Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 197

Luca Grecchi

Il pensiero filosofico di Enrico Berti. Introduzione di Carmelo Vigna. Postfazione di Enrico Berti

ISBN 978-88-7588-110-8, 2013, pp. 240, formato 140x210 mm., Euro 20 – Collana “Il giogo” [51].

In copertina: Acquedotto romano detto Los Milagra (Acquedotto dei Miracoli), Emerita Augusta, oggi Merida, Estremadura, Spagna.

indice - presentazione - autore - sintesi

20,00

Introduzione


Luca Grecchi torna a occuparsi di Enrico Berti con una monografia che ne traccia un profilo informato ed esauriente. Il testo è ricchissimo di citazioni dell’Autore cui è dedicato, tanto da poter quasi valere anche come una antologia degli scritti bertiani. Ma, al di là dell’utilità o meno del metodo adottato, sta l’importanza del mettere in circolazione, da parte di Grecchi, uno degli studiosi italiani di metafisica che più ha meritato negli ultimi decenni (basta dare un’occhiata all’amplissima bibliografia per rendersene conto).
Berti, per la verità, è noto come grande “aristotelista” (anche a livello internazionale), ma Berti è anche un acuto storico della filosofia e un teorico raffinato. In fatto di teoria, poi, è soprattutto da dire che la sua rielaborazione della metafisica “classica”, giocata sulle orme del suo Maestro padovano, Marino Gentile, offre una cattivante versione “umile” di una millenaria tradizione, inaugurata dai Greci, senza rinunciare alla combattività che ogni metafisico inevitabilmente è costretto a praticare di fronte alle obiezioni della ricorrente “antimetafisica”.
L’aspetto curioso della faccenda, richiamato giustamente da Berti nel saggio che fa da postfazione al libro di Grecchi e lo impreziosisce, è che l’antimetafisica oggi non è più o non è soltanto quella a cui ci si è da qualche tempo abituati, cioè quella legata alla varie forme di pensiero che per comodità possiamo ancora rubricare come pensiero “debole” (ermeneutica, filosofia pratica, filosofia narrativa ecc.), ma è quella che impera nell’ambito della filosofia analitica: una metafisica “orizzontale”, cioè solo descrittiva e classificatoria degli “oggetti” del mondo, che nulla sa e nulla vuol sapere del problema che l’insieme di questi oggetti pone inevitabilmente alla riflessione speculativa: sono o non sono tutti questi oggetti lo stesso che la “totalità” di ciò che è? Detto in modo un po’ brutale: oggi ci troviamo di fronte a dei “metafisici” (gli analitici, ma non tutti per nostra fortuna) che in modo sciagurato hanno evacuato il senso della metafisica come esso è stato messo a tema da circa duemila e cinquecento anni a questa parte: la metafisica, cioè, come mediazione speculativa dell’esperienza del mondo.
Ben venga dunque un libro come questo, che riporta l’attenzione su uno storico della filosofia e su un pensatore come Berti, il quale si propone esplicitamente di fronteggiare tanta sciagura e di istruire in modo autorevole proprio la questione dell’oltrepassamento del mondo degli “oggetti” d’esperienza. Che poi questo avvenga a partire da una profonda e aggiornata lettura dei testi di Aristotele, non può che rafforzare l’intento. Berti, comunque, sa benissimo che non si tratta tanto di riproporre, in fatto di metafisica, la pagina aristotelica come una sorta di dogma intemporale. Si tratta piuttosto di apprendere da Aristotele le mosse speculative – e ci sono tutte o quasi tutte – per dimostrare che l’esperienza, in quanto diveniente e molteplice, non può essere lo stesso della totalità dell’essere. Che dunque va posta, appunto, al di là dell’esperienza.
Direi che la necessità del trascendimento dell’unità dell’esperienza (dell’unità trascendentale dell’umana esperienza del mondo), su cui sto volutamente insistendo, può essere indicata come la cifra fondamentale del pensiero di Berti; quella, cioè, che dà significato alle sue indagini di storia della filosofia, di etica e di politica, di religione e anche di pedagogia, da Grecchi fedelmente riportate. Dà significato, aggiungerei, anche alle polemiche, comprese quelle con lo stesso Grecchi, riferite nell’ultimo capitolo del libro e riprese da Berti medesimo nella sua post-fazione. Come dire che intendere Berti significa prima di tutto intenderlo come “metafisico”. Grecchi, del resto, lo sa bene. Anche perché egli ama stare in qualche modo dalla stessa parte, visto che insegue una “metafisica umanistica”.


Carmelo Vigna

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