Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 030

Nicola Lisi

Voci da una parlata e altri segni. [con uno scritto di Margherita Guidacci, Lisi o la celestiale assenza]

ISBN 88-87296-43-X, 2002, pp. 192, formato 140x210 mm., Euro 15,00.

In copertina: Venturino Venturi, Ritratto di Nicola Lisi, 1964;  pietra serena, cm. 40x35x26. Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti.

indice - presentazione - autore - sintesi

15,00

Lisi uomo di pace

 

Nicola Lisi, uno dei maggiori narratori del Novecento (1893-1975), è stato presidente del Premio del Ceppo nel primo anno in cui si svolse: 1956. È rimasto fedele al Premio fino alla morte.

Di Lisi si ricordano, fra tante sue opere, le Favole a partire dal ’33, Il paese dell’anima del ’34, L’arca dei semplici del ’38, Concerto domenicale del ’41, il famoso Diario di un parroco di campagna del ’42, Aspettare in pace del ’57, La faccia della terra del ’59, i Racconti del ’61, La mano del tempo del ’65, Il seme della saggezza del ’67 e – quel che più ci interessa – Parlata dalla finestra di casa del ’73, due anni prima della morte.

Il lungo tempo del suo lavoro letterario e l’andamento della sua vita sembra li abbia misurati piuttosto sul trascorrere delle ombre e delle luci su una spaziata e serena meridiana, che non sul ticchettio frenetico di orologi di precisione, orologi svizzeri. I suoi incanti sono diurni o lunari o di cieli stellati; semmai, a rintracciare qualche zona buia e notturna ci pensano le lucciole a rischiararle.

Del ’33 sono – come si è detto – le Favole che iniziano un filone mai interrotto della ricerca di Lisi: s’è sempre mosso tra dialoghi (L’acqua, La via della croce, Aspettare in pace e la terza parte del Paese dell’anima), favole che tornerà a riproporre in parte nella Faccia della terra e rielaborando nel Seme della saggezza (1967): racconti, visioni e, da ultimo, “parlate”. Protagonisti delle favole, com’è giusto, molti animali e piante e rapporti tra di loro e di tutto questo con l’uomo. Nella Parlata dalla finestra di casa si definisce in un punto “favolista”. Se poi il Lisi delle favole sia il più alto e magico e significante, io non saprei dire: quello che più mi tocca in profondo resta il Lisi delle “visioni” e delle “parlate”, ma anche “visioni” e “parlate” si nutrono della sapienza del favolista e della struttura della favola.

De Robertis e Pancrazi anche per l’inizio del suo lavoro (intorno agli anni ’30) videro una sua tendenza al surrealismo che per Pancrazi era “magia bianca con certe ricerche acuminate, difficili”. Ma aveva ragione Carlo Bo a scartare queste ipotesi di accostamento ad un movimento letterario come il surrealismo che a Lisi in niente poteva interessare “mentre – diceva – la sua magia è nel piano della voce, nella natura del suo sguardo”.

Si sono fatti per Lisi i nomi del Cavalca, del Passavanti, della Legenda aurea, termini di riferimento certamente validi, non solo per la nascita della sua prosa e del suo stile, ma per il sostanziarsi, il maturarsi di quello stesso stile.

In quali condizioni nasce in Lisi la meditazione? «Stando seduto – lui ci dice – nel campo di Ponzalla davanti a casa in certe condizioni particolarmente limpide dell’aria» oppure «in un variar continuo d’orizzonti fra un crescendo di sempre più ferma luce».

Ci diceva della sua prima giovinezza, della sua “quasi panica felicità”: «mi svegliavo allora così colmo di letizia da non pensare a nulla: né la memoria, né il presente» gli fanno più nascere turbamento. «Ci si sedeva su di un muricciolo e così raccolti si parlava di quel che, in conformità di tanta pace, ci veniva in mente».

Lisi ci viene incontro come uomo di pace, cristiano, uomo di luce, uomo d’amore; diffonde profumi, riecheggia canti, comunica le sue visioni, racchiude saggezza ed esperienza nelle sue favole, conosce la natura, conosce le stelle, comunica con un’eterna misura: è con il sangue partecipe dell’armonia dell’ambiente. Si mette a contatto del lettore con una scrittura che si è «trovata tra mano perfetta, senza fatica... come una dote della sua grazia» per stare con il giudizio di De Robertis. Ma (prosa a parte) davvero senza fatica tutto ciò? Con chiarezza sentiamo come la visione di Lisi prenda forza anche dal risultare da contrasti, come se la sua esperienza risultasse dal passaggio attraverso le inquietudini, come la sua pace sia la conseguenza di dubbi interiori, la sua luce che risalta dalla meditazione sulle tenebre.

Certo una delle più commosse partecipazioni poetiche di Lisi si trova in un nuovissimo andamento delle “parlate”. In un libro come La faccia della terra ecco la Parlata di una giovane in amore, Parlata del vecchio cantoniere, Parlata di un impiegato di vocazione pescatore, Parlata sulla libertà che si conviene agli animali, Parlata di un pittore, Parlata su una visione avuta in sogno: sono monologhi ma recitati in confidenza, aprendosi umilmente il cuore come a confidarsi con l’amico più caro, la persona di casa la più vicina al cuore. «Era d’usanza – scrive Lisi – alla periferia della città, che le donne a stagion buona si concedessero, specie sulla sera, il riposo di stare alla finestra per vedere ed anche conversare, dal pianterreno, con la gente di passaggio per la strada». Ora spostatevi dalla città in campagna, mettete invece delle donne il nostro narratore a questa finestra; fate caso che sia finestra da pianterreno e che dunque consenta un quieto, un sommesso parlare: ecco insieme questo dialogare, distrarsi, andare e venire del discorso, disteso, abbandonato, libero: un rammemorare in assenza di malinconia, un inventare, un supporre, un cauto giudicare, una specie nuova di ironia, un tipo di vicina curiosità umana in una “confidenza assoluta della vita” ed in attesa gioiosa: ecco un dato determinante per la “parlata”.

Le “parlate” de La faccia della terra s’erano chiamate un po’ le “romanze” di Lisi: più tardi non ci sarà né opera né romanza: un solo discorso che si rinnova dal suo interno, che spazia, con suprema e semplice invenzione su tutta la tematica di Lisi. Una somma, una ricapitolazione.

 

Nel libro su Lisi presentato dall’Accademia del Ceppo vengono pubblicate cose preziose e rare. Ma il dono più bello che esce da questo libro è la riscrittura della terza parte della Parlata dalla finestra di casa, libro che apparve nel ’73 quasi a festeggiare gli 80 anni dello scrittore. Dunque, queste 44 pagine con molte varianti rispetto alla stesura a stampa, ricavate da una registrazione su nastro della voce recitante di Lisi.

A mettere, sia pur rapidamente, a confronto le due versioni (quella a stampa e quella finora inedita) si notano molte interessanti variazioni.

L’inedito è stato ritrovato a molti anni dalla morte di Lisi dal figlio di lui, Beppe, ed ora costituisce la parte di maggior interesse del libro che si presenta. Tutto accade a Scarperia nel Mugello.

Su quali costanti lavora Lisi in queste modifiche? La prima, che è poi la maggiore, è di stare il più possibile nei termini indicati ad apertura dei due scritti: «Il periodo più intensamente paesano di tutta la mia vita – scrive – è quello che va, all’incirca, dall’inizio alla fine della prima decade del secolo». Dai sette ai diciassette anni. Nell’edizione a stampa ci sono vari e dettagliati racconti su cose avvenute molto dopo il 1910: queste parti Lisi le taglia o di molto le riduce. Così risultano scritti in breve o eliminati, episodi come la visita allo studio di Morandi insieme a Timpanaro e De Robertis, e soprattutto viene drasticamente modificata l’ampia pagina dedicata ad un incontro a Parigi insieme a La Pira con il cardinal Roncalli, allora nunzio apostolico e poi il “beato” Giovanni XXIII. Il lungo episodio viene così riscritto in breve. Nominato Roncalli – aggiunge – «mi feci una chiara idea sino dall’affabile colloquio che ebbi con lui in un pomeriggio, a Parigi, quand’egli era soltanto monsignor nunzio: titoli ecclesiastici ambedue esterni, che non sopraffacevano dunque la schiettezza naturale del temperamento. Dopo la conversazione mi convinsi ch’egli era prete, sì moderno, ma in fatto di fede, quel che conta, come la mia mamma, da giaculatoria».

Sparisce così anche l’ampia dissertazione sui pittori Paolo Testi e Silvestro Lega (p. 62) . Molti altri episodi si potrebbero elencare, per esempio quello alle pagine 104 e 106 sul nervoso generale che durante la guerra del ’15 offrì un passaggio in macchina a Lisi per poi prendersi una forte arrabbiatura del tutto ingiustificata. Recita Lisi nel rifacimento sul Generale Graziani (“da non confondere con l’omonimo ai tempi del fascismo”): “Egli aveva la mania, anche per istrada, di raccogliere soldati, e di preferenza ufficiali, per condurli seco in prima linea a cimentarsi insieme, e così mostrare, penso, quant’era valoroso. Lo fece anche con me mentre andavo a Anghebeni in Vallarsa. Fui dunque costretto a salire in automobile con lui. Aveva gli occhi grandi e fissamente mesti. Non fece mai parola sino alla svolta pel Pasubio, quando, a causa di una forte nevicata caduta inaspettatamente nella notte, non fu possibile di proseguire oltre. S’infuriò, restando pur tuttavia imperturbabile in tutta la sua persona. Mi disse che di me non sapeva più che cosa fare e che me n’andassi e, se possibile, di corsa. Ciò che feci, si capisce, senza neppur voltarmi indietro”. Per l’impaginazione, che avviene in questo libro con i testi a fronte, sarà possibile a chi sia interessato mettere a confronto la più ampia redazione a stampa con questa appena citata.

 

 

Egual caso avviene per l’episodio della vendita del podere che, naturalmente avvenne dopo il 1910. Nel podere a mezzadria, che a Lisi fu lasciato dal padre, c’erano molti ulivi e a Lisi avevano suggerito un particolare trattamento che avrebbe fatto aumentare la produzione dell’olio; ma il contadino non ne voleva sapere: 26 righe nell’edizione a stampa, 22 quando si riscrive l’episodio: «Non me la sentivo, dalla città ove ero impiegato, contro di lui mettermi in lotta. Lo colsi di sorpresa: vendei il podere. Dal punto di vista utilitario certamente fu uno sbaglio. Tanto che ripensandoci ancora mi rincresce. Ma poi rifletto che non ho mai esitato a sacrificarmi pur di ottenere un maggior spazio di libertà mentale. Del resto quel contadino arrivo anche a scusarlo. Aveva già nel sangue il virus delle novità esemplificate nei chioschi di benzina, dove, come avvenne, andò a servizio”. Nella nuova stesura tutto diventa più serrato, semplificato, paesano, e la descrizione lascia qualsiasi possibile riferimento al bozzettismo. Uno stile più teso e consequenziale.

Così notiamo tanti episodi che diventano semplificati e stretti.

In eredità da una zia, quella che tanto insistette per avere dall’artigiano Gaetano delle “artistiche forbicine da ricamo”, ebbe un anellino d’oro... «Mi servì per darlo, insieme ad un altro occasionale, quasi furtivamente, al posto delle fedi matrimoniali, in quella che fu una fra le più artefatte assise del fascismo». Quando parla a proposito dell’anellino: «Mia moglie ed io li mettemmo trepidanti nella borsa, in luogo delle fedi matrimoniali, in una fra le più magniloquenti assise del fascismo». Ma, aggiunge: «Quella intesa di rivalsa, anche sentimentale, alle sanzioni imposte da Ginevra nella labile intenzione di dissuadere Mussolini dal proseguire nella impresa etiopica. Mentre si sa come finirono le sanzioni, altrettanto non si può dire di milioni e milioni d’anelli d’oro dopo che essi decaddero da simboli di vita». Verso la fine del racconto ci parla di un impiegato che fu messo in disparte «per un altro corso politico di cose»; nell’altra versione, ecco: «per un altro corso politico che si richiamava alla violenza».

Come si vede da questi esempi Lisi non apre più digressioni informative ma si limita a registrare alcune cose sulle quali riflettere.

 

Un altro episodio parla del “Leonardo”, la prima rivista fra quelle del Papini e Prezzolini, «cui si deve un mutamento sostanziale del modo di intendere la vita”. Ma poi: il «“Leonardo”, la prima fra le tante che riproposero all’attenzione del mondo il nome di Firenze». E ancora, nella redazione a stampa: «L’urgenza nell’impegno al proselitismo cattolico era allora forte in ogni ceto, sentito magari più coraggiosamente in quello popolare, specie nelle campagne», ma corregge: «L’impegno al proselitismo cattolico era allora, ma anche dopo, direi sino all’ultima guerra, molto sentito fra la popolazione ed in ispecie dalle donne».

Ma nell’edizione inedita ci sono anche episodi di ampliamento di alcune tematiche ed alcune del tutto nuove, sempre facendoli rientrare nel periodo indicato fino al 1910 o dando notizia di suoi successivi pensieri. Questo vale ad esempio per il riferimento all’Angelico di San Marco che prende quasi il doppio di righe nell’inedito e che conclude così semplicemente ma con tanta emozione: «Ogni qualvolta vado a Roma, difficile che manchi di entrare in Santa Maria della Minerva. Sulla tomba dell’Angelico, cui sono diretto, ci trovo invariabilmente fiori freschi e, ciò che più mi commuove, uno a sé, posato sulla lastra di marmo al piano terra».

Molto ampliato anche il riferimento al Cellini tirato in ballo per via di quelle “artistiche forbicine”: qui vengono dedicate una quindicina di nuove righe sull’arte e sulla vita del Cellini.

Un passaggio del tutto nuovo si trova a proposito del Collodi: «Sono, quasi da quando so leggere e scrivere, un ammiratore del Collodi per quanto si attiene al libro di Pinocchio. Mi pare talvolta di trovarci la stessa ispirazione che nella musica di Mozart. Non è questo un pensiero d’oggi. Esso mi riviene in mente ogni qualvolta che, nel cimitero fiorentino delle Porte Sante, passo davanti alla cappella della famiglia Lorenzini e di traverso alla cancellata vedo la faccia civilmente onesta nel busto del Collodi, sulla cui perfetta somiglianza, per fede ottocentesca, giurerei».

 

Ed ecco, una digressione nuova sui colori, che nasce dalla visione di un affresco: «Perché, fra la gamma dei colori, il giallo, nelle varie accezioni, mi conquide. Se lo vedo indosso a una persona, difficile riesca da essa a liberar lo sguardo. Il celeste, invece, che pur ne deriva, mi infonde longanimità di pazienza e pace. In esso, così, trovo che il pensiero nuoti come il pesce in mare. Al rosso, infine, sento che devo spesso quel poco di intraprendenza che mi piace. È questa la sensazione dei giorni in cui porto la cravatta di color scarlatto».

 

E si potrebbe seguitare.

 

«Così velocemente passa il tempo» – ci dice quasi congedandosi. «Comunque volgano le cose trascorreranno in breve quei pochi anni che rimangono per vivere. E se anche fossero molti, se io fossi in piena giovinezza – scriveva nel ’44 – i più numerosi anni passerebbero lo stesso e ugualmente in breve».

E sull’amore, che ha guidato tante sue pagine: «A chi fa scandalo che un affine linguaggio amoroso valga fra due creature così come tra una creatura e il Signore, io dico che nulla sa e probabilmente, durante la vita, nulla saprà mai d’amore, sia terreno che celeste e del passaggio dell’uno e dell’altro, in realtà e potenza per conseguente svolgimento».

«La sensualità – scrive altrove – nativa commista all’acquisito platonismo gli dettero il vero equilibrio d’efficacia nell’amore».

«Specie in qualche pomeriggio estivo, sulla sera, nella sollecitazione di uno sperso profumo e di uno sperso suono, gli avveniva di trapassare il tempo a ritroso, sino a sé fanciullo: rientrava così nella indefinita cornice di una giornata, però, sempre d’aspetto domenicale».

 

Leone Piccioni

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