Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 152

Siro Butelli

Quando il sole discende la sera... Raccolta di canti per voci maschili. Parole e musica di Siro Butelli. Introduzione di Carmine Fiorillo: “L’armonia del suo sorriso”.

ISBN 88-7588-003-4, 2006, pp. 184, formato 210x297 mm., Euro 15.

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indice - presentazione - autore - sintesi

15,00

L’armonia del suo sorriso

UNA GIOIOSA BENEVOLENZA
Camminare insieme con Don Siro per le strade di Pistoia, accompagnarsi a lui nelle più piccole frazioni del circondario della città o anche in altri comuni della provincia, è stata un’esperienza veramente unica. Ovunque si affacciavano volti di uomini e di donne a salutare, con affetto, con rispetto questo prete ad un tempo imponente per la sua prestanza fisica e delicatissimo nella dolcezza espressiva dei suoi occhi e del suo sorriso, oltre che della sua parola. Insegnanti, medici, architetti, operai, impiegati, muratori, studenti, assessori, pensionati, la gente comune, i più poveri, i più abbandonati, i reietti della società, e tante altre persone, tutti insomma a rivolgersi amichevolmente, con gioia sincera e senza alcuna formale deferenza, a Don Siro. Quante persone hanno avuto rapporti, nelle più svariate situazioni, con il prete Butelli don Siro? Moltissimi sono rimasti segnati dalla sua forza d’animo, dal suo equilibrio, dalla sua umanità e dalla inesauribile sua capacità di ascolto, dalla forza della sua fede e dalla spiritualità profonda che animava ogni sua azione, quella azione con cui concretizzava gioiosamente la quotidianità del suo ministero. Gioiosamente, certo!

USAVA IL LINGUAGGIO DEL SORRISO
Don Siro usava il linguaggio del sorriso. Gli era naturale, come la benevolenza. La violenza e il “potere”non usano mai il linguaggio del sorriso. Il suo sorriso poteva rivelare un mondo nuovo: non escludeva la serietà, ma la purificava e la completava. La purificava dal dogmatismo, dall’unilateralità, dalla sclerosi, dal fanatismo e dalla perentorietà, dagli elementi di paura e di intimidazione, ... Con il sorriso egli cercava, nella speranza che infondeva, di vincere la paura, di rischiarare la coscienza degli uomini e delle donne che lo avvicinavano. Dietro al sorriso non è mai nascosta la violenza: il sorriso non esige alcun rogo; l’ipocrisia e l’inganno non ridono mai, ma hanno addosso una maschera “seria”; il sorriso non può essere autoritario, non è segno di paura, ma è coscienza di forza. Il sorriso di Don Siro era una forma interiore e non esteriore...
Il suo sorriso era cultura nuova. E, come ogni atto culturale nuovo, viveva nel quotidiano, ed essenzialmente ai “confini”: in questo stava la sua serietà e importanza, anche se per molti risulta incomprensibile, pur se degna di considerazione. Questo è veramente il “nuovo”.
E sapeva inoltre che se il “nuovo” viene distolto dai “confini”, esso perde terreno, diventa vuoto e borioso, degenera e muore. Il suo sorriso era legato alla vita, alla nascita, alla speranza, alla carità, all’amore.
L’umanità e la fede di Don Siro si alimentavano di realtà, non di semplice esitenza, perché una esistenza deprivata di realtà toglie senso al vivere umano, lo svuota di umanità, che sradica dall’essere imponendo una ricerca ossessiva dell’autoaffermazione nell’apparire. Il Dio di don Siro era una presenza reale, più reale e sensata di quanto non siano le cose precarie, flessibili e reciprocamente separate in mezzo alle quali oggi viviamo.
Di lui non si può davvero dire quel che dice il curato d’Ambricourt nel Diario di un curato di campagna di G. Bernanos: «La mia parrocchia è divorata dalla noia. Ecco la parola. Come tante altre parrocchie». È stato un uomo invece che trasudava gioia di vivere contagiando tutti coloro che lo avvicinavano, è stato un prete che nella fede ha saputo trovare il coraggio per affrontare e superare anche le proprie umane debolezze, la propria fragilità. La Cappellania curata de “Il Tempio”, per l’impulso irresistibile di Don Butelli, non ha mai avuto modo di indulgere alla noia. Don Siro, infatti, è stato un prete venuto «da lontano» e anche l’eperienza della «Casa di Reinserimento Il Tempio, Onlus», come quella della «Mensa dei Poveri “Don Siro Butelli”» attualmente promossa dalla Caritas Diocesana e diretta da Marcello Suppressa, possono essere comprese appieno solo se consideriamo la sua complessiva esperienza di vita. Da dove è venuto dunque, e come si è sviluppata la sua vocazione?

È BELLO E GIUSTO FARNE MEMORIA
La memoria non è soltanto il riportare all’essere, nella nuova forma di significati di cui le immagini ricordate sono il semplice sostegno, ciò che il tempo rende evanescente, ma è anche la prefigurazione del futuro. Quanto più individui e popoli disperdono le loro memorie, tanto più il loro futuro è indeterminatezza, vuoto, puro e semplice invecchiamento. E quanto più essi rinunciano alla speranza di realizzare gli eterni valori dell’essere, impoverendo il loro futuro all’indeterminata ripetizione del presente, tanto più sono incapaci di custodire il loro passato rammemorato, e perdono memoria storica. Certo, la memoria conferisce al passato un volto diverso da quello del passato meramente temporale: il volto del passato rammemorato.
La rammemorazione non è certamente la risurrezione. Ma si può anche dire che, tramite la memoria, il passato risorge purché si abbia chiaro che a risorgere non è la peculiare esistenza che il tempo ha, ma il suo significato. L’esistenza concreta e temporale di Don Siro non c’è più, ma rinasce come significato d’essere nella mia memoria. Ciò a cui la mia memoria è fedele, ciò che trattiene nel mio essere, è una trama di significati di ciò che lui è stato, e le immagini in cui si articola la sua memoria valgono non in quanto immagini, ma in quanto sostegni della trama di significati di cui si sostanzia. Certo, il passato meramente temporale di Don Siro è dato da fatti che non sono più, ma il passato rammemorato di Siro è costituito dalla traccia di significato di quei fatti che continua ad essere, conservato come spirito. Il passato rammemorato è dotato di una propria identità, la storia costitutiva della sua identità: e illumina come tale il paesaggio del mio presente.

LA TRAMA DEI SIGNIFICATI VISSUTI
Ogni persona ha una propria storia, che è insieme la manifestazione e la radice della sua identità. Essa non è affatto costituita dal tempo trascorso da quel soggetto, ma è la trama dei significati vissuti che quel soggetto ha salvaguardato come parte integrante di se medesimo.
Don Siro nasce a Lamporecchio il 28 marzo del 1925, da una famiglia di modeste condizioni economiche: suo padre era un ottimo idraulico. La sorella Graziella, che vive a Lamporecchio, ricorda di lui: «Fin da bambino diceva sempre che voleva fare il prete. Il babbo non lo prendeva molto sul serio; ma Siro era molto assiduo della Parrocchia, già da quando aveva sei o sette anni. Sì, proprio nel 1932 morì il parroco Don Luigi Cioletti, e Siro fu molto colpito dalla morte del prete che lui vedeva molto spesso. Per questo si affezionò tanto a Don Finocchi, il nuovo parroco. La prematura scomparsa di quest’ultimo, nel 1934, quando Siro aveva appena compiuto nove anni, accentuò in mio fratello l’idea del sacerdozio. Ricordo che in famiglia si parlava allora di un episodio assai significativo raccontato da Paolo Morosi, un muratore che stava allestendo la tomba di Don Finocchi. Mentre stava lavorando sotto gli occhi di Siro, assestando dei colpi di martello, caddero dei mattoni dalla tomba accanto che era quella di Don Cioletti, morto due anni prima, e comparvero i resti del precedente parroco ancora vestito in abiti sacerdotali. Il Morosi disse: “Vedi ragazzo, muoiono anche i preti!”. E mio fratello gli rispose: “Non ti preoccupare, tanto ci sono io”».
Non è un episodio straordinario a determinare la vocazione: la sua straordinarietà risiede invece nel sorgere spontaneamente dalla vita quotidiana di quel ragazzo di nove anni. Il padre, dopo una responsabile iniziale resistenza, accorda il permesso di entrare in Seminario e il giovanissimo Siro, a nove anni appena, entra nel Seminario di Pistoia. Il 29 giugno del 1948 viene ordinato Sarcerdote da Mons. Giuseppe De Bernardi ed inviato, il 10 ottobre, come Cappellano, nella Parrocchia di Poggio a Caiano. Ma appena due mesi dopo, il 31 dicembre 1948, muore Don Borchi, l’anziano Parroco che Don Siro doveva coadiuvare. Sul giovane prete vengono a cadere improvvisamente tutte le responsabilità della grande Parrocchia.

LA SUA FRAGILITÀ
Per un anno e mezzo, fino al giugno del 1950, il suo impegno è completo, la sua dedizione al ministero assoluta, la disponibilità oltre ogni misura. Ma l’esperienza di prete è ancora all’inizio, l’impegno come parroco alla ricerca di una più profonda maturità, l’impatto immediato e diretto con le sofferenze degli uomini dirompente.
Incorre in una grave forma di esaurimento nervoso con vistoso dimagramento. Il padre viene a prenderlo e Don Siro, per ragioni di salute, trascorrerà nella casa di Lamporecchio quasi quattro anni, dal ’50 al 54. Sono anni molto difficili, vissuti da Don Siro nella paura di non essere capace di adempiere al proprio ministero: una sorta di paura fisica come da “insufficienza” verso gli altri. Anche la celebrazione della Messa era drammaticamente somatizzata.
Nel settembre del 1952 si reca in pellegrinaggio da Padre Pio di Pietralcina che incontra sia nel confessionale sia in un colloquio privato che era stato preventivamente richiesto. Don Siro, è lui a raccontarlo leggendo una pagina di diario, chiede di poter essere figlio spirituale di Padre Pio che risponde con queste parole: «E perché no! Però guarda di non farmi scomparire. Di che cosa hai paura? Sei nelle mani di Dio. Torna a lavorare».

IL SUO INGRESSO A “IL TEMPIO”
E nell’ottobre del 1954 il Vescovo Monsignor Mario Longo Dorni, dopo aver fatto un sondaggio tra i preti (che in maggioranza si espressero per la candidatura di Don Siro) lo nomina alla Cappellania Curata de “Il Tempio”, subentrando al Canonico Gargini. Inizia la sua opera, complessa e multiforme come direttore del Ricreatorio del Tempio. È questo un luogo di formazione e di attività pastorali per i ragazzi e i giovani, con riferimento al contesto familiare (sul piano pedagogico) e a quello sociale (sul piano della presenza nella scuola, nel mondo del lavoro, nella comunicazione, ecc.).

I SUOI RAGAZZI
L’attività sportiva, innestata sul discorso educativo, è stata una delle principali attività svolte dal Ricreatorio. Il “campino” del “Tempio” era all’epoca uno dei pochi attrezzati per il gioco del calcio (oltre allo Stadio comunale di Monteoliveto). Don Siro organizza all’inizio sei squadre di ragazzi (circa novanta) ogni anno, che crescono numericamente sempre di più: l’insufficienza della struttura spinge allora alla costruzione di un impianto sportivo nella zona di Chiazzano. L’Unione Sportiva Tempio arriverà ad avere 120 ragazzi iscritti all’anno. La nonna e la madre di Don Siro, l’infaticabile signora Amabile, lo aiuterranno nell’accoglienza di questi giovani calciatori, lavandone a mano tute, calzettoni, pantaloncini e magliette, per molti anni, fino al 1973. Il 70-80% delle ragazzi delle Parrocchie cittadine venivano al Tempio. Fino al 1965 esistevano solo altri due centri per giovani: a S. Leone e a S. Vitale, e qualcosa c’era anche a S. Bartolomeo. Dall’U.S.T. nascerà poi l’Unione Sportiva Tempio Chiazzano, con sette squadre in attività e che costituisce un importante vivaio. Don Siro ne è stato fino alla sua morte Presidente onorario: il Campo sportivo di Chiazzano porta il suo nome.
Renzo Corsini, della G. Sportiva Avanguardia di Pistoia, uomo di grande impegno laico, oltre che sportivo, di ispirazione non assimilabile a quella di Don Siro, ci ha raccontato episodi veramente belli sul suo rapporto contraddittorio con il “mister” prete: «Il “Mister” seguiva i propri giocatori su e giù dai bordi del campo, urlando, suggerendo, imprecando, intavolando dibattiti volanti con l’arbitro, con il pubblico alle spalle, con chi capitava. Stare a contato di gomito non evitava certo le liti, ma aiutava risolverle più facilmente. Quel giorno Don Siro guardò preoccupato l’orologio e poi disse: “Corsini, devi fami un piacere”. Ero sorpreso che quel prete mi si rivolgesse così all’improvviso, e poi per chiedermi un favore, proprio dopo che avevamo giocato ‘contro’. Prima di allora non avevamo mai parlato, e poi io ero ‘rosso’, lui, ovviamente, ‘bianco’. E lo sapeva benissimo. “Devo andare a dire Messa e sto facendo tardi: portami con la tua lambretta al Tempio”. Ero frastornato. Ma, devo ammetterlo, provavo certo orgoglio nel vedere che anche un ‘miscredente’ poteva essere utile a un ministro del culto. Con tutti gli amici che aveva, proprio a me doveva chiederlo. Sì, perché non si poteva allora, stare nel mezzo. Se sceglievi la Parrocchia o il Ricreatorio eri di quelli ‘bianchi’; se bazzicavi il ‘Bugiani’ o il ‘Garibaldi’ eri marchiato per i ‘rossi’. Quando, in anni successivi, alle prese con seri problemi di salute, ricevetti, nel buio di una cameretta del reparto oculistico dell’Ospedale del Ceppo, la visita di Don Siro, le sue parole di stima mi riportarono a quel primo, imprevedibile dono di amicizia. Da allora si è solidificata nel tempo la stima e l’apprezzamento per l’opera di un uomo di cui oggi purtroppo la Città non sembra riconoscere i meriti».

IL CENTRO TURISTICO GIOVANILE
Don Siro, sempre nell’ambito del “Tempio”, dal 1955 al 1970 è anche assistente del Centro Turistico Giovanile, sotto la Presidenza del compianto Giorgio Marchioro. Il C.T.G. sviluppa una proposta di attività turistiche e del tempo libero legato al turismo e dà impulso a molte attività dei gruppi parrocchiali. Decine e decine di giovani partono con Don Siro per gite educative e formative. Per un certo periodo il C.T.G. sarà una delle tre più importanti organizzazioni turistiche nazionali. Il C.T.G. costruisce anche un albergo il località Maiori su progetto dell’Architetto Carlo Sguazzoni, la Palazzeta a Vada, la Cappella con abitazione annessa a Butale, sopra Lizzano.

IL CORO GENZIANELLA
Nell’ambito del Centro Turistico Giovanile nasce l’esperienza del Coro Genzianella, di cui Don Siro è stato Direttore. L’importanza di questo gruppo corale è ben nota in città, ma lo è anche a livello nazionale. Si pensi alle Rassegne organizzate dalla Genzianella al Teatro Manzoni, ma anche a tutti gli inviti che il Coro ha ricevuto da moltissime città italiane. Il Professor Giovanni Sguazzoni, fratello dell’Architetto Carlo, a proposito del Coro, ci confida: «La mia conoscenza di Don Siro risale ai primi anni in cui fu dato vita al Centro Turistico Giovanile, che aveva lo scopo di proporre ai giovani il turismo in genere come momento di arricchimento interiore.
Don Siro celebrava per noi la Messa prima della partenza per l’Abetone, nelle fredde mattine invernali, quando fuori ancora non albeggiava. In pullman il canto nasceva spontaneo. Fu lanciata l’idea di costituire un coro, e così nacque la Genzianella: era l’anno 1955. Don Siro e la Genzianella hanno da allora formato un binomio inscindibile, e così continua ad essere oggi. Anno dopo anno, Don Siro ha ripetutamente proposto canzoni originali, frutto di riflessioni ispirate o a motivi occasionali come la morte di un amico o nella ricorrenza di avvenimenti importanti, quali la strage del Padule. La Genzianella ha cercato e cerca di tradurre in voce quei motivi che esprimevano l’animo di Don Siro, poeta e compositore».

I CARRI ALLEGORICI A PISTOIA
Sempre nell’ambito del C.G.T. Don Siro, con i ‘suoi’ giovani, promuove al “Tempio” una singolare iniziativa. Impara dai maestri di Viareggio le tecniche della costruzione dei carri allegorici per il carnevale. A Pistoia, prima del 1957, era andato a scomparire il Carnevale dei ragazzi. Dal 1957 al 1960 egli riattiva questa manifestazione, costruendo personalmente tre carri allegorici: 1) Pamela: la nave dei pirati; 2) Alì Babà e i 40 ladroni; 3) Peter Pan. Vincerà anche un premio per questa sua attività.

AZIONE CATTOLICA, SCOUTS,
CENTRO ITALIANO DI SOLIDARIETÀ
Per la formazione e l’attività pastorale a favore dei giovani Don Siro ospiterà, dal 1979 al 1982, nei locali del “Tempio” tutto il settore giovanile dell’Azione Cattolica (Azione Cattolica Ragazzi, A.C.R.; Azione Cattolica Giovanile, A.C.G.) essendone l’assistente spirituale. Ospiterà inoltre per alcuni anni il Clan Orizzonti, gli scouts della fascia d’età liceo-universitaria. È nominato inoltre, sempre nel 1985, responsabile del Centro Diocesano Vocazioni. Ospita anche nei locali del “Tempio” la sede centrale del Centro Italiano di Solidarietà, il C.E.I.S., presieduto da Suor Gertrude; nonché il Gruppo Anonimi Alcolisti.

IL CINEMA “ROMA” E IL CENTRO CULTURALE
Coloro che amano il buon cinema debbono a Don Siro l’attivazione del Cinema Roma d’Essai, di cui è stato gestore, cinema che, per moltissimi anni, ha rappresentato un punto di riferimento culturale importante anche per lo svolgimento di vari Cineforum promossi da Don Siro con le scuole e del Provveditorato sul cinema d’avanguardia.
In campo culturale, altra attività significativa è stata la fondazione del Centro Culturale Il Tempio, di cui Don Siro è stato Presidente.
Il Preside Silvano Cartei, all’epoca Presidente del Consiglio di Amministrazione del Ricreatorio, nei primi anni Ottanta del Novecento caldeggiò il recupero di questa parte del “Tempio” e la sua destinazione, come Centro Culturale, realizzandolo concretamente con i fondi necessari reperiti da enti cittadini, dal momento che lo spazio del Centro Culturale era in origine occupato da una rimessa auto e da una piccola falegnameria.

È STATO INSEGNANTE
Don Siro è stato insegnante, svolgendo la propria attività didattica nella scuola inferiore e superiore del Seminario Vescovile fino al 1969, con Mons. Giordano Frosini, allora rettore. Poi, quando il Seminario Vescovile viene chiuso per mancanza di un numero sufficiente di seminaristi, passa ad insegnare all’Istituto Einaudi, dal 1969 al 1989. Da un impegno con 17 classi nel 1969 arriva alle 35 classi del 1989, con una media di 25 allievi per classe. Sono migliaia di giovani che entrano in rapporto con questo sacerdote. I suoi colleghi insegnanti ricordano molto bene come cercasse di convincerli ad adottare nuovi metodi di insegnamento e lo vedevano ricercare sempre nuove metodologie innovative, invocando in particolare il carattere integrato delle varie espressioni pittoriche, musicali, letterarie, ecc. Un insegnamento il suo che cercava di aiutare i giovani a svincolarsi dalle pastoie nozionistiche per spingerli sempre alla verifica della proposta educativa e culturale con la vita concreta e con i fatti concreti.

AMAVA IL BELLO DELL’ANIMA
Per lui la principale caratteristica dell’essere e del pensiero quotidiano era rappresentata dalla connessione, pur attraverso i necessari passaggi e le opportune mediazioni, di teoria e prassi. Don Siro amava e generava il bello, il bello dell’anima. Lo cercava e lo promuoveva in tutti coloro che incontrava. Era un uomo volto alla generazione: sorgeva in lui un intenso desiderio del bello, convinto che non è possibile generare alcunché nel brutto, e in lui l’impulso generativo era alimentato dal bisogno di toccare l’eterno con la propria finitudine.
Rifuggiva dal brutto dell’anima.
I più si adattano al brutto dell’anima e non lo percepiscono più come tale. Il bello dell’anima è il contesto che suscita la generazione di ciò che vale e che ci sopravvive; il brutto dell’anima è ciò che scoraggia tale generazione; chi è spiritualmente fecondo, perciò, anela al bello e ha repulsione del brutto dell’anima, mentre coloro che sono spiritualmente sterili e inerti sguazzano senza disagio nel brutto. Il pregiudizio empiristico contemporaneo non permette ai più di pensare l’eternità come significato del presente anziché come durata del futuro. Ed è di ostacolo la povertà delle esperienze contemporanee. Chi infatti abbia vissuto una autentica esperienza d’amore, nel senso lato del termine, è in grado di intuire come la permanenza del valore di ciò che vale, la sua immortalità, la sua eternità, non sono che la pienezza di significato umano della sua presenza.
La dimensione della realtà è questa. Ciò che è reale può essere rivissuto nel suo significato dovunque si dia un orizzonte umano, e per questo ogni suo apparire sussiste in una pienezza di valore.

DEDICARSI AGLI “ULTIMI”
Fabio Giaconi racconta di lui: «Lo conobbi che eravamo poco più che ragazzi: ed era già prete. La vita ci condusse per strade diverse. L’ho ritrovato adulto e gioioso ed è ancora prete, ma con una più precisa vocazione: i poveri e, tra i poveri, i poverissimi. La sua amicizia mi consola in questo tempo pieno di nulla. La sua fiducia nel domani, difficile da capire, è disarmante. Mi ha fatto sentire viva una grande dimenticata del nostro tempo: la Provvidenza».
Ed infatti è con l’ottimismo della speranza (ed egli ha sempre saputo infonderla negli altri) che ha reso possibile, nell’esperienza de “Il Tempio”, contrastare il pessimismo devastante che trasforma la vita quotidiana nella sfera della deiezione della speranza.
Dedicarsi agli ultimi è stato il suo più grande messaggio di speranza. Quando infatti, tra il 1970 e il 1980, cominciano a sorgere i centri parrocchiali, l’afflusso dei giovani verso “Il Tempio” diminuisce progressivamente e Don Siro inizia una profonda riflessione per ridifenire le finalità de “Il Tempio”, consapevole che per dare un futuro a questa istituzione ecclesiale della Diocesi di Pistoia era indispensabile saper leggere le domande di intervento che venivano dalla realtà presente.
Nasce, nel 1986, la “Casa di Reinserimento Il Tempio” con la precisa finalità di fornire ospitalità a persone giovani e adulte che vivono in particolari situazioni di disagio (alcoolisti, disadattati, detenuti che usufruiscono dei benefici di legge in materia di semilibertà o di affidamento o dimessi dal Carcere per fine pena, persone che abbiano realizzato significative tappe del percorso di uscita dalla tossicodipendenza, disoccupati, ecc.). Insomma, quelle persone che anche la legge 381/91 definisce come persone svantaggiate. A queste persone la “Casa” ha offerto ospitalità, una proposta di quotidiano impegno lavorativo e un progetto educativo di reinserimento nella società. Questa proposta della “Casa” nasce dal profondo convincimento che la solidarietà, per e con gli ultimi, non può essere delegata ad enti pubblici o privati, perché è in primo luogo responsabilità di ogni singola persona. È questa esperienza che Don Siro ha sempre considerato la più importante della sua vita di uomo e di sacerdote: considerava una “grazia” averla attivata ed esserne coinvolto.

LA STANCHEZZA
NON AVEVA SPAZIO NELLA SUA VITA
Scriveva nella stanza dell’Ospedale del Ceppo, il 24/2/1994, alle ore 19: «La vita al Tempio non è certo una villeggiatura [...]. Sono felice di una gioia profonda, che si radica nella vicinanza quotidiana con gli ultimi, nel mondo degli ultimi, coi bisognosi, nel luogo – Il Tempio – in cui si tenta di dare risposte ai loro bisogni. Cosa dovrei desiderare di più. Sono enormemente felice di questa proposta che il Signore mi ha fatto nel momento finale della mia missione di sacerdote e ne gioisco appieno. Egli ha condotto la mia vita, e l’incontro coi poveri è l’ultimo atto della sua paterna bontà per me. Sono felice. Una speranza che cresce o che si attende sbocciare, lo spuntare di una novità come le prime gemme, un sorriso che si può intravedere fra le lacrime [...]. Questa è la fonte della mia grandissima felicità. Mi chiedi se sono stanco. No, non lo sono. La stanchezza intesa come tirare i remi in barca, perché sono deluso, scoraggiato, non ha spazio nella mia vita. MAI.La stanchezza intesa come fatica, sudato impegno diurno, affannosa rincorsa di situazioni dolenti, sì: questo è inevitabile. È il fiato grosso durante un’ascesa ripida, alla conquista di una vetta, ma è un respirar pesante, un sentire pulsare il cuore in gola, perché la cima è la mèta, che vuole l’impegno totale. La stanchezza che fa marcia indietro, che si arrende, che spegne la speranza, non è mai stata, né voglio che sa mai, un’esperienza per me».

È STATO POETA E APPASSIONATO DI FOTOGRAFIA
Don Siro è stato poeta. Ha dato alle stampe 9 volumi di poesie: Le mie radici, Ed. Il Candelaio, Firenze, 1984; Scherzando (Rime giocose) e Livorno e il Sinus Pisanus, Ed. C.R.T., Pistoia, 1991; Sentieri, Ed. Ergon, Castel Bolognese (RA), 1991; Come un ideale, Ed. Book, Castel Maggiore (BO), 1992; Orizzonti, Ed. Silver Press, Genova, 1992; Le vie del cuore, Ed. C.R.T., Pistoia, 1992; Petali, Ed. C.R.T., Pistoia, 1993; Canzone, Ed. Il Salice, Potenza, 1993, un volumetto in cui ritornano i temi a lui cari: ricordi familiari, tensione al divino, colloquio interiore; Beatitudine, Ed. Book, Castel Maggiore (BO), 1993. Successivamente sono stati dati alle stampe i volumi: Cantico, Inquadrature, Nei sentieri del cuore. È tra i poeti inclusi nel Dizionario antologico dei Poeti Italiani (1990-1991); sue poesie sono state inserite nelle antologie per le scuole Poesia Oggi (Book Editore), Hobby Poesia (Ursini Editore, 1992).
È stato anche un grande appassionato della fotografia. Per ricordarne la memoria Raffaele Accarino, che ha collaborato con Don Siro e da più di venti anni è impegnato a donare la sua opera volontaria al servizio de “Il Tempio”, ha fondato il Circolo Fotografico “Il Tempio” Onlus (che pubblica una rivista culturale) e nel cui ambito è nato l’«Archivio fotografico Don Siro Butelli».

Muore il 7 giugno 1994. Il giorno prima, mentre lo accompagnavo all’Ospedale, mi disse: «Carmine, coraggio, c’è bisogno di uomini che sappiano spendere la propria vita con forza d’animo e serenità d’intenti». E lo diceva con quel respiro tenue, prossimo al viaggio, mentre soffriva, oltre il velo che inteneriva il suo sorriso, di quel cerchio di ferro che gli stringeva il capo.

UN SEGNO MATERIALE
PER L’OPERA DI DON SIRO
Il 22 giugno 1995 indirizzavo al Sindaco di Pistoia la seguente lettera:
«Signor Sindaco, un anno or sono, il 7/6/1994, moriva Don Siro Butelli. I messaggi pervenutici da allora (centinaia di telegrammi, fax, lettere) testimoniano quanto la figura e l’opera di Don Siro abbiano inciso nella comunità civile e cristiana di questa terra di Pistoia (e non solo di Pistoia). Vorremmo ricordare le espressioni del Presidente della Regione Toscana, di Sindaci e Amministratori provinciali e comunali, di parlamentari, di Enti pubblici e privati, di Associazioni di Volontariato, di Comunità parrocchiali, di organizzazioni sindacali, di Associazioni giovanili di ispirazione cristiana ma anche laiche, di Associazioni sportive e culturali, di Consigli di fabbrica (come il C. di F. delle Breda che ci scriveva, il 9/6/94, indicando Don Siro come: “[...] l’amico della gente ed in particolare dei più umili. Esempio per l’intera città, per tutti gli operatori sociali, per coloro che vivono costantemente accanto e dentro ai problemi degli emarginati e degli ultimi”). Vorremmo ricordare la grande partecipazione di popolo al rito funebre solennemente concelebrato nella Chiesa di S. Stefano a Lamporecchio e presieduto da S. E. il Vescovo di Pistoia che nella sua omelia incoraggiò a rendere caritativamente sempre più feconda nel presente e nel futuro l’opera iniziata da Don Siro. Vorremmo ricordare quanti cittadini, “gente comune”, hanno scritto o sono venuti di persona a “Il Tempio” per rinnovare la memoria dell’uomo, dell’amico, del sacerdote Don Siro Butelli. [...] È nato, in questi mesi, spontaneo, forte, un desiderio: dare continuità a questi ricordi individuali e collettivi con un segno; costruire insieme un’occasione di pedagogia narrativa che in quel segno esalti la memoria storica condivisa da tanta parte della nostra comunità cittadina; rafforzare mediante quel segno, soprattutto nei giovani di oggi e nei giovani di domani, la memoria storica dei valori che hanno ispirato la vita di Butelli Don Siro come risorsa per la costruzione della loro identità. Di fronte al suo “Tempio”, dove Don Siro ha speso così significativamente quaranta anni della sua vita, sono oggi in corso i lavori di ampliamento e recupero del giardino pubblico di Piazza dei Servi [...]. Quel giardino sarebbe il luogo adatto per ospitare il segno di cui dicevamo: non sappiamo ancora quale e dove. Ma già due amici di Don Siro, lo scultore Prof. Adriano Mancini e l’Architetto Emilio Pagnini hanno messo a disposizione le loro capacità per realizzare questo desiderio e concretizzare quel segno. Vorremmo davvero attivare l’interesse del Signor Sindaco [...] per giungere infine al consenso formale in sede deliberativa. [...]».

Il 5 febbraio 1996 viene approvata dal Consiglio Comunale di Pistoia la seguente deliberazione:
«Il Consiglio comunale di Pistoia, riconoscendo l’elevato valore sociale dell’opera svolta da Don Siro Butelli a favore della comunità cittadina pistoiese, opera fondata sui valori della condivisione e della solidarietà, approva la realizzazione di una scultura in memoria dello stesso Don Siro, da collocarsi nel nascente giardino di piazza dei Servi che, come suggerito dalla stessa CRT Il Tempio, risulti intitolata “PER UNA CITTÀ SOLIDALE. UN SEGNO MATERIALE PER L’OPERA DI DON SIRO”. Il Consiglio comunale invita pertanto la Giunta ad attivarsi al fine di agevolarne la concreta realizzazione nella convinzione che una tale opera possa divenire un segno di testimonianza per tutti coloro che ritengono il volontariato risorsa fondamentale della città».


Il complesso figurativo dedicato a Don Siro è stato inaugurato nella primavera del 1996.

Caro Siro,
non vedrò più
la tua figura grave,
né gli occhi tuoi
celesti e dolci,
né il tuo sorriso
aperto e buono.

Non udrò più la tua voce,
né le parole tue
argute
e di consiglio.

Ma ti godrò
sempre vicino
come forse mai in vita.
Carmine Fiorillo

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