Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Giuseppe Bailone - Alberto Giovanni Biuso - Federico Bordonaro - Luca Grecchi - Michele Marolla - Diego Melegari - Costanzo Preve - Franco Toscani

Sumbállein. Riflessioni sugli scritti di Umberto Galimberti. Koiné. Anno XII – NN° 1-2 /Gennaio-Giugno 2005.

ISBN 88-7588-091-3, 2005, pp. 208, formato 140x210 mm., € 15,00 – Collana “Il giogo” [2].

In copertina: Auguste Rodin, Il Pensatore, gesso patinato, h. cm. 192. Parigi, Musèe Rodin.

indice - presentazione - autore - sintesi

15,00

Premessa
Nell’editoriale del primo numero di Koinè (marzo 1993), dal titolo “Comunità e società. Perché Koinè?”, si indicavano alcune delle ragioni che spingevano a tentare un nuovo viaggio: «Per significare, come richiama la parola greca da cui origina [...] il luogo privilegiato di un effettivo legame organico: la comunità. Perché [...] mentre il capitale mortifica e annienta nel consumismo ogni creatività che ponga al centro il miracolo della irripetibile individualità di ogni persona umana [...] la comunità è fondata sul sentimento tra gli uomini, attivando così davvero tutte le potenzialità dell’intelletto. Perché la comunità incoraggia la speranza, [...] quando invece la società capitalistica attuale propone la cultura dell’assoluto scetticismo positivista e irrazionalista, conducendo gli uomini a rapportarsi come estranei gli uni agli altri. [...] Perché la vita nelle metropoli e nelle città di oggi dà origine ad un tipo di pensiero e di azione caratterizzati dalla separazione tra mezzi e fini. Perché nella comunità, invece, mezzi e fini sono inseparabili, perchè il fine dell’uomo è l’uomo stesso [...]. Perché il principio della comunità è cooperativo, mentre il capitalismo promuove la competizione spietata. Perchè la logica del capitale conduce all’egoismo e all’indifferenza per le sofferenze umane: distrugge l’impulso alla pietas, fa sì che al riconoscimento della universalità umana si sotituisca troppo spesso una “assistenza” amministrata burocraticamente. [...] Comunità solidale il cui legame sociale sia intessuto con il filo a due colori della libertà e della fraternità.
Perché la comunità è l’utopia concreta che fa muovere la storia degli uomini. Le nostre piccole esperienze di comunità propongono a sé e agli altri un simbolo: il simbolo della crisalide, come luogo delle metamorfosi, matrice delle trasformazioni. Più che un involucro protettore, la “crisalide-comunità” di oggi (nel costruire e sperimentare insieme un cammino verso quella comunità solidale), rappresenta uno stato eminentemente transitorio fra due momenti del divenire. È la rappresentazione simbolica di un periodo di maturazione: in essa si allude e si implica la rinunzia al passato e l’accettazione di un nuovo stato, condizione della realizzazione. Fragile e misteriosa come una gioventù ricca di promesse, ma dalla quale non si sa esattamente cosa scaturirà, la crisalide vuole rispetto, cura e protezione: è l’avvenire che si forma».
Quel viaggio portava ad incontrare nuove realtà, ad affrontare situazioni inedite, a dialogare con molte persone, ad un confronto con nuovi interlocutori, non sempre facile, a volte anzi “doloroso”. Abbiamo cercato di condividere alcuni elementi forti: mai separare alcunché dall’etica, neanche la politica; ritenere fondata razionalmente l’idea della trascendibilità storica del capitalismo; affermazione della libera individualità sociale quale espressione consapevole di un nuovo e maturo agire comunitario; vivere il riconoscimento reciproco nello scambio interumano attraverso esperienze di negazione del carattere mercantile dello scambio sociale e del carattere tecnico dell’azione interpersonale; contrastare il vuoto di realtà che si è prodotto all’interno di ciascuno di noi, ormai tutti soggetti a rischio per due patologie della personalità divenute epidemiche: il narcisismo e il concretismo; mai rendersi complici dei processi che fanno morire gli uomini alla loro realtà umana; incarnare nelle nostre personali scelte, di vita e di relazione, le acquisizioni maturate nella ricerca teoretica; rendere testimonianza di una vera resistenza, antropologicamente coerente in quanto si manifesti come opposizione all’intero spettro della colonizzazione mercantile dei luoghi della vita, testimonianza antitetica al dettato del senso comune costruito dal meccanismo economico autorefenziale.
Proseguiamo ancora su questa rotta, pubblicando testi che aiutino ad approfondire temi che riguardano la sfera politica, la storia, la filosofia, la scienza, ma anche la letteratura, le strutture profonde della personalità, l’architettura, la poesia, le arti figurative, la musica. E speriamo che molti vogliano condividere questo cammino, farsi crisalide, guardando il presente con gli occhi del futuro.

Introduzione

Questo testo monografico dedicato all’analisi degli scritti di Umberto Galimberti nasce da una duplice ragione.
La prima, più essenziale, è costituita dall’indubbio valore filosofico dell’opera di questo autore. Galimberti ha infatti analizzato, in maniera imponente ed approfondita, l’origine, la struttura e l’evoluzione dell’intero pensiero filosofico occidentale. Pur pensando l’Occidente, il discorso di Galimberti si è differenziato da quello della quasi totalità dei pensatori contemporanei. Esso infatti non si è rinchiuso nelle categorie dell’Occidente stesso, ma gli ha posto una critica radicale, prendendo come riferimento culture oggi a torto considerate arcaiche, e pertanto emarginate (a causa della loro “improduttività”).
Galimberti ha saputo cogliere, e centralizzare nel proprio discorso, il cosiddetto “pensiero simbolico”, ossia il pensiero dei primitivi, dei bambini, dei folli, dei poeti, per cui una cosa non è soltanto quella cosa, ma contiene in sé un rinvio continuo ad una molteplicità di altre cose e situazioni. Il recupero della capacità di pensare per simboli, unita alla consapevolezza della necessità anche di una struttura metafisica di significati, sono punti necessari per il recupero del pathos umano, trovandosi oggi gli uomini in una totalità sociale che riduce al silenzio - appunto come “patetica” - ogni parola ed ogni gesto profondo che non si conformino all’efficiente funzionamento del sistema. Galimberti è probabilmente colui che più di ogni altro ha favorito questo recupero.
Non fosse che per questo, il pensiero di Umberto Galimberti andrebbe analizzato con grande attenzione. All’analisi storico-filosofica l’autore ha però associato, negli ultimi anni, anche una sempre più approfondita indagine sulla tecnica, vicina per radicalità a quelle di Heidegger, Severino ed Anders. L’opera di Galimberti ricomprende inoltre il preziosissimo Dizionario di Psicologia edito dalla Garzanti, nonché una enorme mole di articoli, apparsi su diversi quotidiani nazionali, in cui l’autore ha saputo ben analizzare i principali temi culturali e sociali di volta in volta più attuali. Da non dimenticare infine che a Galimberti si devono alcune delle traduzioni e delle introduzioni alle maggiori opere di Heidegger e Jaspers in Italia. Ritengo siano davvero pochi (si possono contare sulle dita di una mano) i pensatori dotati di un simile “curriculum” e di eguali capacità.
La seconda ragione, marginale, che mi ha spinto a coordinare questo lavoro (ed a comporre un libro monografico sul pensiero dell’autore, che spero potrò concludere entro l’anno), è il desiderio di sanare una sorta di “discriminazione” che mi pare operi nei confronti di Galimberti. Mi spiego meglio: mentre solitamente la maggiore discriminazione, nella cultura italiana, è dovuta alla “invisibilità”, ossia alla “non pubblicazione” da parte dei grandi editori di pensatori unanimemente considerati “grandi” nei circuiti delle riviste filosofiche e della piccola editoria (penso in particolare a Massimo Bontempelli ed a Costanzo Preve), mi pare che verso Galimberti operi una sorta di discriminazione “rovesciata”, ma ugualmente fastidiosa.
Noto soprattutto come editorialista di Repubblica, si ritiene da molti che il grande successo dei suoi libri sia dovuto alla presenza mediatica dell’autore. Potrà anche essere così, perché il successo editoriale oggi è soggetto più alle leggi del marketing che a seri giudizi di valore. Quand’anche fosse, però, ciò non deve in questo caso condurre a non analizzare una dozzina di volumi filosofici da lui realizzati, la composizione di uno solo dei quali vale molto di più della quasi totalità degli scritti marxisti (o pseudo-tali) composti in Italia negli ultimi quarant’anni. La riflessione di Galimberti va alla ricerca del fondamento della volontà di potenza dell’Occidente: si potrà non condividerne la struttura o gli esiti, ma è certo meglio andare “alle radici” dei problemi che limitarsi ad indicare, sprezzantemente, la postura deforme e sinistra di alcuni rami dell’albero (siano essi gli Stati Uniti, Israele o altro) di cui si ignorano però le radici ed il terreno su cui sorgono.
Ebbene: non potendo influire sul primo tipo di discriminazione, intervengo qui (grazie come sempre alla editrice Petite Plaisance) per sanare la seconda, di cui per mio conto è vittima Umberto Galimberti, apprezzatissimo dal grande pubblico ma (forse proprio per questo) poco considerato da una larga parte della “società filosofica” e della “intellettualità critica” del nostro paese, che ritiene probabilmente l’occuparsi di grandi temi con chiarezza di linguaggio un difetto, anziché un pregio. Inviterei in merito chiunque si approcci “con superiorità” alla lettura dei libri del nostro autore a valutare se personalmente sia riuscito a scrivere cose di maggior pregio. Non credo saranno in molti a potersi vantare di questo.
Della relativa sottovalutazione della propria originale opera filosofica Galimberti comunque si è poco curato in questi anni, e per mio conto ha fatto bene: egli ha intrapreso una propria strada, e su quella correttamente prosegue.
L’omaggio che gli autori di queste pagine rendono al pensiero di Umberto Galimberti non è comunque un elogio incondizionato. Al contrario, ciò che viene donato è ciò che ogni grande pensatore – cui sta a cuore “la verità” della propria riflessione – auspica: un serrato confronto dialogico, in cui all’autore si rende onore anche contestando le tesi che più ne caratterizzano il pensiero. Fra i redattori di queste pagine - buona parte dei quali poco più che trentenni - alcuni mi hanno ringraziato per l’occasione fornita loro di analizzare un pensiero che altrimenti avrebbero “snobbato”, proprio per quella discriminazione alla rovescia che accennavo prima operare nei confronti di questo filosofo, “noto” appunto e come tale “non conosciuto”.
Concludo questa introduzione con una nota personale. Comunicando a Galimberti, nell’autunno del 2003, l’intenzione della rivista Koinè di dedicare un testo monografico al suo pensiero, ho potuto fare la conoscenza dell’autore. Gli proposi allora una intervista per “aprire” questo numero. Galimberti non solo me la concesse, ma fu talmente aperto e disponibile che i nostri incontri si sono col tempo intensificati, facendo sfociare quell’intervista nella realizzazione di un libro comune, Filosofia e Biografia, di prossima pubblicazione. Ciò è stato possibile solo in quanto Galimberti è uno fra i pochi filosofi affermati con cui sia possibile rapportarsi in modo sincero, incarnando egli molti di quei contenuti umani che la filosofia, per sua essenza, esige.
L’amicizia ed il valore filosofico non vanno però confusi: questo studio monografico non nasce dall’amicizia; esso è semmai l’effetto proprio della capacità degli scritti di Galimberti di porsi – per la loro chiarezza e radicalità – come “filosoficamente amici”, favorendo quella “lotta amichevole” che sempre caratterizza ogni vera ricerca filosofica. Abbiamo pochi grandi pensatori oggi in Italia, e tutti non più giovanissimi: poiché possiamo ancora dialogare, per alcuni anni, con loro, direi che è bene non gettare questa fortuna al vento.

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