Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 298

Francesco Verde

A cosa serve oggi fare storia della filosofia? Una modesta riflessione.

ISBN 978-88-7588-222-8, 2018, pp. 80, formato 140x210 mm., Euro 10 – Collana “Il giogo” [88]..

In copertina: Ritratto d’uomo che sospende la lettura, attribuito a Girolamo Francesco Maria Mazzola, detto il Parmigianino, databile al 1529 e conservato presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna.

indice - presentazione - autore - sintesi

10,00

C’è bisogno oggi, da parte degli storici,

di una rinnovata assunzione di

responsabilità civile.

S. Luzzatto1

Premessa

La ricerca che qui do alle stampe – non senza una qualche esitazione, per la verità – è l’esito di un lavoro storico e, in prima istanza, teorico che ho condotto circa nell’ultimo lustro. In questo tempo mi sono chiesto se il tentativo di civilizzazione della comunità sia ancora un impegno che rientri tra quelli dello storico della filosofia (e, più in larga scala, dello storico, secondo una movenza tipica della tradizione storiografica italiana) 2 oppure se chi fa professionalmente questo “mestiere” abbia ormai abdicato a tale compito.

Se, come voleva John Donne, nessun uomo è un’isola, lo stesso vale per questo libriccino. Ho contratto seri debiti con più persone, con le quali si sono susseguiti serrati dialoghi e profonde discussioni che durano ancora. A loro va la mia sincera riconoscenza; tra tutti desidero ricordare Pietro Secchi, Marco Tedeschini (con loro queste idee sono germinate) e Alessandro Baccarin, acuti e stimolanti lettori. Non posso tacere, inoltre, il ciclo seminariale Intellettuali e umanisti oggi patrocinato dall’Associazione Filosofica Syzetesis (Roma, ottobre 2016-settembre 2017), che ho curato insieme a Marco Tedeschini: da ogni incontro ho imparato molto. A tutti i relatori lì convenuti e a coloro che hanno preso parte in quella sede alla discussione va la mia gratitudine. Un ringraziamento speciale va, poi, al Prof. Luca Grecchi e al Dott. Carmine Fiorillo che, con particolare disponibilità e rara professionalità, hanno voluto accogliere questo testo nella prestigiosa collana editoriale Il giogo di Petite Plaisance.

A Emidio Spinelli, infine, dedico questo piccolo lavoro: ha avuto la pazienza di discutere criticamente con me alcuni degli snodi teorici qui proposti e la generosità di insegnarmi il metodo storico, non distaccandomi dalla vita.

Roma, aprile 2018

Francesco Verde

1 S. Luzzatto, Storia comune: Nuovi interventi, manifestolibri, Roma 2014, p. 14.

2 Cfr. G. Galasso, Storia della storiografia italiana, Laterza, Roma-Bari 2017, pp. 234-235.

****

Introduzione

La gloria per lo più, massimamente la letteraria,

allora è dolce quando l’uomo se ne pasce

nel silenzio del suo gabinetto,

e se ne serve di sprone a nuove imprese gloriose,

e di fondamento a nuove speranze.

Perché allora ella conserva la forza dell’illusione,

sola forza ch’essa abbia.

Ma goduta nel mondo e nella società,

ordinariamente si trova esser cosa o nulla, o piccolissima,

o insomma incapace di riempier l’animo e soddisfarlo.

Come tutti i piaceri da lontano sono grandi,

e da vicino minimi, aridi, voti, e nulli.

G. Leopardi3

Il titolo di questo sintetico volumetto potrà sembrare ai più quasi irriverente, per non dire sfrontato. Il tema della storia della filosofia, che conosco più da vicino e che, proprio perché storia della filosofia, intesa seriamente come «riflessione che nasce socraticamente dalle istanze più semplici e più inderogabili dell’esistenza»,4 è una questione immensa e impegnativa che, per ovvie ragioni, non può essere affrontata nel limitato spazio di queste pagine. L’auspicabilmente benevolo lettore non si troverà qui a leggere dense e serrate argomentazioni teoriche circa lo statuto scientifico della disciplina “storia della filosofia”, su cui si è detto, pensato e scritto moltissimo e a livelli assai elevati: non è questo, infatti, lo scopo di tale lavoro. La finalità, invece, è tutt’altra ed è, per così dire, intrinsecamente calata nella realtà di oggi, come si legge dal titolo.

Dando per assodato il fatto che la storia della filosofia, come materia storica, abbia il carattere di disciplina scientifica, in quanto si serve di una precisa metodologia – purtroppo non sempre insegnata, come già Federico Chabod lamentava alcuni decenni fa nel caso dell’Italia,5 ma quasi data per scontata – basata sullo “spirito genetico e consequenziale”6 che struttura la concatenazione delle idee di un autore, di un ambiente o di un’età,7 a mio avviso, la domanda circa il senso attuale del fare storia della filosofia, tanto a scuola quanto nell’università e, ovviamente, nell’ambito della ricerca pura, si impone come necessaria, soprattutto in tempi difficili come quelli odierni, in cui gli indirizzi umanistici (o, come spesso si dice, le Humanities) – in cui la storia della filosofia rientra de iure e de facto – soffrono più che di avversione (se così fosse, avrebbero un peso maggiore di quello che possiedono effettivamente), di un fondamentale disinteresse da parte di un’ampia fetta della società; e si sa bene che la maggior condanna per una materia è proprio l’indifferenza.

Nella presente ricerca tenterò di fornire una modesta (anzi, modestissima) risposta alla domanda che dà il titolo a questo lavoro e che può essere estesa a tutte le discipline di carattere storico: a cosa serve oggi fare storia della filosofia. Non si pretende affatto che tale risposta – che potrebbe anche risultare ingenua o non concretamente realizzabile – sia l’unica possibile o sia condivisa; il fine che, infatti, qui mi propongo non è quello di fornire un parere che sia accettato toto corde, ma cercare di stimolare il più possibile la riflessione e il dibattito su tale questione. Il fatto che delle pagine diano da pensare è già di per sé una eccellente conquista per chi scrive; e, forse, già il porre una domanda è un qualcosa di cruciale, un qualcosa che implica una certa dose di coraggio e, in ultima analisi, più importante delle eventuali risposte che si possono fornire.

In sede introduttiva devo dichiarare, inoltre, che, in termini più generali, dal momento che reputo la storia della filosofia una disciplina storica a tutti gli effetti ovvero una specie del più comprensivo genere “storia”, questo testo vuole essere una rifles­sione sulla storia e una convinta difesa del suo metodo. È molto probabile che ciò suonerà ai più controcorrente o perfino alquanto démodé; ciononostante sono del parere che tornare alla storia, sulla storia e considerare il suo ruolo oggi non solo sia necessario, ma sia anche utile, non da ultimo per comprendere meglio la funzione del termine “storia” che compare, per esempio, nella dicitura di svariate discipline accademiche. La difesa del metodo storico non consegue direttamente dal fatto che questo sia oggetto di particolari “aggressioni”; a dire il vero, mi sembra che oggi la storia sia assai più trascurata e sconosciuta che attaccata, per questo motivo difendere il metodo di indagine storica significa in primo luogo rivalutarlo.

Come si vedrà sin da subito, i temi su cui qui si riflette sono ampi e potranno essere affrontati solo preliminarmente e, forse, perfino riduttivamente; a riguardo, inoltre, la bibliografia più e meno recente è assai ricca, ma assolutamente non dominabile nello spazio di questo studio. Non si ricerchi qui, dunque, l’esaustività in termini argomentativi e bibliografici; si tratta, piuttosto, di umili riflessioni che, lo si ribadisce, mirano a costituire una base per avviare ulteriori pensieri in merito e per contribuire a riaprire una via spesso deliberatamente ignorata.

5 F. Chabod, Lezioni di metodo storico, a cura di L. Firpo, Laterza, Roma-Bari 1985, p. 53.

6 Spirito che può essere anche discontinuo, nel senso che la correlazione tra idee e concetti non sempre è così stretta e rigorosa ma lo diventa, sovente, solo per il soggetto che la ricostruisce: cfr. M. Foucault, L’archeologia del sapere: Una metodologia per la storia della cultura, Trad. di G. Bogliolo, Rizzoli, Milano 2015, p. 18.

7 Cfr. G. Tonelli, Cos’è la storia della filosofia?, in Id., Da Leibniz a Kant: Saggi sul pensiero del Settecento, Prismi, Napoli 1987, pp. 295-309, spec. pp. 300-301. Cfr. anche M. Biscuso, La tradizione come problema: Questioni

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