Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Maurizio Migliori

La bellezza della complessità. Studi su Platone e dintorni. Introduzione di Luca Grecchi.

ISBN 978-88-7588-247-1, 2019, pp. 592, formato 140x210 mm., Euro 38 – Collana “Il giogo” [100]

In copertina: Vasilij Kandinskij, Verso l’alto (Empor), 1929, Collezione Peggy Guggenheim, Venezia.

indice - presentazione - autore - sintesi

38,00

Introduzione

di Luca Grecchi

Sono particolarmente felice di introdurre, su invito di Maurizio Migliori, questo suo ottimo volume, il numero 100 della collana Il giogo, che iniziai a dirigere, grazie all’amico Carmine Fiorillo (anima di Petite Plaisance), oltre quindici anni fa. Non pensavo, allora, che questa collana avrebbe avuto una storia così lunga e così – se me lo si concede – ricca. Numerosi sono infatti gli autori, soprattutto antichisti, che hanno impreziosito Il giogo: penso ad Enrico Berti, Giovanni Casertano, Mario Vegetti (con ben 6 volumi), Carmelo Vigna, senza citare alcune ristampe con nuove introduzioni di opere di Marino Gentile (3 volumi), Rodolfo Mondolfo, nonché i numerosi autori delle tre raccolte aristoteliche a mia cura degli anni 2016-2018, scusandomi naturalmente di non potere fare tutti i nomi degli studiosi che hanno pubblicato, in quanto appunto sarebbe troppo lungo.

Sono però molto felice che questo numero tondo sia toccato a Maurizio Migliori, per diversi motivi. Questo libro non costituisce infatti semplicemente una ristampa di saggi già editi e non facilmente reperibili (il che presenta comunque già una certa utilità), ma un vero e proprio omaggio – fermo restando che il dono è di Maurizio ai lettori – ad una figura che, almeno in Italia, ha pochi eguali. Migliori si inserisce infatti in una ristretta rosa di autori, la maggior parte dei quali ormai ultrasettantenni, che hanno fornito nell’ultimo cinquantennio alla storia della filosofia antica un contributo enorme: ricordo, oltre ai nomi in precedenza citati, a vario titolo quelli di Bruno Centrone, Carlo Natali, Livio Rossetti, Emidio Spinelli, Marcello Zanatta, scusandomi anche qui con coloro che involontariamente ho omesso.

Maurizio Migliori tuttavia, rispetto a molti di questi importanti colleghi, presenta alcune caratteristiche peculiari, che a mio avviso rendono filosoficamente assai interessante la sua figura. Innanzitutto, è tra i pochi a “non rispettare” la consueta tripartizione italiana (non di altri paesi) della Filosofia in Filosofia teoretica, Filosofia morale e Storia della filosofia. Migliori infatti è sia un teoretico, sia un etico, sia uno storico, come in un certo senso lo erano anche Platone ed Aristotele. Queste dimensioni sono infatti di per sé inscindibili in filosofia, sicché chi le scinde per coltivarne solo una (più spesso solo una sua parte) si può tranquillamente affermare che non sia filosofo. Come si può infatti fare realmente filosofia non curandosi delle argomentazioni elaborate da coloro che ci hanno preceduto (ossia senza essere “storici”)? Come si può fare realmente filosofia limitandosi a descrivere fenomeni senza prendere posizione, ovvero senza valutarli (ossia senza essere “etici”)? Ed ancora: come si può fare realmente filosofia senza criticare le argomentazioni false, e soprattutto senza cercare di costruire argomentazioni vere (ossia senza essere “teoretici”)?

Migliori è riuscito fra i pochi nel nostro paese, ad avviso di chi scrive, ad unire tutte tre queste dimensioni, ed a fare tutto ciò a grandi altezze. Come storico della filosofia, a fronte di una serie di pubblicazioni impressionante, incrementatasi soprattutto a partire dal suo ingresso in Università avvenuto in relativamente tarda età, a 48 anni (nel 1991, con l’anomalia – per l’Italia – di essere entrato direttamente in accademia dopo anni di insegnamento liceale), egli è noto soprattutto per la sua vasta pubblicistica su Platone, culminata nella recente maestosa opera in due volumi intitolata Il disordine ordinato.1

Con la consueta modestia (sempre però frutto di un sano realismo: chi può dire di conoscere bene tutto?), Migliori dichiara di conoscere “abbastanza bene” solo Platone, mentre degli altri filosofi ritiene di sapere solo quel tanto che basta “per non fare brutta figura”. In realtà, per citare unicamente due suoi studi “giovanili”, ovvero i libri su Gorgia2 e su Zenone3 – due autori peraltro assai difficili da affrontare –, essi sono ancora citati e considerati fondamentali da tutti gli studiosi che se ne occupano. In maniera analoga, le sue intuizioni sui Sofisti come trait d’union fra Eleatismo e Platone si sono rivelate massimamente proficue, come dimostrano ad esempio gli studi di alcune sue allieve, in primis Francesca Eustacchi.

Non è lo scopo di questa breve introduzione entrare nel merito dei contenuti dei suoi tanti scritti, né dei saggi di questo libro, che non hanno certo bisogno del mio commento. Quello che posso dire è che speriamo di potere almeno in parte raccogliere in nuovi volumi di questa collana (o che siano raccolti altrove: l’importante è che si conservino il più possibile) altri saggi di Migliori reperibili oggi solo con una certa fatica, i quali starebbero meglio vicini ed insieme.

Il fine di queste pagine non è nemmeno ripercorrere la serie di incarichi prestigiosi tuttora ricoperti da Migliori, né la specificità dei vari suoi contributi. Ciò sarà sicuramente fatto quando sarà realizzato il consueto volume in suo onore ad effettivo pensionamento: con generosità infatti Maurizio, pur pensionato, sta continuando ad insegnare ai giovani studenti dell’Università di Macerata. Mi limiterò soltanto a qualche parola su questa sua triplice dimensione storica, etica e teoretica, cominciando da quella storica, ed in particolare dalla interpretazione del suo amato Platone.

Migliori stesso afferma infatti che Platone è stato il suo “primo amore”, trovato a 16 anni e che verosimilmente si conserverà tale per tutta la vita. Occorre innanzitutto sottolineare che la interpretazione di Platone posta in essere da Migliori si caratterizza per una posizione che Giovanni Reale – il suo amato maestro: fondamentale nella sua formazione fu infatti la severa “scuola” della Cattolica, coi vari Bontadini, Vanni Rovighi, Severino – considerava di grande autonomia, per quanto compatibile con la Scuola di Milano (a causa della sua trattazione molto equilibrata del rapporto fra dottrine scritte e dottrine non scritte). L’interpre­tazione platonica di Migliori si caratterizza, soprattutto, per una grande aderenza ai testi, scevra però da ogni filologismo, anche in quanto sempre volta ad una loro elaborazione di ampio respiro. Di essi egli è abilissimo nello scandaglio del “non detto”, ossia nel seguire Platone nei vari giochi dialettici in cui invita i propri lettori a «fare filosofia», ossia a giungere in proprio, nei limiti del possibile, ad argomentazioni, definizioni e conclusioni. Ciò in quanto appunto, come Maurizio dice spesso, «la filosofia si fa e non si impara».

Oltre ai testi, nella sua opera ermeneutica, Migliori ha prestato grande attenzione anche ai fenomeni, naturali e soprattutto sociali. Egli ha in merito più volte evidenziato in Platone la centralità delle tematiche etiche e politiche, sottolineando giustamente che i testi più voluminosi del grande filosofo ateniese sono quelli in senso ampio politici, ossia le Leggi e la Repubblica. Come ha scritto in proposito Enrico Berti, condividendo peraltro quanto scrissi in un libro del 2008,4 anche per Migliori si può affermare che «il modo più giusto, dal punto di vista storico, per entrare nel mondo di Platone è l’approccio di tipo politico».5

Connesso al tema della analisi dei fenomeni è in un certo senso il tema del divino, che nei testi platonici è sicuramente presente, e che per questo Migliori non trascura. Tuttavia, il Nostro è fermamente convinto che Platone, come Aristotele, fosse essenzialmente un “greco”, e che pertanto considerasse «l’assimilazione al divino» solo come un importante riferimento orientativo per l’uomo, utile a farlo divenire il più perfetto possibile (sempre tenendo conto dei limiti umani). In questo senso è da interpretare la sua dichia­rata lontananza dal Neoplatonismo, nonché una certa diffidenza verso alcune letture di Platone – quelle di alcuni esponenti delle Scuole di Tubinga e Milano, per intenderci – tendenti ad attribuire troppa centralità, nella interpretazione platonica, a tematiche trascendenti.

A tale proposito, sono ancora una volta concorde con Migliori quando sostiene che in Platone, nonostante diversi passi interpretabili in questa direzione (ma ve ne sono almeno altrettanti interpretabili in direzione opposta), non vi è alcun marcato dualismo fra anima e corpo, in quanto sia l’anima che il corpo sono “parti” dell’uomo, e pertanto l’anima di ogni uomo non deve essere considerata “altra” rispetto alla sua corporeità.

In quanto consegue sul piano ontologico ed assiologico da questa posizione, sta ciò che potremmo definire “l’umanesimo platonico” di Migliori, il quale non comporta tuttavia, come detto, una marginalizzazione del divino, ossia ermeneuticamente del Demiurgo platonico e del Motore immobile aristotelico. Essi infatti, per utilizzare sempre una sua metafora, sono come «i chiodi» a cui è appeso tutto il sistema dei due grandi filosofi. Queste due forme del divino infatti, per quanto piccole appunto come dei chiodi in termini di numero di pagine ad esse specificamente dedicate (al Demiurgo comunque in numero maggiore rispetto al Motore immobile), sono in effetti ciò senza cui gli interi sistemi platonico ed aristotelico cadrebbero, o comunque andrebbero riscritti in maniera differente.6

Prima di parlare del Migliori “etico”, e dopo aver sinteticamente trattato del Migliori storico della filosofia, prendo spunto da quanto appena detto per parlare un poco anche del Migliori teoretico. Il suo essere – almeno a mio avviso: ma lo dicevano anche Bontadini e Reale – fondamentalmente un teoretico costituisce infatti la caratteristica più importante della sua personalità filosofica.

Dialogando in un provvidenziale ritardo ferroviario, ci siamo in effetti nuovamente trovati in sintonia sul fatto che sia proprio la capacità teoretica a fare anche di uno storico della filosofia un grande storico, anziché semplicemente un fedele espositore. Il fatto che questa capacità teoretica sia propria di Migliori è dimostrato inoltre dalla sua recente tematizzazione – dovuta, a dire il vero, alla intera Scuola di Macerata, cui fra breve accennerò – del cosiddetto Multifocal Approach,7 ossia un tentativo teoretico di “sistematizzazione” della complessità della realtà mostrante la necessità di tenere conto di tutti i molteplici aspetti della medesima. Solo dopo avere analizzato una certo ente da tutti i punti di vista possibili, esso può infatti essere compreso nella sua compiutezza e ricomposto nella maniera migliore.

Mi sono soffermato sul Multifocal Approach in due saggi,8 in cui mi sono anche permesso, dialetticamente, qualche considerazione critica, ricevendo – cosa che non sempre in questi casi capita – dalla Scuola di Macerata solo ringraziamenti. È del resto sempre lo stesso Migliori ad incoraggiare la critica, affermando spesso che la filosofia non si fa «senza i se e senza i ma», e che pertanto ogni “se” ed ogni “ma” è benvenuto, poiché contribuisce appunto a migliorare la filosofia. Quando Migliori parla di filosofia con qualcuno, del resto, lo fa sempre come se parlasse con Platone o con Aristotele, ossia affrontando grandi temi e mettendo sempre rispettosamente l’altro – ponendosi al suo livello: si può realmente dialogare solo se ci si pone sullo stesso piano dell’interlocutore – in condizione di andare anch’egli al cuore del problema.

Del resto, credo sia quello che Platone o Aristotele si aspetterebbero da noi qualora li reincontrassimo nell’aldilà. Non credo infatti, per il loro andare sempre direttamente alle cose, che apprezzerebbero le attuali modalità accademiche ultraspecialistiche del nostro rapportarci al loro pensiero.

Mi concedo infine qualche parola sul Migliori “etico”. Da buon studioso di Platone, egli non pone infatti in secondo piano la tematica etica, intesa naturalmente ad ampio raggio. In numerosi saggi, nonché nelle sue relazioni ed ultimamente anche in alcuni simpaticissimi video pubblicati sul web, Migliori ha mostrato infatti grande attenzione alla tematica etica, con particolare riferimento al tema del piacere. La sua posizione in merito è ancora una volta platonica: Platone infatti – contrariamente ad una vulgata ancora presente – non fu affatto un nemico del piacere, che anche solo per buon senso sapeva dover necessariamente accompagnare ogni vita felice. Egli tuttavia consigliava di trattare i piaceri, ossia le modalità con cui si estrinseca il piacere, con molta attenzione, perché i piaceri sono subdoli e possono facilmente creare dipendenza, ossia trasformarsi in vizi che ci comandano. E nessun uomo comandato da simili padroni, o comunque non compiutamente autonomo, può essere felice.

In queste relazioni Migliori mostra quella che è l’essenza del suo approccio etico, ossia il grande desiderio educativo, dovuto all’enorme affetto – come ho potuto constatare assai ricambiato – soprattutto verso i giovani studenti, testimoniato anche dalla dedica di questo libro. Gli interventi dal vivo di Migliori sono peraltro un vero e proprio spettacolo, mediante il quale – con una serie di aneddoti che al contempo divertono ed educano, prodotti dalla gioia tipica di chi dalla filosofia trae non solo insegnamento, ma anche piacere – egli realizza sovente una forma di “catarsi” nell’ascoltatore, che dalle sue parole è inevitabilmente avvinto e portato a riflettere. Pur avendolo ascoltato (ahimè) solo poche volte, posso davvero dire di provare rimpianto per non avere potuto frequentare – per motivi biografici e geografici – i suoi corsi, dai quali sicuramente avrei imparato molto. Si tratta di un rimpianto che ho provato così intensamente ad oggi solo verso un altro studioso, l’amico Enrico Berti, caratterizzato da uno stile espositivo differente ma da una analoga qualità educativa: non a caso si tratta dei due maggiori studiosi italiani viventi, rispettivamente, di Platone e di Aristotele. È un peccato, a mio avviso, che i maggiori quotidiani nazionali non facciano a gara ad ospitare ogni giorno un loro articolo sul come vivere meglio la nostra epoca: il livello generale del nostro tempo ne risulterebbe notevolmente migliore.

La qualità educativa di Migliori risulta anche, come accennavo, dal fatto che nella Università di Macerata egli è riuscito a creare una vera e propria Scuola. Arianna Fermani in primo luogo, studiosa aristotelica ormai affermata e caratterizzata dal medesimo approccio educativo, ma anche le già citate Lucia Palpacelli e Francesca Eustacchi, per menzionare solo le principali allieve, sono infatti oramai studiose in grado di fornire – grazie anche all’imprinting del maestro, nel giusto mix di philia e parrhesia – contributi rigorosi ed originali, come appunto dimostra, fra le altre cose, la vasta ed importante produzione del Multifocal Approach in rapporto al pensiero antico.

Dopo questa lunga serie di elogi, che Maurizio considererà sicuramente eccessivi, devo anche affermare che vi è un punto della sua interpretazione platonica (un punto teoretico) su cui non concordo pienamente. Si tratta del tema della utopia o, per meglio dire, della progettualità platonica sulla totalità sociale. Nell’opera di Migliori, che pure reputa fortemente orientativo l’approccio utopico della Repubblica, sono infatti frequenti gli inviti a non perseguire fino in fondo la grande progettualità, così come (a suo avviso) Platone invitava a guardarsi bene dal voler realizzare la kallipolis fino in fondo. È questo peraltro l’approccio seguito anche da Arianna Fermani, per la quale l’utopia platonica è assimilabile all’orizzonte, il quale non si può mai raggiungere e dal quale, pur camminando nella corretta direzione, rimaniamo sempre alla medesima distanza.

Naturalmente, condivido il monito di Migliori: nessuno possiede la verità tutta intera, sicché occorre essere prudenti sia nel delineare grandi progetti politico-sociali, sia soprattutto nel cercare di realizzarli e nell’invitare altri a farlo, per non produrre danni. Tuttavia, dato che quello platonico è un progetto complessivo, inerente cioè la totalità sociale, non sono così sicuro che Platone ritenesse di dover realizzare solo una parte dello stesso. Quale parte del resto? La realtà è sistematicamente connessa, ossia si tiene tutta, sicché una parte sola della medesima conforme al buon progetto, anche se maggioritaria, risulta difficilmente integrabile con la restante parte incompatibile con quel progetto. Se l’utopia progettuale è per Platone, come giustamente Migliori afferma, una sorta di stella polare che deve indicare agli uomini la direzione, ciò implica a mio avviso che quella direzione va seguita fin dove possibile: quando e dove, del resto, ci si dovrebbe fermare?

Si tratta tuttavia non di un problema filosofico-politico fra i tanti, ma “del” problema per eccellenza: a Migliori e pochi altri, oggi, il merito ed il coraggio di volerlo in ogni caso affrontare. A lui, dunque, un ringraziamento anche per questo.

Luca Grecchi

1 M. Migliori, Il disordine ordinato, 2 volumi, Morcelliana, Brescia, 2013.

2 M. Migliori, La filosofia di Gorgia, Celuc, Milano, 1973.

3 M. Migliori, Unità, molteplicità, dialettica. Contributi per una riscoperta di Zenone di Elea, Unicopli, Milano, 1984.

4 L. Grecchi, L’umanesimo di Platone, Petite Plaisance, Pistoia, 2008.

5 E. Berti - L. Grecchi, A partire dai filosofi antichi, Il Prato, Padova, 2009, con introduzione di C. Vigna, p. 32.

6 Per quanto concerne Aristotele, su questa tematica, rinvio a vari saggi presenti in L. Grecchi (a cura di), Immanenza e trascendenza in Aristotele, Petite Plaisance, Pistoia, 2017.

7 Ad oggi, i principali testi pubblicati della “Scuola di Macerata” che tematizzano il Multifocal Approach, risultano essere: E. Cattanei - A. Fermani - M. Migliori (eds.), By the Sophists to Aristotle through Plato. - The Necessity and Utility of a Multifocal Approach, St. Augustin, 2016; M. Migliori, A Hermeneutic Paradigm for the History of Ancient Philosophy: the Multifocal Approach, «Giornale di Metafisica», NS 39 (2017), pp. 187-207; M. Migliori, L’anima in Aristotele. Una concezione polivalente e al contempo aporetica, in A. Fermani - M. Migliori, a cura di, Attività e virtù, Vita e Pensiero, Milano, 2009, pp. 227-260; A. Fermani, L’etica di Aristotele. Il mondo della vita umana, Morcelliana, Brescia, 2012; L. Palpacelli, Aristotele interprete di Platone. L’anima e il cosmo, Morcelliana, Brescia, 2013; M. Migliori - A. Fermani - L. Palpacelli - M. Bernardini, Il pensiero platonico-aristotelico fra polifonia e puzzle, in R. Mancini - M. Migliori (a cura di), La filosofia come servizio. Studi in onore di G. Ferretti, Vita e Pensiero, Milano, 2010, pp. 91-164.

8 Il primo, intitolato Multifocal Approach: una contestualizzazione storico-sociale, è in uscita sulla rivista «Humanitas» nel 2019, ed il secondo, intitolato Multifocal Approach: una critica costruttiva ad un paradigma in costruzione, è anch’esso in corso di pubblicazione.

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