Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Gianfranco La Grassa

Considerazioni del dopoguerra. Insegnamenti dell’aggressione USA (e NATO) alla Jugoslavia.

ISBN 88-87296-50-2, 2001, pp. 128, formato 140x210 mm., € 10,00.

In copertina: P. Klee, Luogo colpito, 1922.

indice - presentazione - autore - sintesi

10,00

Prefazionetc "Prefazione"

Durante la recente guerra nei Balcani, di aggressione USA e NATO a quello che è rimasto della Jugoslavia, ho scritto una serie di (dure) riflessioni che ho inviato solo a pochi amici e a qualche altro. In particolare, due scritti mi sono sembrati abbastanza significativi: la Resa dei conti e le Considerazioni (forse) pacate. Ho creduto utile estrarre da tali scritti le considerazioni meno contingenti, cioè meno immediatamente legate alla guerra, per rielaborarle e consegnarle alle stampe. Dato il carattere di questo volumetto, e la sua uscita non prima dell’autunno, ho voluto evitare ogni presupposizione circa gli andamenti di più breve momento, che sarebbe superata nel breve volgere di pochi mesi. Alcune previsioni formulate negli scritti appena citati si sono in parte già realizzate, di altre si potrà forse emettere un giudizio prima dell’uscita del presente scritto. In questa sede, non è comunque mia intenzione discutere di quel che può accadere nei Balcani né di quale sarà l’andamento politico specifico nei vari paesi interessati alla belligeranza. Mi interessa esclusivamente argomentare su alcuni punti, che la guerra ha solo messo a fuoco.
Innanzitutto, voglio ricordare che si è da qualche parte rilevato come quest’ultima sia stata fondamentalmente la seconda dell’epoca “imperiale” dominata dagli USA, escludendo quindi le guerre, esemplare quella nel Vietnam, condotte nel periodo del duopolio USA-URSS. Nel testo, pur se in poche righe, ho chiarito che cosa penso in merito alla caratterizzazione di quest’epoca come imperiale o imperialistica, e non mi dilungo quindi sul problema. Dirò solo che l’elemento più negativo dell’attuale fase storica, rispetto a quella per certi versi similare dei primi decenni del secolo fino alla seconda guerra mondiale, è l’assenza di un contraltare effettivo allo strapotere militare dell’unico imperialismo esistente, nel mentre si sta vieppiù sviluppando una intensa competitività policentrica sia a livello delle grandi imprese (non transnazionali, ma sostanzialmente multinazionali) sia a quello dei sistemi economici di diverse aree capitalistiche ad alto livello di sviluppo.
Un fattore decisivo per la caratterizzazione dell’epoca attuale è rappresentato dall’ignominiosa fine del sistema di paesi supposto avverso al capitalismo, quello denominato ad un certo punto “socialismo reale”, fine che ha lasciato in campo una serie di nomenklature postcomuniste (di oligarchie il cui potere si fondava sulla simbiosi tra partito unico e Stato) diventate, in molti di quei paesi, e soprattutto nei principali come nell’ex URSS e in Cina, le protagoniste di tentativi di rivitalizzazione dello sviluppo capitalistico più tradizionale. In certi casi, come appunto nei paesi dell’ex URSS e in altri paesi est-europei, smantellando ogni capacità dirigistica dell’apparato statale, con trasformazione di vasti settori delle oligarchie suddette in organizzazioni mafiose in aperto e criminale conflitto, tipico delle più selvagge fasi dell’accumulazione primitiva capitalistica; in altri casi, come in Cina, cercando di conciliare sviluppo dei mercati e delle imprese private, dirette da componenti delle dirigenze formalmente comuniste, con il mantenimento in funzione di quasi tutti i precedenti apparati del potere politico, che comunque favoriscono pur sempre con la loro attività le dirigenze in questione, onde tentare di mutare progressivamente le forme proprietarie della produzione senza troppo modificare la composizione delle classi dominanti (ed è ancora troppo presto per dire se tale tentativo riuscirà o verrà superato da più tumultuose trasformazioni in direzione del capitalismo vero e proprio).
Comunque sia, il crollo di quei processi, che erano stati vissuti (ideologicamente) come transizione a nuove formazioni sociali non più capitalistiche, non ha travolto che una parte dell’insieme delle oligarchie dominanti; e quelle rimaste ancora in sella hanno carattere capitolazionista, sono succubi del mondo capitalistico occidentale, dove ha ancora pieno vigore e centralità, almeno dal punto di vista imperialistico, la funzione degli USA, mentre Europa e Giappone si sono posti, per il momento, in posizione subordinata onde sfruttare le briciole (certo consistenti) che il paese predominante deciderà “graziosamente” di lasciare loro.
È molto difficile predire oggi quale dei due possibili scenari mondiali, ricordati nello scritto che segue, ha maggiori probabilità di verificarsi. Per il momento, tuttavia, siamo ben lontani da entrambi. Per un lungo periodo di tempo – magari non lungo in termini storici, ma certamente dal punto di vista dei nostri desideri e della brevità della nostra vita – dovremo rassegnarci, almeno credo, a sopportare questo dilagare della potenza (militare e culturale, in specie) statunitense, che sta provocando il rapido degrado di quella che chiamiamo “civiltà”. L’importante è tenere fermo che fra le cause decisive di questo dominio monoimperialistico va annoverato l’inglorioso fallimento dei tentativi di costruire una alternativa al capitalismo, fallimento che rinvia ad errori di fondo commessi nel puntare tutte le carte sulla presunta funzione rivoluzionaria della classe pensata come universale, quella operaia.
Se però, dal punto di vista, diciamo così, materiale (del mancato rivoluzionamento delle strutture capitalistiche di dominanza-subordinazione), il fallimento suddetto è stato senza dubbio un fattore di grande rilevanza, sotto l’angolazione più propriamente culturale, oltre che politica, un elemento da non trascurare per quanto concerne il consolidamento in corso del dominio reazionario del grande capitale imprenditoriale e finanziario dei paesi capitalistici più sviluppati, con al centro l’imperialismo USA, è il mutamento “genetico” (si fa per dire) dei partiti denominati operai di questi paesi – e, in modo del tutto particolare, dei ceti intellettuali che a questi fanno riferimento – in gruppi dirigenti di apparati politici e ideologici pienamente funzionali al suddetto dominio. Si tratta di una questione cruciale, nel presente scritto solo adombrata per brevi cenni, e su cui invece sarà necessario produrre, da parte di chi ancora mantiene una prospettiva anticapitalistica e antimperialistica, uno sforzo di notevole ampiezza.
Desidero spendere qualche parola al proposito. In questo opuscolo, si sostiene apertamente essere le cosiddette sinistre il principale supporto delle classi dominanti – del sistema capitalisticamente policentrico e imperialisticamente, invece, monocentrico – per una intera fase storica. Le recenti elezioni europee potrebbero sembrare una smentita a questa prospettiva, a mio avviso, di fondo. Non credo si possa giudicare di quest’ultima solo in base ad un singolo evento contingente, per di più in una situazione che ha visto il dilagare dell’astensionismo, non necessariamente destinato a manifestarsi anche in futuro con le stesse dimensioni. Non vi è dubbio, inoltre, che si sconta semmai la difficoltà di un processo assai più basilare, che non è soltanto un programma delle “sinistre”: la cosiddetta costruzione dell’Europa, che appare al momento assai deludente, e continuerà ad esserlo soprattutto se si protrarrà la subordinazione dei paesi di questo Continente alla supremazia monoimperialistica degli USA, con l’Inghilterra in quanto loro quinta colonna in Europa.
Del resto, al di là dei singoli giochi che, nei vari paesi, possono portare al Governo partiti presunti di sinistra o di destra, i cui programmi sono ormai poco distinguibili fra loro, resta il fatto che le classi dominanti (il grande capitale) è pienamente favorito dalla diffusione della cultura delle “sinistre”; ed in particolare lo è l’attuale assetto del potere a livello mondiale – capitalisticamente policentrico, ma imperialisticamente monocentrico – dal dominio culturale esercitato dal cosmopolitismo caratterizzante l’intellettualità di “sinistra”; un cosmopolitismo di natura tale da schiacciare e cancellare ogni possibile apporto delle differenti culture esistenti nel mondo ad un proficuo interscambio, con arricchimento reciproco. Tipico prodotto di detto cosmopolitismo è, non a caso, l’ideologia della globalizzazione – cui non sa opporsi nemmeno la cosiddetta estrema sinistra, che vorrebbe ancora dirsi comunista e anticapitalistica, né la “destra”, salvo rari suoi intellettuali un po’ più lucidi, che è infatti stupidamente ed estremisticamente neoliberista e filoatlantica, cioè filostatunitense – vero caposaldo del dominio mondiale dell’imperialismo USA, pur variegato e frammentato al suo interno dalla più volte ricordata conflittualità intercapitalistica (in realtà, interimprenditoriale) di tipo policentrico.
In definitiva, fallimento del “socialismo reale”, con mantenimento di una parte delle sue nomenklature al potere e sviluppo tumultuoso del capitalismo in tale area, e degenerazione delle forze già socialdemocratiche oltre a quelle comuniste nei paesi capitalistici avanzati, sono al momento la migliore garanzia di una supremazia statunitense di fronte a classi dominanti europee e giapponese, e dei paesi “emergenti”, estremamente ambigue, incapaci di vera indipendenza, prive di visione strategica, pronte al compromesso anche umiliante in vista di immediati ma effimeri vantaggi. La prospettiva di creazione, ad ovest o ad est, di un qualche polo di resistenza e contrapposizione d’ampio respiro al predominio statunitense sembra rinviata rispetto a quanto si poteva sperare tra gli anni ottanta e novanta. Spetta alle deboli ed isolate forze anticapitalistiche riprendere la lotta contro tale predominio. Lotta che dovrà essere, senza dubbio, largamente caratterizzata in senso intanto culturale, contro la cosiddetta americanizzazione che annienta ogni proficua diversità, ma che non potrà non nutrirsi anche sia di una profonda, drastica, revisione delle categorie d’analisi delle formazioni sociali capitalistiche che già furono tipiche del marxismo, sia dell’analisi stessa di queste formazioni sociali, delle loro strutture e dinamiche di sviluppo.
Il primo passo da compiere in tale direzione è il tentativo di superare un’ottica semplicemente difensiva, che si sostanzia di battaglie esclusivamente di retroguardia, quale ad esempio quella relativa alla richiesta di politiche economiche almeno keynesiane, sostenuta dalle forze che oggi si definiscono ancora anticapitalistiche o, addirittura, comunistiche. Tale richiesta continua a intorbidare le acque, consentendo a ceti intellettuali di tipo radical (ma sostanzialmente favorevoli al mantenimento di strutture socio-economiche di tipo capitalistico), o addirittura a certi gruppi di alti commis d’Etat (magari “trombati” in altre formazioni politiche), di fare il bello e cattivo tempo nella definizione delle politiche propugnate dalle piccole formazioni postcomuniste e dai settori ancora (vagamente) riformisti delle socialdemocrazie.
In linea di principio, non è da escludere ogni battaglia pur destinata alla sconfitta. Tanto per fare due esempi storici, cronologicamente (e non solo) assai distanti fra loro, ci si può riferire al movimento luddista o anche alla rivoluzione culturale cinese.
Ci si è liberati troppo presto dei possibili insegnamenti che tali eventi potevano fornirci, quasi che la sconfitta – anche se giudicata, però con il senno di poi, inevitabile – li appiattisse, li svuotasse di ogni possibile contenuto, su cui andrebbe invece sviluppata una riflessione accurata onde trarne indicazioni utili ad ulteriori scontri delle classi subordinate nei confronti dei dominanti. Si tratta di modi troppo unilaterali, semplificati all’osso, di trattare questioni complesse reinterpretando il passato in esclusiva funzione del presente; modi tributari di quella visione per cui ciò che accade non poteva che accadere, l’effettualità è scambiata per la “reale razionalità” dei processi storici.
Il problema non è la sconfitta, e nemmeno l’eventuale dimostrata inevitabilità della stessa. Il problema è se la lotta, in cui si subisce la sconfitta, è propria delle classi subordinate o se queste si stanno battendo al seguito di certe frazioni delle classi dominanti, in conflitto con altre frazioni per il potere.
Ciò che viene solitamente denominato keynesismo – non so con quanta aderenza alle vere intenzionalità dell’economista inglese – è il complesso delle politiche economiche tipiche del Welfare State, dello Stato detto del benessere o anche assistenziale, ecc. Solitamente, si considerano tali politiche come il risultato di un compromesso sociale, tra capitale e lavoro, favorito in buona parte dalla presenza dell’URSS e poi del campo “socialista”. In questa interpretazione, parzialmente vera, mancano decisivi punti qualificanti. Il Welfare partiva dalla considerazione dell’importanza della spesa pubblica (statale) ai fini del superamento della crisi del ’29, interpretata come pura crisi di domanda globale (consumi più investimenti). Le politiche in linea con questa interpretazione non sortirono grandi effetti fino a dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando si entrò in quella che ho spesso definito come fase monocentrica dello sviluppo nell’ambito del mondo capitalistico tradizionale, fondamentalmente coordinato attorno al sistema eonomico-sociale dominante degli USA; situazione protrattasi per circa un trentennio.
Inoltre, la spesa pubblica non era fenomeno puramente economico, messo in moto dalle manovre di una parte dello Stato, pensata semplicemente come neutrale insieme di apparati creato ad hoc e strumentalmente utilizzato in senso macroeconomico per pure finalità di sviluppo del sistema complessivo. Lo Stato, comprese quelle strutture approntate per erogare la spesa pubblica al fine di superare la crisi e promuovere lo sviluppo, è un campo di battaglia, dove si viene formando una frazione degli agenti capitalistici dominanti (la cosiddetta borghesia di Stato), che entra in conflittuale simbiosi – e si deve dunque tenere conto sia dell’aspetto simbiotico che di quello conflittuale – con la frazione degli agenti dominanti (imprenditoriali) di tipo “privato”. Il cosiddetto keynesismo, dunque, è un aspetto della battaglia tra frazioni di classe dominante. Non dico che, in certi casi, non si debba tatticamente appoggiare una frazione contro le altre; ma questo va fatto con la consapevolezza della posta in gioco, di chi sta conducendo e dirigendo questo gioco, ecc.
Oggi, invece, certa sinistra appoggia il keynesismo perché è favorevole al “pubblico” contro il “privato”, perché quindi è schiava dell’ideologia di cui è pregna questa coppia cardine del formalismo giuridico borghese, come mise mirabilmente in luce Althusser. Siamo sempre al privilegiato riferimento allo Stato, pensato quale antagonista della sfera imprenditoriale “privata”, riferimento che è stato l’asse portante della politica del sedicente movimento operaio e che ha sempre fatto emergere, nel seno stesso delle classi subordinate, delle oligarchie di tipo “lassalliano”, succubi dell’orizzonte ideologico propugnato dai ceti intellettuali legati fondamentalmente alle varie frazioni della classe degli agenti capitalistici dominanti. Prima di aderire o meno allo statalismo dei corifei radical-borghesi di alcune di tali frazioni, sarebbe meglio approfondire la questione della possibilità o meno di una indipendente considerazione delle strutture e dinamica della formazione sociale capitalistica dal punto di vista, se non del suo rivoluzionamento, quanto meno del possibile inasprirsi delle sue contraddizioni interne in grado di provocare l’effettiva, e soprattutto autonoma, entrata nell’arena della lotta da parte delle classi subordinate, pur senza garanzia certa del loro successo.
Proprio per questo, non cedo su una conclusione cruciale della mia analisi (non solo di quella succintamente presentata in questo volumetto). Pur non dimenticando mai, questo è evidente, la presenza della cosiddetta “destra” – oggi comunque incapace di differenziarsi dalla “sinistra” che ne sta occupando le posizioni politiche e ideologiche – ritengo che il nemico su cui puntare prevalentemente l’attenzione sia la “sinistra”. È ormai inaccettabile sentire parlare di un sedicente “meno peggio” rappresentato da quest’ultima, che non è nemmeno più riformista, che rappresenta la migliore sponda politico-ideologica di classi dominanti – parlo di quelle europee, ed in specie di quella italiana – particolarmente inette ed incapaci di affrontare seriamente la contrapposizione, non solo economico-imprenditoriale, con l’unico imperialismo rimasto in campo, a cui esse si accodano sempre piatendo la partecipazione subordinata alle attività strategiche di quest’ultimo. Di queste classi dominanti, imperialisticamente sottostanti, fanno parte, anche se in posizione sempre più debole e via via marginale, le già potenti frazioni della borghesia di Stato, cioè degli agenti capitalistici della sfera indicata, in termini giuridico-formali, come “pubblica”.
Man mano che, nell’ambito delle classi (dei ruoli e funzioni) dominanti, prevalgono le frazioni (imprenditoriali) “private”, la “sinistra” si scinde in una parte, sempre maggiore, di carattere nemmeno più riformista bensì neoliberista, che mira ad occupare il posto delle vecchie “destre” (se ci riuscirà o meno, lo si vedrà in tempi abbastanza brevi), ed in una parte, sempre più piccola, che fa ancora riferimento allo statalismo tipico delle frazioni borghesi di Stato. Logicamente, entrambe queste “sinistre” hanno una base elettorale fra i ceti medi e medio-bassi e fra i lavoratori dipendenti salariati. Quello che conta non è però la base elettorale, come un tempo qualsiasi “compagno” capiva, bensì la politica e l’ideologia da cui tali “sinistre” sono egemonizzate, facendosi nel contempo tramite di questa egemonia nei confronti dei ceti “bassi” appena menzionati. E da questo punto di vista (“di classe”), le “sinistre” si dividono come sopra detto: quelle maggioritarie essendo rappresentanti delle vincenti frazioni del grande capitale (imprenditoriale e finanziario) “privato”, quelle minoritarie (e sempre più deboli e meno influenti) rappresentando invece i residui interessi delle frazioni assurte in passato al potere mediante le politiche dette keynesiane, cioè tramite la costituzione di apparati statali e di grandi “agenzie” statali e parastatali addette ad erogare e a distribuire la spesa pubblica.
Contro l’insieme di queste “sinistre”, sempre fra loro in attrito ma sempre in fase di ricerca di estenuanti compromessi al più basso livello possibile – estenuanti soprattutto per le classi subordinate e per i popoli sottomessi al dominio monoimperialistico statunitense, di cui le classi dominanti europee sono succubi – dovrebbe essere condotta la battaglia principale da parte di chi ancora sostiene di essere anticapitalista e antimperialista. Purtroppo, non è così, non c’è alcuna lucidità nei fu compagni, solo disorientamento e tendenza ad aggrapparsi a qualche relitto dell’immane naufragio del vecchio movimento autodenominatosi operaio. Negli anni trenta, gli antifascisti conseguenti (in prima fila i comunisti) erano “disfattisti”, si auguravano la sconfitta del regime in una delle sue ingloriose imprese: Etiopia, guerra di Spagna, ecc. E non furono esauditi. Quando scoppiò la guerra mondiale, i disfattisti sperarono subito nell’entrata in essa di Mussolini a fianco di Hitler; ed una volta che ciò accadde, “tifarono” (perché inizialmente non poterono fare molto di più) per la sconfitta, dovettero perfino augurarsi, e certo non a cuor leggero ma con grande peso e amarezza invece, l’immane disastro della campagna in URSS, pur sapendo quanto “popolo” (perché i soldati erano popolo) sarebbe stato ucciso, sarebbe morto di freddo e fame, con grandi, inenarrabili, sofferenze.
Questo furono i disfattisti: autentici antifascisti, concretamente interessati al prevalere delle ragioni (e delle armi) di quei paesi che, non certo perché lo volessero, potevano comunque aprire spazi alla presa di coscienza e alla lotta delle classi subordinate. Oggi, non si riesce a far passare un discorso non troppo dissimile contro quelle che vengono ancora definite, per pura pigrizia mentale, sinistre; ognuno preferisce difendere quel po’ che ancora ha o pensa di avere. Atteggiamento comprensibile, contro cui è inutile protestare. Se però a livello di “massa” si può essere comprensivi, diverso deve essere il nostro comportamento verso coloro che “(si) raccontano storie” (cito da Althusser); cioè che raccontano agli altri, sempre, e talvolta a se stessi, delle colossali menzogne, atte soltanto a contrattare piccole prebende e posticini “al Sole” con le sinistre al Governo. E’ necessario rompere con queste oligarchie, grandi e piccine (in ogni caso meschine ed anche incapaci), dei partiti, e partitini, di “sinistra”, la specie più perniciosa attualmente esistente ai fini del mantenimento dei fortemente rinsaldatisi, negli ultimi anni, rapporti di dominazione da parte del grande capitale imprenditoriale e finanziario e, ancor più, del monoimperialismo statunitense.

Conegliano, luglio 1999

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