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Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò, o altri vedranno una cicogna? - K. BLIXEN
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Cat.n. 547

Fabio Roscalla

Presenze simboliche dell’ape nella Grecia antica.

ISBN 978–88–7588-439-0, 2026, pp. 248, formato 140x210 mm, Euro 25 – Collana “il giogo” [219].

In copertina: Disegno rupestre, scena di raccolta del miele (ca. 6.000 a.C.) Grotta di La Arana (Spagna). In quarta: Una grande ape, simbolo di Artemide, compare sulla moneta della città di Efeso, II sec. a.C.

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Poche parole per questa nuova edizione

Il testo ripropone fedelmente, tranne gli adeguamenti alle norme redazionali e lo scioglimento delle abbreviazioni delle opere classiche, l’edizione originale. Non si è voluto aggiungere nessun aggiornamento bibliografico: troppi gli argomenti trattati in queste pagine, che avrebbero richiesto un lavoro comunque incompleto. Per gli addetti ai lavori non sarà tuttavia difficile colmare nei vari settori quanto apparso dal 1998 ad oggi. Rileggere un proprio scritto a distanza di anni è come se si leggesse un prodotto di altri: lo si può valutare con sguardo critico maggiore, soprattutto quando, come in questo caso, si tratta di un lavoro giovanile. Al di là del valore del testo, che non sta a me giudicare, esso è una testimonianza di una stagione di ricerca, soprattutto di un ambiente di studio, quello pavese, che alla fine degli anni Novanta cercava di applicare agli studi classici gli apporti di altre discipline. Era una stagione di fervore, nella volontà di svecchiare lo studio della filologia, con l’apertura all’antropologia, alla storia delle religioni, agli studi comparati sui miti e sulle tradizioni folkloriche.

Molte vicende sono successe a livello personale dal 1998 ad oggi, una su tutte felicissima: a Maria Cristina si è aggiunta nel 2000 l’adorata Elisabetta. Anche a lei dedico questa ristampa. Sono rimasti però immutati, anzi, se possibile, sono cresciuti, il mio amore e il mio debito di riconoscenza nei confronti di Monica, che mi supporta e mi sopporta sempre. Anche questa volta, con la stessa disponibilità e dedizione di quei tempi lontani, non si è sottratta alla rilettura del testo.

F. R.

Luglio 2026

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Premessa

Questo libro riproduce, salvo alcune correzioni e modifiche dovute anche all’aggiornamento bibliografico, la tesi di dottorato discussa a Roma nel settembre del 1992. Un grazie sentito va ai Professori Gabriele Burzacchini, Giusto Picone e Nevio Zorzetti, membri della commissione, che accolsero con favore il lavoro e furono prodighi di consigli in vista della pubblicazione.

Un grazie tutto particolare rivolgo al Professor Diego Lanza che in vario modo, sempre disponibile all’ascolto, in questi anni mi ha guidato nella ricerca, non solo per i temi qui affrontati. La sua competenza e la sua vivacità intellettuale mi sono state di grande aiuto, spronandomi nei tempi della prima stesura e nel faticoso lavoro di revisione. Pari competenza e disponibilità ho trovato nel Dottor Francesco Bertolini: senza il loro aiuto difficilmente avrei potuto scrivere queste pagine.

Oltre che ai docenti del dottorato di ricerca in Filologia classica delle Università di Padova e di Pavia, che seguirono lo svolgersi del mio lavoro, sento il dovere di ringraziare chi nel proprio campo di competenza mi è stato prodigo di aiuti e consigli, in particolare i Professori Giancarlo Mazzoli, Clelia Mora, Massimo Poetto e i Dottori Elio Iucci e Maurizio Harari.

Infine un ringraziamento speciale va a Monica che, ben più di una semplice correttrice di bozze, attenta lettrice, mi ha sostenuto con preziosi suggerimenti, sopportandomi quotidianamente anche nei momenti più difficili e faticosi.

Dedico questo libro ai miei genitori e alla piccola Maria Cristina, la cui attesa e nascita hanno alleviato i duri mesi della revisione.

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Introduzione

Davies e Kathirithamby, nel loro studio sugli insetti greci, a proposito dell’ape sottolineavano che è così vasto il materiale riguardante il ruolo rivestito da questo animale nella Grecia antica che la loro trattazione doveva essere necessariamente selettiva: essi concludevano infatti affermando senza timore di smentita che «un intero libro potrebbe essere scritto sull’ape nell’antichità».1

Incominciamo quindi sgomberando il campo da qualsiasi equivoco. Chi cercasse in queste pagine una esaustiva analisi simbolica e metaforica delle api resterebbe deluso.

Non si è cercato di enucleare e di sondare le varie fonti per offrire una enciclopedia dei simboli e delle metafore dell’alveare. Molte cose mancherebbero: un’analisi puntuale del legame dell’ape con alcune importanti divinità femminili quali Demetra ed Artemide Efesia, l’impiego metaforico in ambito politico (soprattutto la lettura platonica degli ultimi libri della Repubblica, a cui si fa solo un fugace accenno) e non da ultimo – per fermarci all’ambito dell’antichistica – il riuso metaforico-simbolico operato dalla tradizione cristiana.2

Dell’ape e dell’alveare si parla a lungo in questa sede; si tratta di un filo che lega un po’ tutti i capitoli. Ma l’ape e l’alveare – ci si accorgerà strada facendo – diventano in alcuni casi poco più di un pretesto, una specie di catalizzatore per poter riunire diverso materiale simbolico e affrontare svariate problematiche che si collocano a cavallo tra la ricerca antropologica e quella storico-religiosa: la rappresentazione della morte ed il rapporto simbolico tra morte e vita; il legame tra dato naturalistico, elaborazione mitica e pratica cultuale; il totemismo e, all’interno di questo, lo studio dei possibili rapporti tra storia ed elaborazione mitico-simbolica.

Ma perché proprio l’ape? Si tratta senza dubbio di un animale che colpì l’immaginazione degli uomini primitivi, non da ultimo per l’utilità del suo prodotto. Inseguire l’ape nel suo volo simbolico ha significato quindi anche analizzare come un animale utile all’uomo sia stato caricato di valori altri, di valenze divine, di poteri magici e soprannaturali. Si è trattato, in altre parole, di ricercare, con un esempio specifico, i modi in cui ci si figura il divino e di quali ulteriori legami e rapporti simbolici un animale dalle valenze sacrali, come l’ape, può essere oggetto.

Animali-uomini: non è parso arrischiato cercare le corrispondenze tra gli uni e gli altri, o meglio tra il comportamento degli uni e la mitologia degli altri, visto che molto della elaborazione mitica dipende strettamente dal misterioso mondo animale, nel quale l’uomo per millenni è stato profondamente immerso e dal quale a lungo è stato soggiogato.

In questo modo si è giunti ad un risultato interessante anche a livello più generale, che meriterebbe forse di essere sottoposto a prova con il supporto di altri casi: il processo simbolico ha sezionato di volta in volta l’ape privilegiando, a seconda delle circostanze, una peculiare caratteristica dell’insetto: non è quasi mai l’ape nel suo complesso ad essere oggetto di simbolizzazione, ma una sua parte. Sezionata già dagli antichi, colpiti di volta in volta dal volo, dal colore, dal ronzio e dal miele che produce, l’ape è stata in parte notomizzata, non solo quindi per mere ragioni espositive, anche in queste pagine. Proprio per questo suo carattere, la presente ricerca si struttura in unità indipendenti le une dalle altre. Tuttavia questo è vero fino ad un certo punto. C’è un percorso dall’inizio alla fine che lega le varie parti.

Il primo capitolo cerca di rintracciare, principalmente in ambito extra-greco, le basi simboliche dell’ape e i campi di applicazione, verificando il carattere trans-culturale di tale patrimonio simbolico che, dalla piana anatolica, conservando gli stessi elementi di fondo, passa anche in ambiente greco. Dal mito di Telipinu a quello oracolare delfico l’ape e l’alveare conservano gli stessi elementi (vogliamo dire archetipi?) simbolici. Il secondo capitolo, partendo da considerazioni linguistiche, vuole mettere in parte alla prova i risultati acquisiti, cercando nel racconto omerico delle Sirene possibili consonanze simboliche tra questi misteriosi esseri e le api, animali della morte dall’inquietante ronzare. Una continuazione di questa indagine – volta a rintracciare la natura originaria delle Sirene – si può considerare il terzo capitolo, dove si è cercato di inda­gare le valenze simboliche proprie del tratto distintivo delle api: appunto il ronzio. Ma non si tratta solo di questo: l’analisi del ronzio ha permesso di rintracciare altri interessanti collegamenti tra i suoni prodotti da alcuni animali, l’invenzione di strumenti musicali e l’attività poetica. Nel quarto capitolo si tenta di delineare il complesso sistema simbolico in cui l’ape è inserita. Le consonanze di valori immaginativi emerse tra l’ape ed alcune piante dimostrano bene come esista una speciale grammatica del simbolo e soprattutto come sia impossibile analizzare un singolo animale con forti valenze simboliche senza tener conto delle relazioni che esso intrattiene con altri campi. Anche in questo caso si tratta di un approfondimento di quanto già risulta accennato nel secondo capitolo, con l’esempio del loto. Proprio questa grammatica del simbolo ha permesso di mettere in luce anche una coerente struttura mitica che unisce figure legate al miele, alla pratica di raccolta del miele selvatico e alla successiva apicultura. Distorsioni di chi cerca di interpretare le varie documentazioni? Difficilmente le puntuali consonanze che sembrano emergere possono essere spiegate come puri e semplici risultati di una rigorosa tassonomia interpretativa. Sotto il segno del miele emergono quindi una vera e propria genealogia e una geografia mitica, che la lingua, o meglio, il più delle volte semplici relitti linguistici sembrano confermare. Ed è appunto all’insegna di una geografia simbolica dell’alveare che è condotto il capitolo finale, in cui si cerca di leggere principalmente il sistema onomastico sulla base del sistema simbolico e, non da ultimo, di mettere a confronto i dati mitico-simbolici con quelli storici.

Uno studio sul simbolismo richiederebbe forse preliminarmente una spiegazione precisa dei metodi adottati e delle varie tendenze critiche seguite. Ma viste le numerose e puntuali esposizioni formulate anche recentemente in proposito, non credo utile dilungarmi su ciò. La mia del resto non è stata un’applicazione a priori di una precisa teoria, rispettata in tutte le sue parti, ma un’euristica, una scoperta del materiale e una sua articolazione, tanto più che nel campo del simbolismo credo pericoloso rimanere ancorati ad irremovibili assunti teorici. La teoria in questo caso è un concetto elastico che si deve definire cammin facendo. Mi basta pertanto spiegare qui solo alcune scelte metodologiche di fondo per chiarire al lettore come si è cercato di condurre la ricerca e come si è articolato il materiale raccolto.

Claude Calame,3 rianalizzando il classico dibattito sul rapporto tra rito e mito, propone di superare questa opposizione e di interpretare il rito e il mito come due prodotti di un unico processo, quello simbolico. Il processo simbolico sarebbe così all’origine delle pratiche gestuali, delle rappresentazioni figurate e delle manifestazioni letterarie. È sulla produzione simbolica che va concentrata pertanto la ricerca, una ricerca che si configura quanto mai vasta.

L’analisi di miti, di documenti archeologici, o di materiale comparativo tratto dal folclore trova quindi proprio nella categoria del simbolico il suo comune denominatore e nello stesso tempo la sua profonda giustificazione teorica. Racconti elaborati in testi con alta specificità letteraria, o semplici motivi rintracciabili all’interno di strutture più complesse possono pertanto conservarci, senza che chi li trasmette ne sia consapevole, relitti di antiche credenze che, pur adattandosi ai diversi contesti, conservano inalterati i loro valori di fondo.4 Proprio per questo è legittimo rintracciare tali relitti utilizzando anche fonti disparate, che a prima vista possono sembrare disomogenee. Ma, considerato che si tratta di rintracciare all’interno dei nostri testi il più delle volte degli elementi minimi, dei Märchenmotiven che non risultano direttamente dipendenti dalla Märchenstruktur, si può essere abbastanza sicuri di non cogliere elementi inquinati dalla rielaborazione letteraria. E questo credo valga anche per l’analisi del racconto omerico delle Sirene, certamente il Märchen con maggiore specificità letteraria tra quelli più diffusamente indagati in queste pagine.

Ecco dunque la necessità di un continuo sguardo allargato, ricorrendo in primis alla lingua, o meglio anche qui ai relitti linguistici: il ricorso all’etimologia, supportata da un’analisi comparata, è imprescindibile in una ricerca di questo tipo. La ricostruzione linguistica è infatti un ineliminabile supporto alla ricostruzione culturale quando ha il suo terreno d’indagine nei testi. Si è fatto coì ricorso all’etimologia, nella convinzione che essa molte volte conserva un’immagine, rimanda ad un ricco mondo simbolico che nei testi a noi giunti può essersi ormai oscurato o addirittura non trovarsi più registrato. I simboli raramente sono elementi astratti: i loro legami con la natura sono profondi e devono essere rivelati attraverso lo studio del contesto e delle loro associazioni. Ne consegue che nessun simbolo può essere trattato isolatamente; per questo motivo è necessario allargare lo studio dei testi ad una ricerca che chieda aiuto alla mitologia comparata, alle fonti storiche, alla linguistica, all’archeologia, al folclore e all’etnografia storica. Solo attraverso questo approccio globale e comparato il simbolo può ancora riemergere e lasciarsi interpretare da noi.

Se infatti il mito e il rito greco – ma a questo punto sarebbe meglio dire il simbolismo greco – sono comprensibili nella loro peculiarità solo all’interno del loro contesto storico, essi sono maggiormente afferrabili se messi a confronto con le specifiche elaborazioni di un’area limitrofa più vasta, che forma una vera e propria koine culturale. Molto di quanto è giunto già ad Omero risulterebbe incomprensibile senza i confronti con il Vicino Oriente, principalmente con l’Egitto e con la Mesopotamia.

Qui e là in queste pagine introduttive si è parlato di relitti. Proprio il confronto con queste culture molte volte permette di recuperare e di dare senso a motivi che, apparentemente marginali all’interno di un racconto, sembrano esserne privi. In questo modo sono stati letti i vari aspetti simbolici e si è cercato di far emergere, attraverso il confronto, le costanti, pur nella diversità dei singoli impieghi nei vari contesti specifici: metodo applicabile credo in modo legittimo anche per l’episodio omerico delle Sirene. Attraverso questa ricerca globale, pur operando su un testo di forte specificità letteraria, si è tentato di far emergere le possibili valenze simboliche delle Sirene, valenze che, se le conclusioni sono accettabili nel delineare originari rapporti tra questi misteriosi esseri e le api, non dovettero essere più presenti già al tempo della fissazione omerica. Questa ricerca del relitto porta, a mio parere, a due indubbi importanti risultati: rintracciare la possibile origine delle varie componenti simboliche che hanno concorso alla formazione di un motivo strutturato per noi in un testo anche con alta specificità letteraria; verificare le variazioni che tali motivi possono subire nello spazio e nel tempo.

Di natura diversa sono i problemi posti dagli altri argomenti studiati. Dall’accostamento dei diversi elementi, emerge – almeno credo – un coerente quadro simbolico. Si potrebbe obiettare che si tratta di un errore di prospettiva, che questo coerente quadro simbolico è solo il frutto della sistemazione mitica operata già dalle fonti antiche, da Pausania, da Antonino Liberale, da Diodoro Siculo, per citare solo gli autori a cui si è fatto più estesamente ricorso. Eppure, proprio l’aver enucleato elementi scarsamente significativi all’interno delle fonti (quelli che prima si sono chiamati Märchenmotiven) mi sembra che garantisca sufficientemente sulla natura di relitti degli elementi trattati e che non ci troviamo di fronte a prodotti di un tardo processo evemeristico. Del resto lo stesso carattere conservativo del racconto favolistico rispetto ad altre tradizioni letterarie, quali per esempio l’epos, come emerge in particolare dal capitolo finale, permette di individuare, in fonti molto più tarde, quale può essere la Biblioteca dello Pseudo Apollodoro, fasi dell’elaborazione mitica precedenti lo stesso Omero. Sono risultati che già Meuli ha chiaramente esposto all’inizio di questo secolo, ma che non sono stati a tutt’oggi completamente recepiti dai filologi. Ripercorrere questa strada sotto il segno del simbolismo non è forse quindi del tutto inutile.

Per confermare o per chiarire quanto lo specifico discorso greco andava delineando, si è fatto spesso ricorso ad un comparativismo interculturale. I risultati raggiunti in alcuni casi – soprattutto all’interno del terzo capitolo sul valore simbolico del ronzio e nel paragrafo finale del quinto – sono a mio avviso interessanti e meriterebbero forse una riflessione più puntuale. Come spiegare alcune singolari consonanze? Universali umani, contatti culturali, comuni origini indoeuropee? Queste ovviamente rimangono delle domande aperte, ma credo importante averle almeno riproposte per mostrare, se non altro, che l’ esperienza greca è incomprensibile se non viene inserita in un panorama più vasto, abbandonando definitivamente schemi ellenocentrici. Non è privo di interesse sottolineare una volta di più come l’immaginario greco sia popolato di figure e di simboli che giungono dalla più lontana preistoria e come la continuità sul piano dell’immagine e dello scenario mitologico si sia conservata, nonostante le modificazioni sul piano della narrazione e i cambiamenti del sentimento religioso.

Si diceva: perché proprio l’ape? Perché proprio questo insetto è stato scelto per trasmettere diversi significati simbolici? È evidentemente nei confronti degli elementi dell’ambiente più carichi di suggestione che si volge il processo di produzione simbolica. Nel processo di formazione del simbolo gli elementi più suscettibili di toccare l’affettività sono i più importanti, e tra questi elementi ci sono certamente gli animali, non da ultimo quelli più utili all’uomo. Ma, come ha sottolineato Calame, «il resto della messa in relazione di un elemento del regno animale con un termine dell’ordine umano è dovuto al caso».5 Chi si interessa di simbolismo non può non tener conto che c’è sempre un elemento arbitrario, oltre il quale non ci è consentito andare e che segna anche il limite della ricerca.

Note

1 M. Davies - J. Kathirithamby, p. 47.

2 Per questo particolare aspetto è comunque disponibile l’accurato studio di M. Misch. Sulla simbologia delle api e dell’alveare all’interno della tradizione patristica e nell’opera anonima di ambiente giudaico Πράξεις τοῦ παγκάλου Ἰωσὴφ καὶ τῆς γυναικὸς αὐτοῦ Ἀσενὲθ θυγατρὸς Πεντεφρῆ ἱερέως Ἡλιουπόλεως si veda anche A. Goulon. Sulla simbologia del miele cfr. da ultimo A.M. Vázquez Hoys. Una preziosa rassegna sulla presenza delle api nel folclore e nella storia delle religioni di diverse culture, non solo antiche, è contenuta nel volume curato da R. Chauvin.

3 C. Calame, pp. 15-68.

4 Su questo problema utile è l’analisi di F. Bertolini.

5 C. Calame, p. 47.



Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).

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