Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 127

Fabio Giannelli

Pistoiesi alla prima guerra d’Africa (1887/1896). Introduzione di Marco Francini.

1997, pp. 128, formato 140x210 mm., Euro 10.

In copertina: Lo sbarco a Zula e Arafali. Immagine tratta dal volume Guerra d’Africa, Ed. Perino, Roma, 1887

indice - presentazione - autore - sintesi

10,00

I risultati della ‘fatica’ di Fabio Giannelli, che alla resa dei conti pare averlo impegnato piacevolmente – come dice lui stesso e c’è da credergli! – se non gioiosamente, si pone al crocevia di alcune tematiche di natura metodologica, disciplinare, didattica.
Non vorrei ‘caricare’ fin troppo il libro sulla prima guerra d’Africa, concepito e realizzato nell’ottica di una ricerca di storia locale, di significati e di valenze, che esulano dal campo ‘programmatico’ che l’autore si proponeva di seguire; ma il progetto del libro solleva oggettivamente problemi in ordine al rapporto tra storia locale e storia nazionale-mondiale, circa l’utilizzabilità della storia locale a scuola, sul rapporto fra ricerca didattica e ricerca storica, sulla distinzione/analogia della storia-racconto rispetto al raccontare una storia. Cercherò di sviluppare alcune implicazioni di questa complessa problematica.
Il libro è di quelli che contengono una provocazione di segno positivo. Il lungo silenzio – quasi oblio – in cui sembrava essere caduta la disfatta di Adua poteva far supporre un atto di rimozione della coscienza per un inconsapevole ed opprimente senso di colpa oppure una volontaria cancellazione dalla memoria collettiva. A parte le opere di Roberto Battaglia, Angelo Del Boca e, più recentemente, di Nicola Labanca, la storiografia italiana ha taciuto a lungo.
In una delle prime biografie di Francesco Crispi, pubblicata nel 1922 – quindi quando la materia non era più ‘incandescente’, ma era decantata tanto più che erano ormai alle spalle ben altre vicende belliche, come l’impresa libica e la prima guerra mondiale –, Arturo Carlo Jemolo parlava delle frustrazioni serpeggianti nell’opinione pubblica dopo le sconfitte nelle guerre risorgimentali e soprattutto per le disavventure africane di fine secolo: «[...] quel bruciore per gli insuccessi militari non aveva nulla che lo compensasse. Le delusioni su questo terreno del prestigio militare, che per i popoli è il punto delicato, l’equivalente della sessualità – quello su cui gli uomini possono soffrire le mortificazioni più profonde –, non trovano altrove ragioni di conforto [...]». Così credo che si possa spiegare l’origine del lungo silenzio in cui cadde il disastro di Adua, l’origine del tentativo di minimizzare l’entità e la portata di quella ‘catastrofe’ militare.
Può risultare interessante notare che le voci relative alle vicende della guerra italo-etiopica del 1894-1896, inserite in quel ‘monumento’ della cultura italiana, che il regime fascista volle edificare con l’Enciclopedia coordinata da Giovanni Gentile, e redatta poco prima del rilancio della politica colonialista da parte di Mussolini, furono affidate ad un maggiore dell’esercito, Agostino Gaibi, esperto in storia militare coloniale. La sua ricostruzione degli avvenimenti è inquadrata e risolta esclusivamente in termini militari e con accenni a trattative diplomatiche. Non una parola sulle origini del conflitto né sulle ‘ragioni’ della presenza dell’Italia in Africa né su come l’esercito abissino si fosse procurato armi e munizioni ossia sulla loro provenienza.
Per cui la battaglia di Adua, salvo qualche prudente inciso, è presentata come non cercata né voluta dai responsabili del corpo di spedizione, insomma una disgrazia, anzi – per essere precisi – «una disgraziata sequela di contrattempi e di disguidi».
La descrizione, poi, di tutte le battaglie di quegli anni, al di là delle roboanti e reiterate attestazioni di eroismo, offusca assai – a guardare a fondo: irride – l’immagine dei comandi militari: a Dogali nel gennaio 1887 il tenente colonnello De Cristoforis è attaccato e sopraffatto mentre sta portando aiuto, in ritardo, al fortino di Saàti; ad Amba Alagi nel dicembre 1895 la guarnigione del maggiore Toselli cade senza ricevere i soccorsi richiesti e attesi per difetti di comunicazione; il 1° marzo 1896 ad Adua un’ «errata interpretazione degli ordini, o [l’] inesatta compilazione dello schizzo distribuito dal comando, o [un’] inopportuna iniziativa» portano al disastro.
Come osserva Giannelli, se si esce dal campo della storiografia – chiamiamola – ufficiale, che ha cercato di minimizzare il ricordo delle sconfitte, in particolare di quella di Adua perché «ebbe in Italia una ripercussione esagerata, causò la caduta del ministero Crispi, e influì sinistramente per lungo tempo sul nostro sviluppo coloniale», alcuni ‘segni’ delle infauste imprese italiane di fine Ottocento in terra d’Africa sono rimaste e rimangono nei nomi di strade e di piazze delle città, ma in riferimento ai successi coloniali del regime fascista; altri sono stati tolti, come targhe e lapidi commemorative. Fatto sta che nessuno se ne ricorda più; i giovani non ne sentono parlare perché anche a scuola il tema del colonialismo è solo sfiorato (nel migliore dei casi!).
L’argomento del libro di Giannelli è di quelli che scottano davvero, perché nuove forme di colonialismo sono operanti su scala planetaria, mentre le popolazioni delle aree più povere si stanno riversando verso i paesi più fortunati: l’esodo di massa spinge gli emigranti dalle zone, dove regna l’assoluta povertà, verso i poli dell’opulenza; dai miraggi ‘reali’ del deserto al ‘miraggio’ del benessere economico.
Lo studioso americano Francis Fukujama, qualche anno fa, dopo i rivolgimenti dell’ ‘89, scrisse un saggio dal titolo La fine della storia e l’ultimo uomo, il cui messaggio fondamentale è un inno all’individualismo, all’intraprendenza personale. Fukujama contesta radicalmente le idee rousseauiane sull’indole ‘buona’ della natura umana, spazzando via il ‘mito del buon selvaggio’; anzi, rifacendosi ad Hegel e mescolandone il pensiero con influssi darwiniani, sostiene che la lotta per il prestigio e l’affermaione di sé (la «lotta per il riconoscimento») sono il vero ed unico motore della storia. Come si vede, alla fine del Novecento riemergono ideologie vecchie di cento anni, ma sono presentate per nuove. Il problema risiede nel fatto che esse circolano a livello di senso comune, per cui si accettano, come verità indiscutibili, senza distinsioni critiche, la supremazia e il primato dell’Occidente e del Nord industrializzato. Idee simili conducono a torve e drammatiche conclusioni, come quelle del filosofo Emanuele Severino che, affermando l’inevitabilità dello scontro fra il Nord e il Sud del mondo, avverte che bisogna prepararsi...
Partendo da una questione storica e storiografica Giannelli ci sollecita indirettamente a porci degli interrogativi sul presente. In quale relazione sta il tentativo di colonizzare, in nome della civilizzazione, altre terre e popolazioni ‘altre’ con le reazioni di oggi di fronte alle massicce correnti migratorie? Che cosa chiedono quei popoli, che si tentò di ‘portare alla civiltà’, agli odierni ‘consumatori del Nord’?
I fatti narrati da Giannelli presuppongono e tengono sullo sfondo un discorso sui possedimenti coloniali dell’Italia umbertina, sugli umori dell’opinione pubblica di allora davanti alle scelte espansionistiche e alla politica di ‘grandezza’, sui veri scopi e sui reali interessi europei - in particolare quelli italiani - nella corsa alla conquista di territori nel continente africano. Se la scuola ha ancora qualche possibilità di incidere sulla formazione dei giovani nell’attuale deriva di ‘senso’ e, specificamente, di ‘senso storico’, lo studio del colonialismo può essere preso utilmente ad oggetto in sede di programmazione, almeno per una o alcune unità didattiche.
Chiara Profumo, redattrice della rivista “Strumenti” del Centro Ricerca Educazione allo Sviluppo (CRES), supplemento quadrimestrale di “Manitese”, alla fine dell’esposizione di un’esperienza da lei condotta in una classe del Liceo Scientifico dove insegna, riporta l’osservazione di un suo alunno che - confessa - l’ha fatta riflettere e che dovrebbe indurre a riflettere ogni insegnante (non solo quelli di storia).
La classe aveva svolto una ricerca sul colonialismo italiano in epoca fascista e l’alunno se ne uscì con queste parole: «Prof., sa che Hailé Selassié doveva essere davvero importante... Ho scoperto che Bob Marley lo considerava quasi un Messia nero arrivato sulla terra a liberare l’Africa...». Intuitivamente, per vie molto trasversali, l’alunno ha ‘scoperto’ un aspetto della storia extra-europea - la resistenza al colonialismo – che, qualora sia trattato, è licquidato con brevi cenni sui manuali e su cui storici marxisti - come Walter Markov – avevano richiamato l’attenzione nel pieno della decolonizzazione.
Questo episodio si lega idealmente ad un altro – e ne completa il senso – che mi ha raccontato un collega ed amico dell’Istituto d’Arte di Pistoia, Mauro Matteucci. Un suo alunno, mentre la classe discuteva delle condizioni degli immigrati nel nostro paese e del nostro atteggiamento nei loro confronti, usò la seguente espressione: «Bisogna considerare ‘persone’ queste persone!». Sembra solo un gioco di parole, ma nasconde una contraddizione reale che si rivela nei comportamenti e nelle mentalità, nell’opinione pubblica.
I due ‘aneddoti’ – aneddoti perché curiosi, ma curiosi solo in apparenza – mi servono a dire che occorre trovare nuovi approcci e differenziati all’insegnamento/apprendimento della storia, che riescano a coinvolgere gli alunni. Proposte didattiche su temi collegati al colonialismo contribuirebbero a sradicare luoghi comuni, pregiudizi, paure della ‘diversità’ o quelle per eventuali turbamenti dell’ ‘ordine’ esistente; a superare i confine dell’eurocentrismo e dell’etnocentrismo.
Un suggerimento per avviare un itinerario didattico su queste tematiche potrebbe venire dalla letture di un breve brano tratto dal volume delle Guide d’Italia del Touring Club Italiano, dedicato a Possedimenti e Colonie del 1929. L’autore della parte introduttiva al capitolo sull’Eritrea, Giorgio Brunetti, «preside delle R. Scuole Medie ad Asmara», capitale dell’Eritrea dai tempi del primo governatore Ferdinando Martini, scriveva, circa il contegno da tenersi cogli ‘indigeni’ durante un eventuale soggiorno turistico, che «l’indigeno della parte centrale e meridionale dell’Eritrea (Tigré o Tigrai), è come l’abissino orgoglioso, generoso,volubile, e, come tutti gli orientali, dissimulatore, furbo e accorto parlatore. Occorre trattarlo con giustizia e bontà ma senza debolezza. Saper diffidare è buona regola; troppa familiarità è fuori luogo». Mi sembra uno spunto interessante per sviluppare una discussione, considerando che i giudizi – o pregiudizi – lasciano supporre che a livello di senso comune l’esistenza delle colonie e il dominio su un altro popolo fossero fatti accettati e dati per scontati. Quanta distanza dal principio di tolleranza, uno dei punti ‘alti’ del pensiero illuminista! Principio che peraltro non basta più nelle attuali contingenze, tanto più che parlare di tolleranza è molto ambiguo dove non esiste pariteticità. Se si vuol compiere un passo in avanti sul terreno dei rapporti interetnici e interculturali, si deve approdare alla pratica del rispetto che si fonda sulla conoscenza reciproca, intersoggettiva: servono, in definitiva, nuovi modelli pedagogici.
Il libro di Giannelli è una lettura stimolante per un altro motivo. Lui, che non è uno storico di professione né insegnante di storia, pur lavorando nella scuola, propone - non da ora, bensì, da anni – di utilizzare proficuamente la storia locale nell’insegnamento e dimostra con fatti concreti la validità di quell’assunto. Nel caso specifico di cosa si è servito? Cronache di giornali, carte archivistiche, documenti iconografici, memorie pubblicate, testimonianze orali: un armamentario assai ricco, tanti piccoli frammenti di difficile reperibilità e connessione.
Questo è il suo modo di procedere. Con i ragazzi – e i colleghi disponibili – è arrivato ad un certo punto del percorso. Poi, appassionatosi all’argomento, ha continuato a raccogliere materiali con pazienza e diligenza. Il frutto finale del suo lavoro è rappresentato da questo libro che illustra i riflessi – diretti ed indiretti – di un ‘evento’ storico di portata internazionale su una comunità locale. Il libro medesimo, però, può servire da avviamento per ulteriori letture ed approfondimenti con potenziali effetti di ricaduta anche sul mondo della scuola.
In più Fabio Giannelli, che conosco ‘da una vita’, dalla prima gioventù, possiede la ormai rara virtù – per lui quasi istintiva e naturale – di saper ‘raccontare’ con semplicità gusto e garbo, di coltivare il gusto della ‘narrazione’, come ha dimostrato in altre occasioni: una virtù assai importante nel contesto del processo educativo (e non solo...) .

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