Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 297

Miguel Pereira

Diario (12-10-1944/24-11-1944). Nuova edizione riveduta e corretta.

ISBN 978-88-7588-224-2, 2018, pp. 80, formato 140x210 mm., Euro 10..

In copertina: Frontespizio autografo del Diario di Miguel Pereira.

indice - presentazione - autore - sintesi

10,00

Dopo la morte di Miguel Pereira, avvenuta a Pistoia il 3 febbraio 2003, è stato ritrovato fra le sue carte un taccuino, di cui si ignorava l’esistenza. È un diario dei primi giorni di guerra, dallo sbarco alla prima esperienza al fronte, che si chiude con l’arrivo a Pistoia, dove aveva sede il Comando della Força Expedicionaria Brasileira. Ne pubblichiamo il testo portoghese integrale, con traduzione italiana a fronte, come testimonianza della grande anima che vive ancora fra noi.

La famiglia Pereira

Depois do falecimento do Miguel Pereira em Pistoia a 3 de fevereiro de 2003, foi encontrado entre os papéis dele um canhenho do qual ninguém tinha noticia. É um diario dos primeiros dias de guerra, desde o desembarque até as primeiras experiências no fronte, que acaba no dia da chegada em Pistoia, onde ficava o QG da Força Expedicionária Brasileira. Publica-se aqui o texto português completo, com tradução italiána na frente, como testemunho da grande alma, que ainda vive conoscos.

Família Pereira

Nel centenario della nascita di Miguel Pereira si ripubblica il Diario riveduto e con l'aggiunta di una notizia relativa al suo archivio personale.

No centenário do nascimento de Miguel Pereira, publicamos o Diário revisado e acrescentado por uma notícia relacionada ao arquivo pessoal dele.

Postfazione

Il ritrovamento del taccuino su cui, durante le prime settimane dopo lo sbarco in Italia, Miguel Pereira aveva registrato le sue impressioni e le sue riflessioni, ha provocato in tutti noi un’emozione fortissima, anche perché eravamo del tutto ignari dell’esistenza di questo documento.1  Il lavoro di trascrizione di questo diario scritto a matita, talora in fretta ma con la cura di non tralasciare nemmeno un giorno e di numerare i fogli scritti (cosicché sappiamo che nessuna parte è andata perduta), è stato appassionante e denso di commozione nel tentativo di comprendere e di comunicare l’eredità spirituale che queste pagine ci hanno consegnato.2

1. Incontri di guerra

Il diario comincia con un tono quasi giornalistico, schizzando un quadro degli effetti della guerra sulla città di Livorno, ma già dalla prima giornata si avverte la curiosità empatica per la gente, gli italiani: ed è questo un vero e proprio leit-motiv di tutto il testo.  Dall’incontro con i due giovani studenti pisani a quelli con le famiglie della montagna nei giorni passati al fronte, la spinta alla conoscenza della vita del popolo italiano si rivela come il più visibile elemento di senso dell’esperienza vissuta.

Nel Rio Grande do Sul, dove Miguel Pereira era nato e dove aveva trascorso gli anni della formazione e della prima giovinezza, gli italiani erano numerosissimi: immigrati e figli di immigrati, avevano fondato paesi dai nomi italiani (Valle Veneto, São João Polesine), e ancora oggi sono tante le persone che portano cognomi d’origine chiaramente italiana, anche se ormai le tracce più vistose della cultura d’origine sono scomparse o rimangono al più come sfumature.   Ma nel Rio Grande do Sul c’erano, e ci sono, anche tante comunità di origine tedesca e dai nomi tedeschi: una sorella di Miguel Pereira aveva sposato un brasiliano d’origine tedesca.  La distinzione fra ‘nemici’ e ‘tedeschi’, che con chiarezza Miguel Pereira traccia in apertura della sua relazione al convegno Resistenza e dintorni. Lezioni di storia,3  rivela, crediamo, la traccia duratura di una convinzione maturata in quella società riograndense dove le differenze non erano cancellate, ma non impedivano la convivenza.

È  tuttavia col ‘popolo italiano’ che Miguel Pereira venne in contatto, sulla spinta di un convincimento ideale – quello di una guerra di liberazione – pienamente condiviso, seppure velatamente relativizzato dalla consapevolezza del fatto che fino a poco tempo prima, per il gioco delle alleanze internazionali, gli italiani erano stati ‘i nemici di ieri’.  Alla nitida scelta di campo per la liberazione di un intero popolo dall’oppressione nazi-fascista non mancava la coscienza di quanto la situazione fosse complessa, in termini generali.  Ma nelle pagine di Miguel Pereira non troviamo riflessioni di ordine politico o sociale, se non piccoli cenni e in certo senso scontati.  L’attenzione è rivolta alle persone, in incontri tratteggiati con pochi ma vividi elementi, dietro i quali avvertiamo non l’artificio della scrittura, ma l’acutezza di uno sguardo che intenzionalmente cercava l’umanità dell’altro o dell’altra nell’incontro casuale, talora brevissimo.

Negli incontri descritti, nei rapporti che si intrecciano con interi nuclei familiari, cogliamo poi un aspetto che va sottolineato proprio oggi, nel tragico tempo di guerre chiamate ‘missioni di pace’ ma finalizzate al dominio di paesi e di popoli, cui non sembra possibile moralmente contrapporre altro che una rinuncia all’uso della violenza anche di fronte alla violenza da altri esercitata.  Ancora oggi la popolazione della montagna emiliana dove, sulla Linea Gotica, i soldati brasiliani trascorsero l’inverno del ’44-’45, li ricorda con un affetto incredibile: non si vuole fare della retorica su questo, cosa che potrebbe venire facile se non fosse avvertita come un mezzo troppo stupido e inadeguato all’emozione che suscita la profondità del ricordo.  Sicuramente i tratti culturali dei soldati brasiliani, l’affabilità e l’allegria, l’amore per la musica e il ballo, il piacere della conversazione e del buon vino, il modo galante e non minaccioso di accostarsi alle ragazze, hanno favorito il contatto con la popolazione civile: ma certo, se essi fossero stati avvertiti come invasori, i rapporti sarebbero stati senza dubbio più rigidi e il ricordo non sarebbe quello che risulta da tante testimonianze.4

Come Miguel Pereira dichiarava nel corso di una lezione-intervista ai ragazzi delle scuole medie di Pistoia, «l’amicizia tra Italia e Brasile è una realtà che neppure la guerra ha potuto distruggere.  Noi siamo venuti in territorio vostro per liberare l’Italia, non abbiamo conquistato nulla».5

Eppure, i soldati brasiliani erano lì per fare la guerra.  Ma una guerra non solo nominalmente detta di liberazione, bensì avvertita come tale principalmente da coloro che la pativano, la popolazione civile stretta, letteralmente, fra i due fuochi.  Che nella situazione d’allora il ricorso alle armi non fosse avvertito come moralmente insostenibile lo mostra del resto, in primo luogo, la scelta dei partigiani.  Miguel Pereira, tuttavia, aveva una sua idea di come lui, individualmente, dovesse fare la guerra.  E di questa dà conto nella pagina più drammatica del suo diario, mettendo a nudo brevemente la riflessione che ha nutrito la sua convinzione di poter essere in guerra, ‘fare’ la guerra, senza uccidere.  Questa è una cosa che tutti gli abbiamo sentito tante volte ripetere, quasi l’unica cosa che era disposto a dire quando ricordava la guerra: l’orgoglio di aver potuto mantenere la promessa fatta a se stesso, di osservare anche in guerra il comandamento fondamentale della non-violenza, ‘Tu non ucciderai’.

Una contraddizione, una contraddizione insanabile sul piano logico, ma … è accaduto.  E non è accaduto per caso, o almeno: il caso ha straordinariamente rispettato il volere profondo, cosciente ed esplicitamente espresso di un individuo.

2. In guerra senza uccidere

Nonostante la sua importanza, il rapporto con le persone e la conoscenza di tutto un mondo – quello in cui avrebbe poi trascorso molto più di metà della sua vita, fino alla morte – non è l’elemento più profondo che emerge da queste pagine di diario.  Insieme a questa spinta alla comunicazione fra persone e alla conoscenza degli altri cogliamo infatti un movimento di riflessione su di sé, che passa dalla tranquilla coscienza della propria camaradagem e del proprio espirito comunicativo alla drammatica riflessione su come sia necessario tenere un comportamento altamente vigilante per non trovarsi anche involontariamente a deviare dalla propria scelta moralmente motivata.

Il diario è la testimonianza, se ce ne fosse bisogno, che l’idea di fare la guerra senza sparare aveva accompagnato l’impresa del sergente Miguel Pereira fin dall’inizio.  Pur non riportando né le circostanze in cui era stata formulata né le motivazioni da cui era scaturita la promessa a se stesso di non uccidere, il diario ci mostra che essa era già ben viva e operante.  Possiamo pensare che, forse, la sua iniziale formulazione potesse essere stata un’espressione singolare di quella generale impreparazione alla guerra che caratterizzava il contingente brasiliano, e che peraltro non gli impedì di combattere valorosamente e dare il suo contributo alla vittoria; ma se anche ci fosse stata in origine una sorta di ignoranza o ingenuità rispetto alla realtà della guerra, l’impatto con essa, con le sue conseguenze devastanti sul piano materiale e su quello morale, testimoniato proprio dal diario, dovette rapidamente obbligare ad una verifica profonda della possibilità di mantenere la promessa.

Qualcosa, nelle aspettative vissute durante i mesi di addestramento in Brasile e durante il viaggio, doveva già essersi incrinato alla vista delle rovine delle città di Livorno e di Pisa; ma furono gli incontri con le persone, e in particolare quello avvenuto a Porretta con lo sfollato bolognese antifascista, ammalato e ingrigito anzitempo, a produrre il rovello interiore che si manifesta, insieme con la sua risoluzione, proprio nell’ultima pagina del diario.

Si spiega così, da un punto di vista psicologico, che il tracciato della scrittura si apra con gli orrori della città bombardata e si chiuda con la risoluzione di calzare una maschera, di cui è simbolo il gavanhote de carrasco (alla lettera, il pizzetto da boia), per poter essere profondamente se stesso, mantenendo fedeltà alla propria scelta morale.  Che poi questa chiusura si illumini, a posteriori, di un significato simbolico profondo, ne sottolinea il carattere di autenticità: la risoluzione avviene infatti fra la prima notte e il primo giorno trascorsi in via Monte Sabotino, dove pochissimi giorni dopo si sarebbe aperto un capitolo nuovo della vita di Miguel Pereira, l’incontro con Giuliana, la storia d’amore durata fino all’ultimo respiro.  E ancora, a Pistoia, dove avrebbe trascorso tutto il resto della sua vita, tornandovi nel 1947 (quando già, dopo un matrimonio per procura, la giovane moglie si preparava a raggiungerlo in Brasile dove era rientrato nell’ottobre del ’45) per svolgere una missione che gli avrebbe permesso di praticare, fino alla morte, la pietas nei confronti di quanti nella guerra erano caduti.6

3. Un volere più grande

Occasione, e non solo sfondo, di conoscenza degli altri e conoscenza di sé, la guerra è vissuta nel diario con una sorta di distaccata accettazione: ‘è’.  Il giudizio morale, ricordato solo dall’uso (una sola volta) del termine ‘guerra giusta’, doveva essere stato dato prima, al momento di decidere la partenza come volontario.  In una intervista Miguel Pereira ne ricorda le circostanze: «È successo che mentre ero militare è iniziata la guerra.  Io potevo benissimo non venire in guerra volontario.  Quando è iniziata la guerra io ero addetto all’ufficio di reclutamento, perché molti sono venuti volontari, ma anche molti sono stati i richiamati.  Io vedevo che chiamavano quelli che avevano fatto il militare con me, che erano già tornati a casa, avevano la moglie, un bambino; avevano fatto undici mesi di militare e ora erano a casa e li vedevo richiamare.  Io ero un militare, vivevo d’esercito, ero sergente e ho sentito il dovere, il dovere morale di venire».7 

La partecipazione alla guerra è stato sicuramente il momento di svolta, da cui la vita personale è stata completamente trasformata, ricevendone la sua direzione definitiva.  Ma a differenza di chi rimane psicologicamente legato al periodo della guerra, o forse più o meno ossessionato da essa, Miguel Pereira non era incline a raccontarla: nella vita familiare, nei contesti privati, mai è accaduto di sentire più che un cenno ad episodi talora particolarmente dolorosi, come lo scoppio della bomba nel parco di Porretta, che uccise un commilitone che gli camminava a fianco, risparmiando lui completamente: episodio che gli abbiamo sentito talora narrare, ma sobriamente, senza nessuna insistenza e senza nessun altro commento, se commento c’era, se non che il volere divino lo aveva risparmiato.

L’affidamento al volere divino è infatti l’ultimo grande motivo ricorrente nel testo: anzi, più che un motivo ricorrente, una vera e propria litania che chiude i racconti di quasi tutte le giornate, talora ridotta alle sole iniziali.  Non si tratta di una formalità, ma del segno che la vigilanza cosciente si radicava nella fiducia in una realtà più vasta di quella che l’io può abbracciare.  Forse è per questo senso di affidamento e di abbandono, quello che Heidegger ha chiamato Gelassenheit, che anche dalle pagine ove gli orrori e i pericoli della guerra sono protagonisti manca il sentimento dell’angoscia: non che ci sia un atteggiamento spavaldo, tutt’altro.  Quello che avvertiamo è l’accettazione della realtà così com’è, che può generare sbigottimento e paura (come nelle poche efficaci parole che descrivono il bombardamento del giorno 11 novembre), ma che non intacca la convinzione di fondo che è quella di essere, letteralmente, nelle mani di Dio.  Un piccolo indizio di questa convinzione interiore, non eroica, che il proprio destino non era una preoccupazione, lo leggiamo nella quasi ironica, ma in verità profetica, affermazione istintiva con cui Miguel Pereira reagisce al piccolo incidente durante la pulizia nel cortile dell’Albergo Italia, a Porretta, il giorno 8 novembre: «Questa sarà la mia unica ferita».

Per il più grande dei mistici medievali, Meister Eckhart, l’abbandono è la caratteristica dell’ ‘uomo nobile’, dell’essere umano in cui, a partire dal riconoscimento del proprio ‘niente’, la presenza divina nel fondo dell’anima si è resa manifesta. Miguel Pereira non conosceva le dottrine eckhartiane, ma crediamo che avrebbe potuto riconoscersi nella grandezza radicata nell’assoluta umiltà di riconoscere il proprio niente, che si fa spazio al tutto che è Dio.

Posfácio

Descobrir a caderneta onde, nas primeiras semanas logo depois do desembarque na Itália, Miguel Pereira gravou as proprias impressões e reflexões, nos deu uma emoção violenta, mesmo porque ninguém sabia da existencia deste documento.1 A transcrição da caderneta, escrita a lápis, por vezes de pressa, mas nunca omitindo um dia, ou então, a foliação das páginas (de forma que temos a certeza de que nenhuma parte foi perdida), foi apaixonante e cheia de comoção, na tentativa de compreender e comunicar a herança espiritual, que estas folhas nos entregaram.2

1. Encontros de Guerra

O diário inicia em tono quase jornalístico, esboçando um quadro dos efeitos da guerra na cidade de Livorno; desde o primeiro dia, porém, percebe-se a curiosidade empática para com o povo italiano: este è, realmente, o leit-motiv da inteira caderneta. Desde o encontro com dois estudantes pisanos, até os com famílias da montanha nos dias passados no fronte, o impulso ao conhecimento da vida do povo italiano revela-se como o elemento mais visível da experiencia vivida.

No Rio Grande do Sul, onde Miguel Pereira nasceu e transcorreu os anos da formação e da primeira joventude, os italianos eram inumeráveis: imigrantes e filhos de imigrantes, eles haviam fundado vilas com nomes italianos (Valle Veneto, São João Polesine); até hoje em dia, muitas pessoas levam sobrenomes cuja origem é claramente italiana, mesmo que enfim os traços da cultura de origem sejam sumidos ou fiquem como esvaecidos. Havia porem no Rio Grande do Sul, e há todavia, muitas comunidades com sobrenomes de origem alemã.  Uma irmã do Miguel Pereira casou com um brasileiro de origem alemã: a distinção entre ‘inimigos’ e ‘alemães’, que com clareza Miguel Pereira traça na abertura da relação no congresso Resistenza e dintorni. Lezioni di storia,3 revela, a nosso ver, o desenho de uma certeza amadurecida naquela sociedade gaúcha, onde as diferencias não eram canceladas, sem impedir, contudo, a convivência.

Mesmo assim é com o ‘povo italiano’ que Miguel Pereira tomou contato, no convencimento ideal – o de uma guerra de libertação – partilhado inteiramente, embora veladamente relativizado pela consciência que até pouco antes, pelo jogo das alianças internacionais, os italianos tinham sido ‘os inimigos de ontem’. À nitida opção para  a libertação de um inteiro povo da tirania nazi-fascista não faltava a consciência de quanto a situação, em termos gerais, estivesse complexa. Nas folhas de Miguel Pereira não se encontram reflexões de ordem politico ou social, fora alguns acenos previsíveis. A atenção está voltada para as pessoas, em encontros relatados sem os enfeitar; atrás deste cuidado percebe-se a agudez do olhar que, de propósito, procurava a humanidade de outrem, num encontro embora ocasional e curto, e não a enfase da escritura.

Nos encontros relatados, nas relações com inteiros grupos familiares, enxerga-se mais um aspecto que hoje em dia tem ressalto, nesta época trágica de guerras chamadas ‘missões de paz’, que acabam com o domínio de países e povos, cuja única solução ética parece ser a de contrapôr a propria desistência à violência dos outros. Ainda hoje, a população da montanha emiliana onde, na chamada linha Gótica, os soldados brasileiros passaram o inverno de ’44-’45, lembra deles com um carinho incrível: não queremos fazer retórica sobre o assunto, posto que seria fácil, a não ser percebido como um meio estúpido, e inadequado à emoção, que origina a profundez da lembrança. Certo è que os traços culturais dos soldados brasileiros, a cordial alegria, o amor para a música e a dança, o gosto do bate-papo e do bom vinho, o jeito galante e não ameaçador de aproximar-se às moças, favoreceram os contatos com a população civil: se, pelo contrário, todos os tivessem percebidos como invasores, os relacionamentos teriam sido, sem dúvida, mais rudes, e a lembrança não seria aquela que se entende pelos muitos testemunhos.4

Como Miguel Pereira declarava, durante uma aula-entrevista, aos rapazes duma escola de segundo grau em Pistoia, «a amizade entre Itália e Brasil é uma realidade que nem a guerra conseguiu estragar. Nós fomos à vossa terra para libertar a Itália, não conquistamos nada».5

Contudo, os soldados brasileiros estavam lá para fazer a guerra. Mas uma guerra nem só chamada de libertação, sim percebida como tal, principalmente por aqueles que a sofrivam, a população civil encaixada, literalmente, entre dois fogos. O fato que, na situação de então, o recurso às armas não fosse percebido como moralmente insustentável, o monstra, em primeiro lugar, a posição dos partigiani. Miguel Pereira tinha todavia a própria ideia de como ele próprio devia fazer a guerra. E desta ideia dá conto na folha mais dramática da caderneta, com a reflexão que alimentou o seu convencimento de poder estar-em guerra, ‘fazer’ a guerra, sem matar. Isto é o que todos ouvimos repetir inúmeras vezes, quase a única coisa que falava, enquanto lembrava da guerra: o orgulho de manter fé à própria palavra, observando até na guerra o mandamento fundamental da não-violência: ‘tu não matarás’.

Uma contradição, uma objeção insanável em termos lógicos…mas isso aconteceu, e não por acaso. Ou melhor: o caso tem respeitado, miravelmente, a vontade profunda, consciente e explicitamente espressada de um indivíduo.

2. Na guerra sem matar

Apesar da sua importância, o relacionamento com as pessoas e o conhecimento de um mundo  – aquele onde transcorreria o maior tempo da vida, até morrer – não é o tema mais profundo que brota das folhas desta caderneta. Junto à vontade de comunicação entre as pessoas e de conhocimento dos outros, colhe-se de facto o movimento de autoreflexão, que passa pela tranqüila consciência da própria camaradagem e do próprio espírito comunicativo, até à dramatica reflexão de como seja preciso manter uma conduta altamente vigilante para não cair, mesmo involuntariamente, no desvio da própria escolha moralmente motivada.

A caderneta é testemunho da ideia originária do Sargento Miguel Pereira: partecipar na guerra sem dar um tiro. Mesmo sem precisar as circunstâncias, nem as motivações, do próprio impor a si mesmo a promessa de não matar, a caderneta nos mostra mesmo que era viva e operante desde a partida. Podemos achar que, talvez, a própria formulação poderia ser a expressão individual do despreparo geral à guerra, que caraterizou o contingente brasileiro; o que não lhe impediu, porém, de combater bravamente e dar a própria contribuição à vitória.  Mesmo que, no começo, podemos adivinar a natureza simples e a ignorância a respeito da realidade da guerra, o impacto com ela e as suas devastantes conseqüências físicas e morais, testemunhado pela caderneta, obrigou-o logo a fazer uma verífica profunda sobre a possibilidade de mantêr a sua promessa.

Alguma coisa nas espectativas vividas durante o treino no Brasil e a viagem devia ter rachado à visão das ruinas das cidades de Livorno e Pisa; foram porém os encontros com o povo, em especial modo, aquele acontecido em Porretta com um sfollato de Bolonha, antifascista, doente e agrisalhado mesmo sendo jovem, que lhe deu a tortura interior que se manifesta, junto com a sua resolução, justamente na última folha da caderneta.

Torna claro assim, do ponto de vista psicológico, que o traçado da crônica se abra com os horrores da cidade bombardeiada e se feche com a resolução de calçar uma máscara, cujo simbolo é o ‘gavanhote de carrasco’, para conseguir ser profundamente si mesmo, mantendo a fidelidade à propria escolha moral. O caracter de autenticidade, que afecta esta conclusão, não pode senão enriquecer-se, ‘a-posteriori’, de um significado simbólico profundo.  A resolução è tomada, de facto, entre a primeira noite e o primeiro dia vividos em Via Monte Sabotino, onde alguns dias após se abriu um novo capítulo da vida do Miguel Pereira: o encontro com Giuliana, a história de amor que durou até o último respiro.  E isso aconteceu em Pistoia, onde ele trascorreu o restante da própria vida, aí voltando em 1947 (quando, depois de casado por procuração, a jovem esposa se estava preparando para reunir-se no Brasil, onde Miguel Pereira tinha voltado em ’45) para desenvolver uma missão que lhe deu, até a morte, a ‘pietas’  pelos que, na guerra, faleceram.6

3. Um querer maior

Oportunidade, e não pretesto, para o conhecimento dos outros e de si mesmo, a guerra foi vivida na caderneta com uma espécie de afastada aceitação: ‘é’. O juizo moral, lembrado pelo uso (uma vez só) das palavras ‘guerra justa’, devia ter surgido antes, no momento de decidir a partida como voluntário. Numa entrevista, Miguel Pereira lembra o occorrido: «Aconteceu que enquanto eu sentava praça iniciou a guerra. Eu podia nem vir em guerra como voluntário. Quando começou a guerra, trabalhava no escritório de recrutamento, pois muitos vieram voluntários, também muitos foram chamados. Eu via que chamavam aqueles que já haviam servido no Exército comigo, que voltaram em casa, casados, com filho, serviram por onze meses e agora eu via chamá-los. Eu era militar, vivia de Exercito, era Sargento e senti o dever, o dever moral, de partir».7

A partecipação na guerra foi, com certeza, a volta desde a qual a vida pessoal ficou completamente transformada, tomando a direção final. Mas, à diferença de quem fica psicologicamente amarrado àquele período da guerra, ou talvez mais ou menos obsesso por ela, Miguel Pereira não gostava muito em contá-la: na vida familiar, em contextos particulares, nunca aconteceu de ouvir mais de um ceno àqueles factos às vezes muito dolorosos, como o tiro de canhão que caiu no parque de Porretta, matando um soldado que andava ao lado dele, poupando-o totalmente: episódio que ouvimos contar talvez, mas de forma sóbria, com pudor, sem qualquer insistência e comentário, se havia comentário, a não ser que o querer divino tinha-o poupado.

O entregar-se ao querer divino é, de facto, a derradeira grande razão recorrente no texto: ou melhor, mais do que isso, uma verdadeira ladainha que fecha as crônicas de quase todos os dias, talvez reduzida às iniciais somente. Não se tratava de uma prática ritual, mas sim do sinal do que a vigilância consciente se radicava na confiança numa realidade maior do que o ‘eu’ pode abranger. Talvez seja por esta sensação de confiança e entrega, aquele que Heidegger chamou de Gelassenheit, que, mesmo nas folhas onde horrores e perigos da guerra são protagonistas, falta a noção de angústia: não era ousadia, bem pelo contrário. O que percebemos é a aceitação da realidade tal como é, que pode levar a medo e espanto (como no resumo do bombardeio do 11 de novembro), o que não prejudica a certeza de estar, literalmente, nas mãos de Deus. Um pequeno indício desta certeza interior, nada de heróico, que o proprio fato nem era uma preocupação dele, lê-se na afirmação, algo irônica, porém espontãnea e, afinal, profética, com que Miguel Pereira reagiu a um pequeno acidente durante a limpeza do patio do Albergo Italia, em Porretta, no dia 8 de novembro: «Esta será minha unica ferida».

Para o maior dos místicos medievais, Meister Eckhart, o entregar-se é proprio do ‘homem nobre’, do ser humano em que se manifesta, desde o reconhecimento do proprio ‘nada’, a presença divina no fundo da alma. Miguel Pereira não conhecia as doutrinas do  místico filósofo, mas achamos que podia reconhecer-se na própria imensa humildade e consciência de que o próprio nada é espaço para o tudo que é Deus.

Note alla postfazione // Notas ao posfácio

1 Si tratta di un taccuino di carta beige di mm. 160x223, legato in spago (ma tutti i fogli scritti sono attualmente sciolti per lacerazione dei fori) con tracce di una seconda legatura di fortuna. La coperta in cartoncino beige, con il bordo superiore rossastro sbiadito,  reca il marchio della ditta produttrice.  Manca la coperta posteriore.  Sono in tutto 41 carte (I+29+XI); la prima e le ultime undici carte sono bianche, quelle scritte sono numerate a mano a partire dalla seconda sull’angolo a destra in alto (Fls. 2-Fls. 29); le carte I-29 sono parzialmente rovinate nel bordo inferiore. Le carte sono scritte solo sul recto, iniziando con una grafia di tipo stampatello minuscolo, con aspetti di corsiva, che aumentano fino a diventare predominanti nella seconda metà del documento.  Sulla coperta, riprodotta come copertina di questo libro, si leggono le seguenti scritte: e   I.80; Tudo, tudo, são maravilhas no mundo; VIVA O BRASIL; DIÁRIO; Miguel Pereira Rádio Op. //. Trata-se de uma caderneta em carta bege di mm. 160x223, legado com fio (porem todas as folhas escritas são soltas para laceração dos furos) e com residuos de uma segunda legadura artesanal. A capa em cartão bege, com a orla superior avermelhada e descorada, leva o marco da produtora. Falta a capa trazeira. São no total 41 folhas (I+29+XI); a primeira e as onze finais são brancas, aquelas escritas são numeradas pelo autor desde a segunda no canto superior direito (Fls. 2 - Fls. 29); as folhas I-29 são parcialmente estragadas na borda inferior. As folhas são escritas só no enverso, começando com a grafia em letra de forma, com acenos de cursivo, que aumenta até predominar na segunda parte do documento. Na capa, reproduzida na capa deste livro, le-se os seguintes dizeres partindo do alto: e I.80; Tudo, tudo, são maravilhas no mundo; VIVA O BRASIL; DIARIO; Miguel Pereira Radio Op.

2 La trascrizione e la traduzione sono state effettuate da Michela Pereira e Francesco Di Pietro, la postfazione è stata redatta da Michela Pereira e tradotta in portoghese da Mario Pereira. Nella trascrizione si sono indicati con parentesi quadre i passi illeggibili e quelli dove il testo proposto è frutto di congettura; si sono mantenute  le irregolarità ortografiche; si è normalizzata la punteggiatura, ove necessario, e l’uso delle maiuscole. È stata predisposta una riproduzione digitale del documento. Ringraziamo Barbara Spaggiari per il suo aiuto. // A transcrição e tradução foram executadas  por Michela Pereira e Francesco Di Pietro, o posfácio foi redigido por Michela Pereira e traduzido por Mario Pereira. Na transcrição  foram indicados entre parenteses quadras treços não decifraveis e aqueles onde o testo proponido é hipotese; mantên-se as irregularidades hortográficas; normalizou-se  a pontuação e o uso de versal. Existe uma reprodução digital do documento. Agradecemos a Barbara Spaggiari sua ajuda.

3 Miguel Pereira, L’esperienza, cit. sopra (p. 67, nota 13), p. 28: «Voglio poi premettere che ci sono due parole che non utilizzerò in questa mia conversazione con voi: si tratta di ‘guerra’ e di ‘Tedesco’.  La prima non voglio utilizzarla perché intendo in questo modo portare testimonianza della necessità che la cosa stessa che questa parola indica scompaia dal nostro orizzonte; la seconda non la utilizzerò invece perché si tratta del nome di un popolo che non ci è nemico oggi, né lo fu allora nella sua totalità.  Utilizzerò dunque parole come conflitto, nemico, avversario, che possono ugualmente rappresentare la realtà a cui mi riferisco.» // Miguel Pereira, L’esperienza, citado acima (p. 67, nota 13), p. 28: «Quero antepor que há duas palavras que não utilzarei nesta minha conversação com vocês: trata-se de ‘guerra’ e de ‘Tedesco’. A primeira quero não utiliza-la pois pretendo levar testemunho da necessidade, que  aquele representado por esta palavra desapareça do nosso horizonte; a segunda não utilizarei, porque trata-se de um apelido de um povo, que nem hoje é nosso inimigo, como não foi então na propria totalidade. Utilizarei palavras como conflicto, inimigo, adversário, que podem igualmente representar a realidade, à que faço menção.».

4 Fabio Gualandi, amico di antica data di Miguel Pereira, scrive, nella commozione del ricordo: «I ‘pracinhas’, venuti da lontano a combattere per la nostra liberà, si inserirono spontaneamente nella comunità di Gaggio Montano e, nella convivenza che si consolidò negli anni successivi alla fine del conflitto, Miguel Pereira fu l’instancabile promotore di un’amicizia sempre più profonda», «Gente di Gaggio» n° 27, giugno 2003, p. 186.  Con intento storico, e dunque con maggiore distacco, Walter Bellisi (Arrivano i nostri. Il Brasile nella seconda guerra mondiale. La presa di Monte Castello e la battaglia di Montese, Modena, Golinelli editore, 1995), offre interessanti indicazioni sull’umanità dei soldati brasiliani, anche nei confronti dei nemici nel contesto di una ricostruzione del problematico ma valoroso contributo della F.E.B. alla guerra di liberazione(«I brasiliani avevano la fama di trattare bene i loro prigionieri. Arrivarono persino a sparare in alto per evitare che la popolazione italiana aggredisse i soldati tedeschi prigionieri in marcia di passaggio per le città», p. 52; «Con gli americani non siamo mai andati d’accordo. Si andava d’accordo con i brasiliani, con i negri, con gli indiani - disse Giancarlo Bazzani comandante di formazione della brigata Adelchi Corsini», p. 60). Sulla vicenda della FEB si veda Marechal J.B. Mascarenhas de Moraes, A F.E.B. pelo seu Comandante, Instituto Progresso Editorial S.A. São Paulo, 1947. Cfr. infine le parole di Miguel Pereira nell’intervista riportata da M. Innocenti (Miguel Pereira, cit. sopra, p. 65, nota 1: p. 233): «Quando andammo ad attaccare Montecastello, io arrivai a casa del signor Marchioni e, guarda caso, era pochissimi giorni dopo che gli avevano fucilato il figlio.  Era una vecchia postina, il vecchio era postino, poi morì e anche lei aveva fatto la postina, donna Pia.  E’ stato commovente, mi chiamava figliolo, diceva ‘Il mio figliolo è morto giorni fa, prendi il suo letto’, io allora sentivo più coraggio, la mia paura l’avevo, ma il mio dovere l’ho compiuto.» // Fabio Gualandi, amigo ha muitos anos de Miguel Pereira, escreve com comovida lembrança: «Os ‘pracinhas’, vindo de longe para combater pela nossa libertade, integraram-se espontanemente à comunidade de Gaggio Montano, e, na convivência que se consolidou nos anos seguintes ao fim do conflito, Miguel Pereira foi o incansable promotor de uma amizade cada vez mais profunda», «Verde Oliva» (Rio de Janeiro) n° 179 (2003), p. 5.  Com atitude mais destacada de historiador, Walter Bellisi (Arrivano i nostri. Il Brasile nella seconda guerra mondiale. La presa di Monte Castello e la battaglia di Montese, Modena, Golinelli editore, 1995) apresenta importantes anotações sobre a humanidade dos soldados brasileiros, ainda para com os inimigos, no conjunto da história da discutida, porém valiosa contribuição da F.E.B. à guerra de liberação («Os brasileiros tinham fama de tratar bem os prisioneiros. Eles até deram tiros no alto, para impedir que a povoação italiana atacasse os soldados alemães prisioneiros, marchando de passagem pelas cidades», p. 52; «Nunca demos-nos bem com os americanos.  Nos demos bem com os brasileiros, os pretos, os indios – disse Giancarlo Bazzani, comandante partigiano da brigada Adelchi Corsini», p. 80). Sobre os feitos da guerra vistos pelo Comandante da F.E.B. cfr. Marechal J.B. Mascarenhas de Moraes, A F.E.B. pelo seu Comandante, Instituto Progresso Editorial S.A. São Paulo, 1947.  Afinal podem-se ler as palavras de Miguel Pereira na entrevista relatada por M. Innocenti (Miguel Pereira, cit., p. 65, nota 1: p. 232): «Quando fomos atacar Monte Castello cheguei na casa do senhor Marchioni, por acaso, poucos dias depois do filho ser fuzilado.  A velha era carteira; o marido, que era carteiro, faleceu e ela entrou no papel dele, dona Pia.  Foi comovente, chamava-me de filho, dizia ‘Meu filho morreu ha poucos dias, durma na cama dele’, eu sintindo ainda mais coragem, tinha tambem medo, mas meu dever eu cumpri».

5 L’intervista è riportata in M. Innocenti, Miguel Pereira, cit., p. 223. // Entrevista relatada em M. Innocenti, Miguel Pereira, cit., p. 222.

6 Ebbe dal comandante in capo dell’esercito brasiliano, il Maresciallo João B. Mascarenhas de Moraes, l’incarico di curare il Cimitero di guerra brasiliano di Pistoia, dapprima insieme ad un piccolo gruppo di commilitoni, poi, dal 1948 al 1960, da solo.  Nel 1960 i resti dei soldati furono riportati in Brasile, e successivamente fu innalzato sul terreno dell’ex-cimitero un Monumento votivo, di cui Miguel Pereira rimase il curatore fino alla morte.  Con tutto questo, nessuna retorica guerresca ha mai oscurato la sua mente.  Nel 1960 scriveva: «Le riunioni e le onoranze degli ex-combattenti delle sedici nazioni che combatterono in Italia, celebrate a Monte Cassino e a Roma, sono state splendide, impressionanti e significative.  Ne sono ritornato più convinto che mai che questa fratellanza oggi dei nemici di ieri costituisca un passo da gigante verso quella Pace e serenità perenne tanto desiderata da tutti i popoli del mondo.  Tutti gli esseri umani sentono la necessità di vivere in armonia fraterna, che solo una vera democrazia, all’interno dei principi cristiani, può offrire; e l’ex-combattente, che ha sofferto nel corpo e nell’anima gli orrori della guerra, è e sarà sempre un elemento chiave nella società, specialmente in questa società moderna corrotta da tanti mali.  Per garantire la serenità, la Pace, il benessere che deve regnare fra gli uomini, l’ex-combattente deve rimanere organizzato, attento e sollecito nel dare esempio di serenità e operosità per il mantenimento del mondo libero.» (Lettera al Maresciallo Mascarenhas de Moraes del 24 maggio 1960, riportata in M. Innocenti, Miguel Pereira, cit., p. 277). // Pelo Chefe do Exercito brasileiro, General João B. Mascarenhas de Moraes, teve a incumbência de cuidar do Cemitério de guerra brasileiro de Pistoia, inicialmente com um grupo de camaradas, em seguida, de 1948 até 1960, só ele ficou. Em 1960 os restos dos soldados foram trazidos de volta no Brasil, e em seguida foi erguido, no mesmo terreno do ex-cemitério, o Monumento votivo, do qual Miguel Pereira ficou zelador até morrer. Mesmo assim, nunca caiu na retórica da guerra. Em 1960 escrevia: «As reuniões e homenagens dos Ex Combatentes das 16 Nações que lutaram na Itália, levadas a efeito em M. Cassino e Roma foram fantasticas, impressionantes e significativas.  Sai mais convencido que sempre que essa confraternidade hoje dos inimigos de ôntem, constitui um gigantesco passo para aquela PAX e tranquilidade perene tão desejada por todos os povos do mundo.  Todo ser humano sente a necessidade de viver em harmonia fraternal, que só uma verdadeira democrácia, dentro dos princípios Cristãos pode oferecer e o Ex-Combatente que sentiu no corpo e na alma os horrores da guerra é e será sempre um elemento chave na sociedade, especialmente na moderna que está corrompida por tantos male.  Para a garantia da tranquïlidade, da Paz, do bem-estar que deve reinar entre os homens, o Ex Combatente deve permanecer organizado, atento e zeloso dando exemplo de serenidade e operosidade para a manutenção do mundo livre.» (Carta ao Marechal Mascarenhas de Moraes do 24 de maio do 1960, citada em M. Innocenti, Miguel Pereira, cit., p. 276).

7 M. Innocenti, Miguel Pereira, cit., p. 233.

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