Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 012

Margherita Guidacci

Prose e interviste,  a cura di Ilaria Rabatti .

ISBN 88-87296-62-6, 1999, pp. 160, formato 140x210 mm., Euro 10,00 – Collana “Egeria” [4].

In copertina: Edward Munch, Due donne sulla spiaggia, 1888 c.

indice - presentazione - autore - sintesi

10,00

Introduzione

 

Sono piena di gioia e di emozione nell’accingermi a presentare questa scelta di prose disperse e di interviste di Margherita Guidacci, che, se certamente non aggiungono molto alla sua straordinaria qualità di poeta  («la più grande delle  nostre poetesse» secondo Carlo Betocchi), ne rivelano maggiormente la profonda, generosa umanità di donna e di scrittrice.

La presente silloge si muove sul confine, non sempre nettamente delineato, tra prosa creativa e saggio, tralasciando volutamente l’intera saggistica guidacciana, imponente per vastità di orizzonti e per competenza critica, e concentrandosi invece su quelle pagine più intime – trasparenti ed essenziali nella loro scorrevolezza di superficie ma sempre ricche d’echi e di risonanze profonde – che riguardano la sua esperienza di donna e di madre, il mondo umile ed intenso degli affetti quotidiani, i luoghi, i volti, gli avvenimenti domestici, i ricordi dell’infanzia. Le prose qui raccolte ci mostrano spesso in controluce i motivi delle poesie: vi ritroviamo un analogo procedere per immagini naturali, nettissime, che conciliano evidenza e riverbero simbolico dell’oggetto: si veda ad esempio nei Pensieri la similitudine dell’ostrica e dei fiocchi di neve, oppure quella della caduta della pietra nell’acqua, veri e propri revenants dell’immaginario poetico guidacciano; oppure, in Poesia come un albero, l’ampia, testamentaria riflessione dell’autrice sulla sua arte, la metafora organica dell’albero assurta paradigmaticamente ad identificare la poesia e da sempre chiamata a suggellare alcune delle sue composizioni più significative. Analoghi anche i registri tematici: da quello più scavato della morte e dell’angoscia esistenziale (che ha così larga parte in tutta la sua poesia e che si risolve nella meditazione sul tempo e sull’eterno, in quell’attento e partecipe scrutare le cose della vita che solitamente accompagnano l’esistenza dell’uomo e ne sono lo specchio e la misura) a quello del dolore e della solitudine, fino ai temi, radiosamente percorsi da una grande dolcezza, della maternità o dell’amicizia.

Di Margherita Guidacci colpisce soprattutto la misura del dire, di volta in volta regolata dalla forza delle intuizioni, e quel saper cogliere le verità dello spirito attraverso i fatti e le vicende del quotidiano, da cui attinge continuamente. Perfino dove la pagina sembrerebbe scivolare, ad una lettura superficiale, verso il racconto aneddotico, manifesta una misura espressiva profondamente interiorizzata, che ne riscatta immediatamente tono e confini, risolvendola in un discorso sapienziale, mai superfluo, quand’anche umile e dimesso.

Il suo limpido discorso, splendidamente sorvegliato, tracciato con ricchezza d’umanità e grande capacità d’introspezione psicologica (soprattutto nei ritratti di Papini, De Robertis, Lisi, in cui sono profusi i germi e i segni di una felice intuizione critica) possiede l’alto dono della comunicabilità immediata. La sincera religiosità che permea tutta la sua opera si esprime infatti in questo stile acuto e nitido – “anglosassone” come le sue predilette frequentazioni – oltre che estremamente affabile, in questa chiarezza e tersità che sono anche il segno della sua profonda fede in valori umani assoluti: primo fra tutti quello della comunicazione. Ma non è il solo: la Guidacci crede nell’amore, nella necessità di solidarietà («il bisogno che abbiamo gli uni degli altri, i vincoli che ci legano per perderci e salvarci insieme») e di impegno tra gli uomini per fare, di una società disgregata ed individualista, una vera Comunità.

L’indole profondamente etica della Guidacci (testimoniata anche dall’affetto per Rebora, di cui ci dà un toccante ritratto nell’articolo La morte come vita) si afferma soprattutto nel trittico di prose, dal carattere più spiccatamente ideologico, che concludono la prima parte, per emergere di nuovo, prepotentemente, nelle interviste, che costituiscono il nucleo centrale della seconda. E soprattutto in esse è contenuto l’invito a tutti i poe-ti e gli intellettuali a vivere più realisticamente e responsabilmente il presente, senza evasioni o “arcadie”, in vista di un futuro in cui l’evento esistenziale di ciascun giorno, doloroso o gioioso che sia, affratelli anziché dividere e ci coinvolga emotivamente nell’altrui sorte.

Per quanto riguarda la struttura del libro, ho sempre adottato e seguito il criterio cronologico, salvo un’unica eccezione che riguarda le tre prose-saggio conclusive della prima parte (Letteratura e società, Impegno e autonomia, Una cultura divisa), in cui, non volendole escludere dal corpus della raccolta, ho preferito seguire quello di una omogeneità d’argomento e di tono (fermo restando, come ho già detto, che la presente scelta, incipitale, tralascia il campo della saggistica, vastissimo e di grande pregio nel caso della Guidacci). Due sono le parti in cui si articola la silloge. Nella prima, ho raccolto prose creative e riflessioni (o “pensieri” come leopardianamente li chiama la Guidacci stessa), pubblicate su riviste letterarie e quotidiani, che abbracciano un arco temporale piuttosto ampio: si va dalla prosa fortemente “espressionistica” L’isola del Giglio, datata 1948; per concludere, dopo alcune prose scritte a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, con tre articoli su “L’Osservatore Romano” risalenti agli anni Ottanta. La seconda parte è invece interamente dedicata ad interviste ed autopresentazioni che, oltre ad essere oggettivamente di alto valore letterario, credo possano rivelarsi molto utili ai lettori e agli studiosi dell’autrice, poiché, toccandone direttamente alcuni plessi vitali, ne mettono in luce i tratti salienti del carattere, offrendo preziose chiavi di lettura della sua opera poetica e del significato stesso da lei attribuito al “fare” poesia. Nelle interviste, infatti, la Guidacci, fedele ad un’umile riservatezza, non appare tanto preoccupata di “confessarsi” quanto – partendo dalle proprie esperienze personali e dall’incessante scandaglio intorno alle ragioni profonde della scrittura, intesa come modalità di conoscenza, spesso drammatica, di sé e della realtà – di offrire ai lettori un’esperienza etica e dialogica d’introspezione, stimolante abbrivo anche per la nostra personale ricerca di verità e di senso.

 

Ilaria Rabatti

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