Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 124

Andrea Cavazzini

Introduzione dello Spirito. Meditazioni su Libertà e contingenza.

ISBN 88-87296-61-8, 1999, pp. 72, formato 140x210 mm., Euro 10 – Collana “Divergenze” [29].

In copertina: Edvard Munch, Il grido. Oslo, Nasjonalgalleriet.

indice - presentazione - autore - sintesi

10,00

Introduzione dello Spirito significa: lo Spirito introduce se stesso, si introduce e si mostra come condizione fondamentale del pensiero stesso. Cos’è lo Spirito? Non è detto che si possa rispondere a questa domanda, perché non è detto che lo Spirito “sia”. Con Spirito noi intendiamo indicare un luogo da cui si dipana il pensiero, ma questo luogo non è oggettivabile, e non può affatto intendersi né come concetto né come “legge”. La prima esplicitazione dello Spirito lo connoterà come l’unità del divergere e del coappartenersi di due determinazioni che si individuano solo rovesciandosi l’una nell’altra e si uniscono tra loro solo divenendo ciascuna per sé; alla fine lo Spirito apparirà invece come l’inerenza essenziale tra ciò che si manifesta e il “chi” a cui si manifesta. Quest’ultima accezione sarà raggiunta mediante un lavoro vòlto a ricondurre la prima alla sua matrice originaria, cioè al suo fondamento, che ne permette e struttura la pensabilità. Apparirà allora che la possibilità di pensare in unità il divergere ed il coappartenersi di più determinazioni – cioè di pensare la contraddizione – risiede nella contraddizione fondamentale di cui facciamo esperienza in ogni nostro atteggiamento teoretico, pratico, ecc., per cui ciò che è dato all’esperienza è più di questa esperienza stessa eppure è possibile solo in essa, mentre l’esperienza trascende ogni volta l’esperito eppure non è nulla aldifuori di esso, e per cui noi troviamo questa contraddizione di fronte a noi solo in quanto semplicemente esistiamo e cioè siamo in costante e costitutivo rapporto con verità di cui sappiamo sia che ci trascendono, sia che esse, valendo solo per un nostro stare in rapporto ad esse, sono ognora trascese da noi. Questa contraddizione fondamentale fonda il poter pensare l’unità di tali che nell’unirsi si distanziano e viceversa, ed è pertanto trascendentale rispetto a tale unità in quanto è pensata. Ufficio della filosofia è ricondurre ogni evidenza che ci si dà immediatamente come tale alla propria origine trascendentale, cioè al fondamento della possibilità di ogni evidenza di costituirsi come evidenza. In questo libro è tentata una possibile via per operare questa riconduzione dell’immediato alla sua matrice. Si tratta di un tentativo di attingere, partendo da ciò che si trova irriflessamente come costituente del nostro pensiero – che non deve strettamente intendersi come facoltà intellettiva –, il luogo sorgivo del pensiero stesso, da cui esso scaturisce come infinita possibilità, infinito accadere della verità che la filosofia cerca di indagare come meraviglia di una nascita eterna e continua in cui “noi” siamo sempre-già coinvolti. Diciamo spesso “noi”, “ci”, “nostro”; ma, in effetti, queste espressioni non rinviano ad un soggetto già dotato di identità piena cui si aggiungerebbe un’esperienza verso cui il soggetto stesso si comporta a guisa di tribunale; al contrario, ripetendo “noi” e derivati, intendiamo sottolineare l’indeterminatezza di questo riferimento, eppure la sua necessità; cioè intendiamo sottolineare come in effetti questo “noi” sia sempre implicato e coinvolto nelle verità che gli si danno in modo tale che in effetti esso non è nulla – né può sapere qualcosa di sé – aldifuori del rapporto con tali verità offerentisi. D’altro canto, però, l’insistenza sul “noi” sottolinea la personalità di questo rapporto, il fatto che esso non è mai ricezione passiva ma accoglimento in cui “noi” siamo coinvolti, noi in quanto noi trascendentale, definito dall’esser-coinvolto-personalmente in ciò che gli si dà, prima che questo esser-coinvolto sia specificato nell’esser-coinvolto in un che di determinato. Il procedimento con cui abbiamo cercato di attingere queste originarietà è lungi dal soddisfarci quanto a linearità e cogenza logica: tuttavia, riteniamo di aver esercitato il massimo a noi consentito di sorveglianza critica, richiesta sempre in eccesso rispetto alle forze reali di chi deve esercitarla, da un metodo che, in quanto progressione da evidenze immediate ai loro fondamenti, impedisce ogni passaggio non rigorosamente giustificato. Sebbene, dovendo tutto il procedimento giungere da un primo ad un ultimo che però deve essere presupposto già nella trattazione del primo perché da esso si giunga all’ultimo, nonostante l’ultimo stesso sia solo per quel tanto che viene costruito nel procedere dal primo verso di lui, è bene ricordare che ogni rigorosa giustificazione non può che far risaltare la definitiva ingiustificabilità del discorso nella sua totalità. Ogni ragionamento fondante e giustificante, chiudendosi in circolo con tutti gli altri simili ragionamenti, rimanda infine ad un fatto non più dissolvibile: il Pensiero stesso, in ciò che ha di proprio nella misura in cui siamo da esso appropriati. Questo è precisamente ciò, con cui concluderemo il saggio: l’Er-eignis.

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