Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 200

Djuna Barnes

Animali quasi umani. Short Plays. Testo originale a fronte. Traduzione, cura e postfazione di Silvia Masotti. Introduzione di Maura Del Serra, con uno scritto di Carmelo Rifici. Disegni [14] e nota di accompagnamento di Cristina Gardumi. Appendice iconografica dedicata a D. Barnes.

ISBN 979-88-7588-121-4, 2013, pp. 384, formato 140x210 mm., Euro 25 – Collana di teatro “Antigone” [8].

In copertina: Cristina Gardumi, Devil in the details, 2012.

indice - presentazione - autore - sintesi

25,00

Djuna Barnes è raramente associata al teatro, nonostante la sua ricca produzione sia critica che drammaturgica. Sono raccolti in questo volume i sedici atti unici per la scena, scritti tra il 1916 e il 1923, in collaborazione con quell’importante centro di sperimentazione teatrale che era il Provincetown Theatre di New York. Questa prima edizione italiana dei testi teatrali della Barnes è accompagnata dalle opere dell’artista Cristina Gardumi e da un’analisi critica di Silvia Masotti.

In fuga dalle formule del teatro convenzionale, Djuna Barnes in questi testi porta avanti una ricerca sul linguaggio, sul rapporto tra parola e identità, sul conflitto tra coscienza e inconscio, sui temi dell’individuazione femminile. Djuna ci trasporta in un mondo di confine popolato da donne inquiete e inconsapevolmente sospese tra la natura umana e quella bestiale, animali quasi umani incastrati nei salotti borghesi.

Al viaggiatore che sta per addentrarsi in questa galleria di ritratti si consiglia l’andatura del sonnambulo, un passo sospeso tra oggetti conosciuti in una densità spiazzante.

 

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Ho conosciuto per caso gli Short Plays di Djuna Barnes. Tradurli ed interpretarli è stata un’intensa e inaspettata sto­ria d’amore, vissuta con la stessa ingenuità con cui forse la Barnes si accostava ventenne alla scrittura teatrale, dando forma e fiato a qualcosa che non aveva parole per definire ma che non poteva lasciare inespresso. Ho parlato molto di questi scritti, con amici, attori, registi, artisti, scrittori. Alcune di queste riflessioni troveranno spazio nel libro, attraverso l’autorevole e rassicurante presenza di Maura Del Serra, le parole di Carmelo Rifici, regista di cui stimo profondamente la poetica e il percorso di ricerca, le opere di Cristina Gardumi, il sostegno dell’editore.

«Ora capisco che la notte fa qualcosa alla tua identità, anche mentre dormi», scrive Djuna in Nightwood: in questi testi giovanili la “notte creativa” della Barnes non è ancora calata, siamo in quel dormiveglia in cui le immagini del quotidiano si stanno lentamente trasformando in ombre dell’inconscio. Al lettore che sta per entrare in questa foresta di ritratti consiglio l’andatura del sonnambulo, un passo sospeso tra oggetti conosciuti in una densità spiazzante.

 

Silvia Masotti

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