigile e puntigliosa ma filosoficamente inane, manipolatrice e vuota come fu il Comunismo novecentesco.
Tutto questo non viene detto per convincere nessuno che valga la pena di studiare Lukács: ognuno decida se questo monumentale pensatore, sospeso culturalmente tra il tramonto malinconico del lungo secolo della Borghesia ed il distruttivo avvento del breve secolo del capitalismo, abbia qualcosa da dire a lui o a tutti. Ognuno decida liberamente di assumerlo o meno nell’eredità e nella tradizione che vuole per se stesso: è facile prevedere che ancora una volta saranno i marxisti a fare la scelta sbagliata.
Ma, a differenza di Lukács stesso, nel tentare di ridisegnarne in parte il profilo, non è ad una comunità precostituita che ci rivolgiamo, ma ad un “ignoto lettore” disposto a riscoprire un pensiero inattuale e non più spendibile in termini di intervento politico immediato. Può darsi che un tale lettore non esista, e che Lukács resti ancora a lungo nel Limbo dei vecchi “cani morti” e sconfitti: ma, parafrasando la dedica postuma a Gustav Mahler che Schönberg appose alla Harmonielehre, la mia speranza è che questo libro mi procuri un riconoscimento in modo che nessuno possa trascurare il fatto che io dico: Egli era veramente un grande pensatore; e, se nessuno vorrà convenire su questo, tale lapidaria affermazione dovrà bastare almeno come epitaffio dell’ultimo dei cani morti.

© Editrice Petite Plaisance - hosting and web editor www.promonet.it