Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Maurizio Migliori, Luca Grecchi

Tra teoria e prassi. Riflessioni su una corsa ad ostacoli. Introduzione di Carmelo Vigna.

ISBN 978-88-7588-262-4, 2020, pp. 144, formato 140x210 mm., Euro 15 – Collana “Il giogo” [115].

In copertina: Paul Klee, Revolution des Viaducts (Rivoluzione del viadotto), 1937. Hamburger Kunsthalle, Amburgo.

indice - presentazione - autore - sintesi

15,00

Introduzione

di Carmelo Vigna

Maurizio Migliori e Luca Grecchi ricorderanno di sicuro una immagine un po’ strana (un ossimoro…), che risale ad Aldo Moro e che in politica è diventata poi celebre: l’immagine delle “convergenze parallele”. Leggendo il dialogo tra loro due, quell’immagine mi è ritornata in mente quasi in modo prepotente.

Maurizio e Luca sono infatti due metafisici che si ispirano alla tradizione greca e la custodiscono con cura, anche se Maurizio guarda soprattutto a Platone e Luca soprattutto ad Aristotele. E non basta. Entrambi amano la verità e il bene. Entrambi sono per la giustizia, e quindi contro disuguaglianze e discriminazioni. Eppure, nel loro dialogo, che volentieri presento, sembrano non convenire mai veramente. Appunto, sembrano due convergenti che restano sempre paralleli.

Non entro nei dettagli delle loro discussioni appassionate e amicali. È meglio che il lettore li visiti in prima persona e senza preavvisi. Qui mi permetto solo di intervenire – a modo di introduzione un poco intrusiva – su un punto di teoria che mi sta a cuore e che pure rappresenta, mi pare, la pointe (direbbero i francesi) del loro parallelismo irriducibile: il tema della “definizione” di matrice aristotelica (dal lato Luca Grecchi) e/o il tema del “Multifocal approach” (dal lato di Maurizio Migliori) di nuovo conio. Sono in realtà due modi equivalenti di connotare la stessa esigenza teorica, ma poi istruiscono due “paradigmi” epistemologici diversi. E aggiungo: sono due modi di proteggere la “cosa del conoscere”, e quasi fanno a gara nel garantirle questa protezione. Ma dubito forte della loro compatibilità. Per questo la loro convergenza a me pare irraggiungibile, e quel che resta del loro interloquire è dunque il parallelismo. Per render conto di questa impressione di lettura e per andare con ordine, anzitutto richiamo brevemente il senso delle due “cifre” in gioco.

Quel che difende Luca Grecchi è più semplice da indicare e lo enuncio per primo: è la necessità di “definire” le cose di cui facciamo esperienza, per poterne avere conoscenza ferma o stabile. E per definizione Luca Grecchi intende quello stesso che intende Aristotele, cioè un giudizio che esprima quel che la cosa manifesta come tale che non può non appartenerle (che necessariamente le appartiene come suo attributo e che riflette quanto nell’esperienza che ne facciamo in lei formalmente permane) e la fa perciò differire da altre cose. Esempio tradizionale elementare: di ogni essere umano sperimentiamo sempre la razionalità (differenza specifica) come attributo che lo fa differire da tutti gli altri animali (genere prossimo).

Quel che difende Maurizio Migliori (il suo “Multifocal approach”) è più complicato da indicare. Ma l’etichetta usata mette subito sull’avviso: la maniera di connotare una cosa in presenza è sempre un che di molteplice. Questa molteplicità di approccio è poi sempre variabile e incrementabile (si pensi qui per un momento alla conoscenza di una persona. Quando possiamo dire di averla conosciuta sino in fondo? Praticamente mai…). Ne segue che una conoscenza stabile di qualcosa è di fatto impossibile, perché acquisizioni sempre nuove e diverse possono darne una rappresentazione sempre nuova e diversa da quella precedente. Diciamo che tutt’al più la “fermata” della proliferazione semantica relativa alla cosa sperimentata è una sorta di punto di fuga. Sempre di mira, certo, per il nostro conoscere, però mai raggiungibile.

Ripeto adesso il dittico Grecchi-Migliori in modo telegrafico: per Grecchi una qualche forma di sapere stabile è raggiungibile (quale che sia la fatica da fare) e a volte è effettivamente raggiunta; per Migliori una qualche forma di sapere stabile è irraggiungibile, e in effetti non è mai raggiunta (quale che sia la fatica che si faccia nel perseguirla).

Rispetto agli “auctores” amati dai due interlocutori, Luca Grecchi si trova, mi pare, in vantaggio. Quanto ad Aristotele, la cifra del “sapere stabile” (episteme) è infatti un topos fondamentale della epistemologia filosofica dello Stagirita. Negarlo è (esegeticamente) impossibile, tali e tanti sono i testi che si possono recare a prova. Quanto a Platone (e, prima, quanto a Socrate – per quel che se ne può congetturare) la cifra del “sapere stabile”, pure qui, è sempre in vista, anche se le determinazioni di tale cifra sembrano ancora – nei testi tramandati – non del tutto consolidate. In ogni caso, non si capirebbe nulla di Platone (e neppure di Socrate) senza la sua lunga battaglia contro il relativismo dei sofisti. E l’opposto del sapere relativo è proprio il sapere stabile. Anche Platone, dunque…

Maurizio Migliori sembra comunque intenzionato a onorare la mira di Platone. Egli non la nega, o così mi pare di capire, solo vi aggiunge di suo una esplicitazione che io non trovo in Platone: ossia che quella mira è in realtà, come si è detto, irraggiungibile, anche se sacrosanta. E questo Migliori aggiunge molto probabilmente (la mia è solo una congettura), perché il sapere filosofico, almeno da Hegel in poi, ha in molti modi seppellito o tentato di seppellire le forme del sapere stabile, considerato quasi come un vecchio arnese che nessuno più si fila. E qui la serie dei primattori dell’impresa è lunga e autorevole. Non la richiamo se non per due “scampoli” di rilievo: la filosofia a cavallo dei due secoli che ci hanno preceduti (Ottocento e Novecento: Nietzsche, Bergson, Gentile ecc.) e la filosofia a noi più prossima (dalla seconda metà del No­vecento in avanti; diciamo, il dopo Husserl). Si può cominciare con Heidegger e il secondo Wittgenstein. Poi seguono i Francofortesi, gli ermeneutici, Ricoeur, Habermas, Levinas, Derrida ecc.: tutta una corsia affollata, dove si professa l’indebolimento del sapere e quindi la sostituzione del sapere speculativo (l’episteme) con altre forme di sapere (il sapere meditativo, il sapere simbolico, il sapere narrativo, il sapere pratico o anche sapienziale, il sapere fideistico, il sapere ipotetico/congetturale, che è poi il sapere scientifico ecc.).

Devo ammettere (con dispiacere) che questa eletta schiera ha impressionato anche più di un “metafisico” amico (non solo l’amico Maurizio Migliori). Per attenermi ai confini sacri della Patria, mi limiterò a citare il mio amico Enrico Berti, con cui ho a lungo dialogato su questo tema tanto delicato, e a cui ho affettuosamente rimproverato, appunto, alcune inflessioni “deboliste”, che poco persuasivamente possono convivere con la sua netta professione di metafisico classico (aristotelico). Trovo pure un itinerario simile, ad es., nelle “ritrattazioni della metafisica” proposte da Leonardo Samonà, altro amico caro. Ritengo poi che appartengano alla stessa tipologia “debolista”, per altra via, i (numerosi) miei amici (area della cultura cattolica italiana) che si professano metafisici con motivazioni non di natura speculativa (epistemica), ma di natura esigenziale (il bisogno della salvezza, il bisogno di professare una fede, la presenza del male nel mondo che ci ripugna pensare come l’ultimo per noi ecc.). Tutte cose sacre e venerande, s’intende, ma che poco hanno a che fare, sempre a mio avviso, con argomentazioni in grado di far vedere che l’opposto (cioè il restare ai physikà) è impossibile.

Come mi pare (implicitamente) di aver fatto intendere, la resistenza di fronte a una forma di sapere stabile (epistemico) è quasi diventata una communis opinio. La cosa non mi meraviglia più di tanto, perché quella resistenza ha una sua umana plausibilità: custodisce un lato importante del nostro mestiere di ricercatori della verità. Un lato che non può essere trascurato. Alludo al fatto che la ricerca della verità dimora per lo più nelle regioni del sapere instabile. Il dimorare degli umani nella stabilità del sapere è propriamente e solo il risultato della ricerca. Un momento tanto prezioso quanto raro, che dunque non va mai banalizzato secondo una certa faciloneria espositiva, priva di rigore. Banalizzandolo, si cade nell’ottusità del dogmatismo. E il dogmatismo è parente stretto del fondamentalismo; e il fondamentalismo è quasi sempre incline all’uso della violenza nei confronti di chi la pensa diversamente. Da noi Gianni Vattimo, il più noto alfiere del “pensiero debole”, è stato perciò anche il campione della denuncia del connubio tra metafisica e violenza (v. in Francia Derrida e dintorni).

Il fatto è che la figura della stabilità del sapere (a cui naturalmente la definizione è legata) oggi è ancora esposta a non pochi fraintendimenti, anche dagli addetti ai lavori (tanti). Anche da pensatori geniali (basti qui tornare a citare Heidegger). Oggetto del fraintendimento è soprattutto lo statuto della necessità (logico-speculativa) che lega un certo soggetto a un certo predicato in certe nostre affermazioni. Quasi che quel legame (di necessità logico-speculativa) sia una pretesa soggettiva di chi il giudizio formula e non la testimonianza onesta di ciò che appare all’intelligenza. Hegel direbbe che così si confonde l’abito (soggettivo) della certezza con lo statuto (oggettivo) della verità. La verità stabile di una proposizione (il sapere epistemico) è infatti tale non perché io la impongo, ma perché essa stessa si impone. Si impone nel senso che in alcuni casi appare manifesto alla nostra intelligenza che l’opposto (contraddittorio) di ciò che a noi si manifesta è impossibile. Bisognerebbe ricordare, a questo punto, che, in generale, noi siamo quelli “misurati” dalla realtà, non quelli “misuranti” la realtà. Anche se le suggestioni prodotte dall’espansione del potere tecno-scientifico e le pulsioni dell’umano narcisismo cospirano nel costruire l’illusione della (onni-)potenza del conferire senso a ciò che appare. Nietzsche inseguì come nessun altro questa illusione. E finì nelle tenebre della follia.

La stabilità del sapere intorno a qualcosa è protetta dalla struttura (trascendentale) del sapere originario come sinergia di constatazione (fenomenologica) e incontraddittorietà (logica). Sia il riferimento all’esperienza immediata sia il principio di non contraddizione sono impossibili da negare. Chi li nega pone (violentemente!) una negazione che vive solo sul fondamento di ciò che intende negare. Cioè pone una negazione che non vive, se non come ciò che si autotoglie. Risultato ne è l’azzeramento del porre. In altri termini, il negatore della “principialità del sapere” (della “struttura originaria del sapere”) non pone proprio nulla di significante, ma solo una sequenza di segni/suoni privi di qualsiasi relazione intenzionale ad alcunché di reale. Questo hanno dimostrato (elenctice) e ci hanno insegnato i Greci di tradizione classica (non i sofisti). E alludo principalmente, come è ovvio, al libro Gamma della Metafisica di Aristotele, ben noto ai nostri due dialoganti. Questo la tradizione filosofica occidentale ha poi praticato per più di duemila anni. Questo, mi si lasci aggiungere, bisognerebbe custodire, non perché le auctoritates lo esigano (argumentum ex auctoritate, infirmissimum, usavano ripetere i medievali), ma perché il pensiero (come orizzonte trascendentale/intrascendibile della manifestazione) lo impone; lo impone, perché fa vedere che l’opposto è impossibile.

Ebbene, la definizione nient’altro è che una “istanziazione” (direbbe un filosofo analitico), cioè poi una “individuazione” della stabilità custodita dalla sinergia dell’immediatezza del constatare e dell’immediatezza del logo: nella definizione il logos tiene ferma la forma permanente (l’universale) di qualcosa, proprio perché quella tal cosa questo annuncia al pensare. Esemplifico. Quando una tal bottiglia si rompe, dico che quella tal bottiglia si è rotta, perché la forma di quella tal bottiglia permane come dal logos custodita nella transizione tra la bottiglia intera e la bottiglia in pezzi. La definizione è nient’altro che l’espressione logico-linguistica di quel permanere. Si è rotta, sì, la bottiglia, ma è sempre una bottiglia rotta. La bottiglia non è diventata – nella transizione – un tubo di stufa.

La stabilità del sapere non è sempre un che di disponibile per noi. È bene ribadirlo. Anzi, raramente essa è per noi. I contenuti del nostro sapere del mondo sono per lo più instabili. E quelli stabili sono spesso difficili da determinare (cioè definire) nei dettagli analitici. E quando la tendenza alla stabilità del sapere, che profondamente ci abita, non trova un dato che in qualche modo le stia in pari, cioè la saturi, allora ci accomodiamo nelle forme (soggettive) della certezza, perché dobbiamo pur vivere. E per vivere molto spesso dobbiamo prendere delle decisioni rapide, anche se il contesto è senza riferimenti a verità stabili. Dobbiamo praticamente trattare dei contenuti del sapere instabili come se fossero stabili. Dobbiamo usare della certezza che caratterizza il sapere della fede.

I Greci (e anche i Medievali, per ragioni diverse, però) coltivavano la convinzione che le forme del mondo fossero eterne. Di qui la grande loro passione per il sapere stabile. Quel sapere avrebbe mano a mano condotto gli umani, così essi speravano, a mappare una volta per tutte le forme del mondo. Ebbene, nessuno oggi ovviamente sarebbe disposto a professare questa convinzione. Le forme sono ora considerate “fluide” o, come amava dire Bauman, “liquide” (prassismo, storicismo evoluzionismo, tecno-scienza, arte, letteratura, media lo dicono ai quattro venti). Ma può essere tutto fluido o tutto liquido nel contenuto del sapere? No, non può esserlo. Affermare qualcosa di simile implica infatti auto-contraddizione (l’affermare che tutto è fluido o liquido è infatti un che di… solido!).

Alla fine del libro Gamma della Metafisica, già citato, Aristotele dimostra che è impossibile che tutto sia diveniente (fluido) e che è impossibile che tutto sia immobile (stabile). E quindi è necessa­rio, se si vuole tener ferma la verità dell’esperienza, che qualcosa sia diveniente (quel che si sperimenta in generale – i physikà) e qualcosa sia stabile (in ultima istanza, quel che sta oltre l’esperienza – i metà ta physikà) quanto all’orizzonte dell’Intero. Ma questo “doppio” lo si vede già all’interno dell’esperire del mondo, dove appunto qualcosa varia, ma qualcosa permane in quel variare. La definizione vorrebbe (certo non sempre riesce) enunciare quel permanere (nel variare).

Come nel mondo qualcosa varia e qualcosa permane nel variare, anche nella nostra esperienza riflessa del mondo, cioè nel nostro sapere, qualcosa varia e qualcosa permane nel variare. Inutile però inseguire il variare con la definizione (del particolare non v’è scienza, ripeteva Aristotele). La definizione riguarda infatti solo il permanere della forma. Finché quel permanere non viene determinato (definito), è giusto mettere innanzi il Multifocal approach. Ma quando quel permanere viene determinato come tale, tocca alla definizione venire innanzi, e il Multifocal approach deve essere congedato. Necessariamente. Perché se si impedisce in via di principio il compito del definire, ci si contraddice: si viene a dire che niente permane nell’esperienza. E questo è impossibile. Perché si dice comunque che permane almeno questo: che niente permane nell’esperienza.

Multifocal approach e definizione non sono da intendere come due opposti, dunque, ma come due movimenti complementari. Entrambi – tra l’altro – ampiamente riconosciuti e praticati da Aristotele, ma poi anche da Socrate e da Platone proprio come complementari. C’è infatti un sapere (dialettico) “peirastico” e c’è un sapere “epistemico” (ricorro qui per brevità solo a termini aristotelici). Né tutto il sapere può essere del primo tipo (sarebbe questa una convinzione che implica autocontraddizione, come si è visto) né tutto il sapere può essere del secondo tipo (sarebbe questa una convinzione che contraddice la nostra esperienza del sapere). Insomma, c’è bisogno di Maurizio Migliori e c’è bisogno di Luca Grecchi. Ma mentre Luca Grecchi pare persuaso di questo doppio bisogno, Maurizio Migliori non ne pare ancora molto persuaso. E però: se la sua non-persuasione sta come una semplice situazione (problematicismo situazionale, si potrebbe qualificare alla maniera di Bontadini), non dice nulla contro la persuasione di Luca Grecchi, perché dichiara solo una situazione di “steresi”, di possibile implementazione Se la sua non-persuasione sta, invece, come una affermazione che pretende la forma della verità, si contrappone necessariamente alla persuasione di Luca Grecchi. Ma quest’ultima è una forma di contrapposizione impossibile, perché l’affermazione che dovrebbe veicolarla è una affermazione autocontraddittoria (la vecchia autocontraddizione dello scetticismo o del relativismo; vecchia finché si vuole, ma pur sempre autocontraddizione). Penso (e spero) che Maurizio Migliori tenga ferma in realtà la prima posizione (cioè una forma di “problematicismo situazionale”) e quindi penso (e spero) che le sue vedute sino compatibili con quelle di Luca Grecchi. Convergenze, stavolta, senza parallele.

Bene, Maurizio e Luca, questo è tutto quello che mi veniva da rimuginare leggendovi. Sempre che sia riuscito a capirvi. E questo affido alla vostra benevola comprensione. Con intellettuale amicizia.

Carmelo Vigna

Università di Venezia Ca’ Foscari

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