Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Marino Gentile

La metafisica presofistica. Con una Appendice su “Il valore classico della metafisica antica”. Introduzione di Enrico Berti.

ISBN 88-7588-000-X, 2006, pp. 144, formato 140x210 mm., € 15,00 – Collana “Il giogo” [12].

In copertina: Atena Aphaia con elmetto, testa proveniente da Egina, 460 a.C., Parigi, Musée du Louvre.

indice - presentazione - autore - sintesi

15,00

Introduzione

Di fronte alla gentile disponibilità dell’Editore a ripubblicare un libro del mio maestro, Marino xe "Gentile M."Gentile, non ho avuto molte esitazioni nel proporre La metafisica presofistica, per varie ragioni. Anzitutto si tratta di un libro pressoché introvabile, come del resto altri non meno importanti, quali Filosofia e umanesimo (Brescia, La Scuola, 1947), Come si pone il problema metafisico (Padova, Liviana, 1955), Breve trattato di filosofia (Padova, Cedam, 1974). Tuttavia, mentre questi ultimi tre volumi sono stati ripresi con ampie citazioni dall’Autore medesimo nella sua ultima opera impegnata dal punto di vista teoretico, il Trattato di filosofia (Napoli, Edizioni scientifiche Italiane, 1987), La metafisica presofistica non è mai stata ripresa, fatta eccezione per l’appendice su Il valore classico della metafisica antica, riprodotta con lievi modifiche in appendice a Filosofia e umanesimo, oggi anch’esso introvabile.
Ebbene, proprio questa appendice costituisce, a mio avviso, il pregio principale – ma non certo l’unico – di La metafisica presofistica. Essa contiene infatti la prima esposizione pubblica, se non erro, della concezione della filosofia come problematicità pura, che rappresenta il contributo teoretico più valido dato da Marino Gentile al dibattito filosofico del Novecento, contributo che egli non rinnegò mai e che continuò a caratterizzare il suo pensiero in modo del tutto originale, facendo di lui uno dei filosofi italiani più significativi del secolo. Per coloro, poi, che – come chi scrive – lo hanno condiviso, perché ne sono stati conquistati, il concetto di filosofia come problematicità pura e la conseguente maniera del tutto particolare, e innovatrice, di intendere la “metafisica classica”, rappresentano la gloria maggiore del maestro, quella per cui vale ancora la pena dichiararsi con orgoglio suoi allievi.
E come tutte le “opere prime”, l’appendice su Il valore classico della metafisica antica conserva tutto il fascino di un pensiero allo stato nascente – l’Autore lo scrisse a poco più di trent’anni –, che non le viene tolto dalla successiva memoria su La problematicità pura, presentata alla R. Accademia di Scienze Lettere ed Arti in Padova tre anni più tardi (“Memorie”, vol. LVIII, 1941-42), anche se questa passò poi a costituire il primo capitolo di Filosofia e umanesimo. Del resto l’Autore stesso doveva essere ben consapevole del valore di quanto aveva scritto nell’appendice, se non esitò a stampare sulla copertina del volume il riferimento ad essa, in caratteri cubitali appena più piccoli di quelli con cui era stampato il titolo.
Prima di parlare dell’appendice, tuttavia, è giusto parlare del corpo del libro, corpo non grande – meno di ottanta pagine –, ma denso ed importante almeno per due ragioni di carattere generale (sui pregi di carattere più particolare non mi soffermo, perché il lettore può scoprirli da sé attraverso la visione diretta dei singoli capitoli). L’opera è infatti un esempio perfettamente riuscito di confluenza tra impegno storiografico, di valore ineccepibile, e impegno teoretico, ovvero filosofico, di grande respiro. Essa perciò costi-tuisce il modello di un modo di fare storia della filosofia e filosofia teoretica insieme, che restò poi a caratterizzare altri lavori storici di M. xe "Gentile M."Gentile – per esempio Il problema della filosofia moderna (Brescia, La Scuola, 1951) –, in cui nessuna delle due discipline è sacrificata all’altra, come spesso ahimè accade, ma ciascuna valorizza l’altra, nel senso che risultati storiografici di grande rilievo sono raggiunti grazie all’impegno teoretico che ispira la ricerca, e questo a sua volta trova, per così dire, conferma del suo valore nella ricostruzione storica.
Veniamo, allora, anzitutto al contributo storico. Nel 1935, cioè appena tre anni prima della composizione di La metafisica presofistica – che risale, come risulta dall’Avvertenza, al 1938 –, era uscito negli Stati Uniti il primo importante libro di Harold xe "Cherniss H."Cherniss, Aristotle’s Criticism of Presocratic Philosophy. Questo libro segnò una svolta nel modo di fare storia della filosofia presocratica, perché da un lato richiamò l’attenzione sull’esposizione che di tale filosofia aveva fatto Aristotele, e dall’altro cercò di demolire completamente il valore storico della relazione aristotelica, presentandola come infarcita di errori, di involontari fraintendimenti e di volontarie distorsioni, tali da renderla insomma del tutto inaffidabile. Marino xe "Gentile M."Gentile conosce il libro di Cherniss, tanto che lo cita in calce al primo capitolo, quello su “Le fonti”, osservando che Cherniss aveva compreso l’intento filosofico dell’esposizione aristotelica, ma ciò nonostante aveva continuato a considerare Aristotele come un semplice dossografo (cfr. p. 29 [ed. 1939, pp. 12-13]).
Probabilmente M. Gentile non aveva fatto in tempo a conoscere le reazioni suscitate dal libro di Cherniss, specialmente nel mondo di lingua inglese; tuttavia ne aveva colto immediatamente il grave limite, talmente grave da inficiare tutto il pur meritorio patrimonio di erudizione, di filologia e di cultura dispiegato dallo studioso americano. La metafisica presofistica è, infatti, per così dire, il contro-altare, o meglio l’alternativa più valida al libro di Cherniss, perché, pur non tenendolo mai in vista – la citazione di esso riportata sopra è l’unica –, fa vedere come si scrive un libro sui primi filosofi. Gentile infatti prende le mosse, come fa anche Cherniss e come si deve fare, dalla relazione aristotelica, ma sa valutarla nel suo giusto significato e sa quindi farne il punto di partenza per una più rigorosa ed approfondita comprensione del genuino pensiero di quei lontani predecessori.
Tutto ciò risulta già chiaro sin dal primo capitolo, dove l’Autore dichiara subito l’impossibilità di fare a meno della relazione aristotelica, come fonte più antica dalla quale derivano tutte le altre, ed al contempo ne mette subito in luce l’intento teoretico, quello di ricercare se i filosofi precedenti avessero scoperto cause diverse da quelle che lo stesso xe "Aristotele"Aristotele aveva già riconosciute. Questo intento tuttavia, secondo M. xe "Gentile M."Gentile, non impedisce di risalire al pensiero genuino dei presofisti, perché Aristotele presenta le cause da loro indicate come idealmente anteriori alle distinzioni da lui introdotte. Pertanto non c’è dubbio che le cause di cui parlano i primi filosofi, se interpretate alla luce della distinzione aristotelica, devono essere determinate nel modo in cui lo ha fatto Aristotele – per esempio l’acqua di xe "Talete"xe "Talete"Talete come causa materiale, l’Amore e l’Odio di Empedocle come causa motrice, ecc. –, ma al tempo stesso è chiaro che, nell’intenzione dei presofisti, esse erano indistinte e in qualche modo dovevano svolgere il ruolo attribuito da xe "Aristotele"Aristotele alle sue quattro cause prese tutte insieme.
Di ciò non si sono accorti – osserva M. Gentile – quanti hanno cercato di difendere i presofisti dai “fraintendimenti” operati da Aristotele e tuttavia hanno continuato ad usare le sue distinzioni, che si sono rivelate decisive per la stessa scelta del materiale disponibile (per cui, ad esempio, hanno considerato i presofisti come dei fisici, o dei materialisti, senza rendersi conto che essi possono apparire tali solo dal punto di vista della filosofia aristotelica). L’unico modo, secondo l’Autore, per sottrarsi al “fraintendimento” aristotelico è di lasciare la filosofia presofistica “in quella indeterminazione mitica di significati e valori, che ne forma la suggestione poetica, ma ne limita o ne annulla l’efficacia logica” (p. 26 [ed. 1939, p. 10]). Quando xe "Gentile M."Gentile scriveva queste parole, era già in atto, da parte di xe "Heidegger M."Heidegger, il tentativo di recuperare la filosofia presocratica come unica espressione del “pensare poetante”, a cui lo stesso Heidegger stava approdando dopo la sua “svolta”. Nessuno, però, ancora lo sapeva, e perciò Gentile fu inconsapevolmente profeta. Non a caso, in occasione di uno dei miei primi lavori, che verteva appunto sui presocratici, mi venne spontaneo accostare ed insieme contrapporre l’interpretazione di Gentile a quella del “secondo” (come si diceva allora) Heidegger, a quel tempo non ancora di moda come lo sarebbe divenuto in tutta Europa negli anni ottanta.
La differenza tra le due interpretazioni era che, mentre quella heideggeriana si risolveva in una rinuncia alla filosofia tradizionalmente intesa, cioè a quella che Heidegger chiamava “metafisica” e che culminava in xe "Platone"Platone ed in xe "Aristotele"Aristotele, l’interpretazione di M. Gentile scopriva già nei presofisti quell’apertura problematica universalissima che sarebbe stata poi ripresa da Platone e da Aristotele, e la presentava come “aspirazione ad un sapere assoluto e totale, guadagnato con le forze discorsive della ragione, che fa della loro ricerca la prima metafisica” (p. 28 [ed. 1939, p. 12]). Di qui il titolo del libro, La metafisica presofistica, indicativo di ciò che per Gentile costituisce il grande merito dei presofisti, cioè quella metafisica in cui consiste l’essenza più genuina della filosofia e della quale i presofisti possono essere considerati i primi inventori.
Ma veniamo ora al contributo teoretico del libro, sintetizzato soprattutto dall’appendice. Già il titolo di questa, Il valore classico della metafisica antica, ne enuncia la tesi: la metafisica antica, specialmente quella di Platone e di Aristotele – ma, come vedremo subito, in sostanza quella di Aristotele – possiede un valore classico, cioè permanente ed attuale. Con ciò M. xe "Gentile M."Gentile si schiera subito dalla parte di quei filosofi che in Italia, a partire dal 1935, riproposero la “metafisica classica” (espressione, tra l’altro, da lui stesso coniata). A differenza di essi, per lo più neotomisti, egli non la individua però tanto nella metafisica di Tommaso, quanto, per le ragioni che vedremo subito, nella metafisica di Aristotele.
In xe "Platone"Platone e in xe "Aristotele"Aristotele, infatti, Gentile vede realizzarsi compiutamente l’esigenza metafisica già manifestatasi nei presofisti. Ma la sua valorizzazione di Platone e di Aristotele tiene conto degli studi allora più recenti sui due filosofi, quelli di xe "Stenzel J."Stenzel per Platone e di xe "Jaeger W."Jaeger per Aristotele – i due maggiori esponenti del cosiddetto neoumanesimo filologico tedesco –, i quali hanno mostrato una singolare convergenza tra l’ultimo Platone e il primo Aristotele, entrambi impegnati a rendere ragione del mondo dell’esperienza. M. Gentile interpreta questa convergenza come riguardante il momento problematico del pensiero dei due filosofi, cioè la formulazione del problema da cui nascono i rispettivi sistemi filosofici, i quali ultimi risultano invece essere totalmente divergenti. L’attenzione per il momento problematico lo porta così a scoprire che Aristotele non si staccò da Platone perché fosse già in possesso di un sistema filosofico da contrapporre a quello del maestro, ma perché ravvisò un’inadeguatezza tra il modo in cui Platone aveva formulato il suo problema e il modo in cui deve essere formulato integralmente il problema stesso della filosofia, cioè il riconoscimento della totale problematicità dell’esperienza.
Affiora così per la prima volta in M. Gentile quello che sarà poi il tema costante del suo pensiero filosofico: la concezione della filosofia come “problematicità pura”, cioè – per usare le parole con cui egli stesso la presenta nell’appendice, “un domandare tutto, ma insieme un tutto domandare” (p. 116 [ed. 1939, p. 89]). “Il problema della filosofia – scrive ancora xe "Gentile M."Gentile – ha questo di caratteristico, ch’esso è solamente ed esclusivamente problema, è un puro domandare senza che nell’atto del domandare esso sia minimamente un rispondere; è problematicità pura” (p. 118 [ed. 1939, p. 90]).
Qualcuno ha creduto, sbagliando, che questa idea della filosofia come problematicità pura sia stata ispirata a M. Gentile dal problematicismo di Ugo xe "Spirito U."Spirito, che proprio in quegli anni andava prendendo corpo con la pubblicazione, da parte di Spirito, del libro La vita come ricerca (1937). Il problematicismo di Spirito era nato dalla consapevolezza della fondamentale contraddittorietà dell’attualismo di Giovanni xe "Gentile G."Gentile, cioè l’impossibilità di dire il tutto, o l’intero, senza trascenderlo, e con ciò negare la sua natura di intero. Dalla scoperta di tale contraddittorietà Ugo Spirito aveva tratto la conseguenza dell’impossibilità di dire alcunché, e quindi della necessità di rimanere sempre e soltanto nel problema. Ma in tal modo egli assolutizzava, al posto dell’Atto gentiliano, il problema, da cui il suo problematicismo, senza rendersi conto che un problema assolutizzato, cioè senza soluzione, non è nemmeno più un problema.
Di questo, invece, si rese chiaramente conto M. Gentile, il quale perciò tenne ben distinta la sua problematicità pura dal problematicismo di Ugo Spirito. Ciò risulta in modo inequivocabile dalle seguenti parole: “Ma quella problematicità pura, da cui si muove, non è un puro vuoto, giacchè domandare non è certo ancora sapere la risposta, chè altrimenti uno non domanderebbe; ma è un sapere almeno questo, che una risposta, universale come la domanda, ci deve essere” (p. 118 [ed. 1939, p. 91]). E quali siano, rispettivamente, la domanda e la risposta, risulta altrettanto chiaro dal riferimento alla metafisica antica, in particolare ad xe "Aristotele"Aristotele. La domanda infatti, come M. Gentile spiega subito dopo, è la stessa esperienza, la quale è strutturalmente un domandare quella ragione del tutto, che non può essere data dall’esperienza stessa. L’esperienza è anzitutto il divenire, ma più in generale la vita e la storia, intesa quest’ultima con tutta l’intensità del significato antico della parola historìa. E la filosofia è il riconoscimento della pura problematicità dell’esperienza, o della vita o della storia, ed è quindi lo sforzo di darne la ragione totale, che essa richiede e invoca.
Il richiamo alla concretezza dell’esperienza risulta da critiche di xe "Aristotele"Aristotele a xe "Platone"Platone come quella, definita da xe "Gentile M."Gentile “inurbana verità di osservazione comune”, che causa di Achille è Peleo, non l’uomo in universale o l’idea di uomo (Metaph. XII 5). Ma i caratteri di concretezza e di individualità, che risultano costitutivi dell’esperienza, “non possono mancare nel principio che ne viene posto come ragione” (p. 123 [ed. 1939, p. 95]). Questo dunque va ritrovato nell’Atto puro di cui Aristotele parla nel libro XII della Metafisica, dopo averne mostrato le caratteristiche di pensiero nei libri VII, VIII e IX, sia pure presentato da Aristotele con tutti i limiti della coscienza religiosa, cosmologica e morale del suo popolo (p. 124 [ed. 1939, p. 96]). Esso non va confuso con l’Atto puro di Giovanni xe "Gentile G."Gentile, perché a differenza di questo trascende completamente l’esperienza, e perciò ne lascia sussistere intatta quella problematicità che è la dimostrazione della stessa necessità di un Atto puro trascendente. In questo senso la posizione di xe "Aristotele"Aristotele, e di M. xe "Gentile M."Gentile, è autentica metafisica, ed è classica, cioè dotata di valore permanente.
La ragione per cui M. Gentile, a differenza dagli altri sostenitori della “metafisica classica”, preferisce la metafisica antica a quella medievale, compresa quella di San xe "Tommaso d'Aquino"Tommaso, è che la metafisica antica è un philosophein che si esercita direttamente sullo historein, cioè sull’esperienza, mentre la metafisica medievale è un philosophein che si esercita anzitutto sul philosophein, cioè su varie altre filosofie, quali l’agostinismo, l’averroismo, l’aristotelismo (p. 126 [ed. 1939, p. 97]). Riflessioni analoghe si possono fare, secondo M. xe "Gentile M."Gentile, sulla filosofia moderna, persino su quell’espressione di essa che più di tutte ha cercato di fare i conti con l’esperienza, cioè la filosofia di xe "Kant I."Kant, “già venata di anticipazioni sistematiche per la congiunta influenza del wolfismo e della filosofia di David xe "Hume D."Hume” (p. 126 [ed. 1939, p. 98]).
Chi conosca l’intera opera filosofica di M. Gentile non può non riconoscere la presenza, in questa appendice su Il valore classico della metafisica antica, di quasi tutti i temi che egli avrebbe poi ripreso e sviluppato negli scritti posteriori, ma qui presentati, come abbiamo detto, allo stato nascente. Da ciò, a mio avviso, l’interesse offerto dalla ristampa di questo libro non solo per gli studiosi di storia della filosofia, ma più in generale per tutti gli appassionati di filosofia.

ENRICO BERTI


Padova, giugno 2006

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