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Cat.n. 561

Mladen Dolar

Al di là dell’interpellazione. Nota introduttiva di Giacomo Clemente. In Appendice: Intervista a Mladen Dolar su Beyond Interpellation e questioni correlate, a cura di G. Clemente

IISBN 978-88-7588-441-3, 2026, pp. 104, formato 130x170 mm., Euro 13 – Collana “Multiversum” [4] diretta da Vittorio Morfino.

In copertina: Wassily Kandinsky, Giallo, rosso, blu (1925), Musée National d’Art Moderne, Centre Georges Pompidou, Parigi.

indice - presentazione - autore - sintesi

€ 13

Nota introduttiva

di Giacomo Clemente

Per un lacaniano che desideri occuparsi seriamente di filosofia politica, quale può essere un buon antidoto contro il rischio, oggi così frequente, di vincolare il gesto di Lacan a una comprensione generica della storia? Questo antidoto può essere rintracciato nell’orientamento teorico sviluppato nel breve, denso studio di Mladen Dolar, e proprio mentre qui viene problematizzata la nozione di “interpellazione” di Althusser1.

Come noto, quella di soggetto ideologico è per Althusser la nozione funzionale alla com­prensione della riproduzione dei rapporti di produzione. Ed è nozione problematizzata da Dolar nella misura in cui, se è vero che lo strutturalismo – da Lévi-Strauss a Foucault, da Derrida allo stesso Althusser – «si considerava come una rottura con la tradizione umanistica centrata sul soggetto […] e, in particolare, come rottura con la tradizione filosofica basata sul cogito»2, Lacan pare essere stato un’eccezione. Infatti,

[...] vide l’inconscio come una struttura con un soggetto, sebbene concepisse questo soggetto come opposto alla coscienza. Così, per Lacan, a qualsiasi livello si guardi la questione, non c’è processo senza soggetto; il soggetto è necessariamente implicato dalla struttura apparentemente a-soggettiva3.

Tralascio il significato del sintagma di «processo senza soggetto» (o del suo opposto di «processo con soggetto»4). Il punto sul quale vorrei soffermarmi brevemente, piuttosto, sta nel sottolineare una possibile filiazione della tesi di Dolar con quella contenuta in un breve saggio del linguista marxista Michel Pêcheux (autore citato da Dolar nel testo qui presentato in due occasioni).

Mi riferisco a Il n’y a de cause que de ce qui cloche, del 1978, che figurerà – col titolo: The French Political Winter: Beginning of a Rectification – come terza appendice rivisitata alla versione inglese del 1982 di Les vérités de La Palice (uscito nel 1975 per Maspero nella collana Théorie diretta da Althusser).

L’ipotesi di Pêcheux si regge, precisamente, attorno al nucleo teorico che sarà fatto proprio da Dolar più di dieci anni dopo. Anche lì, infatti, viene problematizzata la nozione di interpellazione althusseriana – e, dunque, la nozione stessa di soggetto in quanto suo effetto – a partire dal fatto che nello stesso processo di interpellazione resta fuori qualcosa di non soggettivabile.

Nei termini di Dolar, si tratta di un residuo eccentrico, tanto in relazione all’esteriorità ma­teriale degli apparati ideologici, quanto all’interiorità immaginaria del soggetto interpellato – esso è, precisamente, l’impossibilità che governa il passaggio lineare tra interno ed esterno, o il limite non situabile che decentra la loro posizione. Come dice Dolar,

[...] c’è una parte dell’individuo che non può passare nel soggetto con successo, un elemento di materia prima ‘pre-ideologica’ e ‘pre-soggettiva’ che viene a tormentare la soggettività una volta che questa si costituisce come tale5.

Cosa, insomma, che fa sì che se «per Althusser il soggetto è ciò che fa funzionare l’ideologia; per la psicoanalisi, il soggetto emerge dove l’ideologia fallisce».

Ecco cosa scriveva Pêcheux:

[…] il non-senso dell’inconscio, a cui l’interpellazione prova ad aggrapparsi, non è mai completamente ricoperto né chiuso dall’evidenza del soggetto-centro-senso che ne è il prodotto, perché i tempi della produzione e del prodotto non sono successivi come per il mito platonico, ma sono inscritti nella simultaneità di un battito, di una “pulsazione” attraverso la quale il non-senso inconscio non cessa di far ritorno nel soggetto e nel senso che pretende di installarvisi6.

È sufficiente sottolineare come l’individuazione di questo residuo a-soggettivo (il soggetto dell’inconscio di Lacan) rappresenti una rettifica, tanto della nozione semplice di riproduzione di Althusser (dunque dell’interpellazione e dunque del soggetto interpellato), quanto dell’operazione epistemologica portata avanti dallo stesso Pêcheux in Les vérités de La Palice, secondo la quale occorreva pensare una «pedagogia della rottura dell’identificazione»7 attraverso il ricorso all’esteriorità radicale della teoria (marxista-leninista: come dice Dolar «la comprensione della materialità presupporrebbe la sospensione della soggettività, e questo può essere ottenuto solo tramite la nozione althusseriana di scienza»8).

Infatti, se si pensa althusserianamente l’interpellazione in termini funzionali alla riproduzione dei rapporti di produzione di una formazione sociale, allora si rischiano di escludere le procedure di trasformazione di quella stessa formazione sociale (è il motivo per cui, già in Les vérités de La Palice, si parla di riproduzione-trasformazione dei rapporti di produzione); tuttavia, se si pensa (come già in Les vérités de La Palice) la trasformazione a partire da una radicale esteriorità teorica, allora si corre il rischio di sussumere le procedure di trasformazione a procedure di tipo idealistico (il platonismo volgare del brano riportato poco sopra. Come direbbe Lecourt, «la scienza cade dal cielo»9).

Il problema, in altri termini, starebbe nella posizione stessa del «se ... allora ...» che coinvolge interpellazione ideologica e pratica scientifica (se è posta la prima, allora per salva­re la trasformazione si deve ricorrere all’esteriorità della seconda). In realtà, tertium datur: come detto, è lo stesso processo di interpellazione a produrre internamente i propri scarti (e la simultaneità di un battito o di una «pulsazione» significa proprio questo: lo scarto, lungi dall’esser qualcosa di dato anteriormente, si produce nel momento stesso del processo di soggettivazione). Le strutture cliniche (nevrosi, psicosi, perversione, ecc.) sono, precisamente, modi di governare questo resto irriducibile, questa impossibilità della soggettivazione riuscita.

Sul punto, si vedrà come la cornice teorica entro la quale si muove Dolar è quella rappresentata dall’amore in quanto scelta forzata nella quale il contingente esterno (la scena in cui due amanti si incontrano per caso) viene retroattivamente trasformato in necessità (intesa come realizzazione del destino, in ogni caso come retroazione del senso sul contingente “anteriore”).

E tuttavia, se è vero che l’innamoramento sembra ricalcare la struttura formale dell’identificazione ideologica – dal momento che, come per Althusser, maschera nell’interno immaginario del soggetto interpellato la sua origine contingente esterna –, è altrettanto vero che esso, come mostra la situazione del transfert nella cura psicoanalitica, si distingue dall’interpellazione dal momento che porta in superficie anche il resto del Reale che l’ideologia cerca di occultare.

Un resto, questo, che si produce insieme e attraverso la stessa procedura di identificazio­ne: l’avvento del simbolico

[...] ‘crea’ qualcosa che non può essere simbolizzato – questo è ciò che Lacan chiama il Reale – e che alla sua ‘prima’ apparizione è già perso10.

La nozione di “scelta forzata” (come nel caso di: “o la borsa, o la vita”) indica, precisamente, questo momento simultaneo di una scelta anticipata (sono già scelto dalla scelta della vita, dal momento che se scelgo la borsa, perdo la vita e quindi la borsa) che proprio nel produrre una inscrizione soggettiva all’Altro ideologico che dunque mi precede, produce una perdita (l’intersezione, appunto, della scelta della vita con la scelta della borsa). Il problema di Althusser, ancora una volta, risiederebbe nel rendere «invisibile il vuoto che si è creato. Qui non c’è posto per la mancanza»11.

Ma quale politica sembra configurare l’introduzione di «uno spazio vuoto, [di] una crepa nell’immutabilità dell’essere» nel dominio stesso dell’interpellazione e degli apparati ideologici di Stato? O, è uguale: chi rappresenta l’operatore politico di questa mancanza, se è vero che tale mancanza rappresenta il possibile tracollo per le procedure di riproduzione? La risposta di Pêcheux in un saggio del 1978 intitolato Oser penser (pubblicato in tedesco nel 1984 per la rivista KulturRevolution, un anno dopo la sua morte) è semplice: proletariato. In quanto operatore dell’insignificante residuale, il proletariato è operatore di una politica che, nell’orientamento già presentato da Balibar nei Cinque studi di materialismo storico12, deve tenersi nella negazione stessa della statalità:

Se è ammissibile designare con il termine ‘dis-identificazione’ ciò che, nel processo della rivoluzione proletaria, costituisce la forma ideologica della tendenza al non-Stato, possiamo dire che l’apparato statale proletario [...] funziona ideologicamente per dis-identificazione, e in tal modo attacca persino i processi di divisione-rappresentanza-delega che hanno dato origine allo Stato di diritto13.

Si dirà, allora, che quella proletaria è una politica della «singularité précaire», una «politique en ligne brisée», una politica dalla «figure vacillante»14. Essa, infatti, deve tenersi nel trattenimento precario e contraddittorio degli scarti e delle residualità che sono sempre, costitutivamente prodotte nel momento costituente di qualsivoglia identificazione – identificazione operata, anche, da una interpellazione proletaria. Anche in una politica proletaria, infatti, non si esce dall’interpellazione. Ma se l’interpellazione produce i propri scarti, allora il proletariato è, per così dire, contraddizione in atto – non risolta e non risolvibile –, tra se stesso come soggetto identificato e se stesso come operatore dello scarto e della dis-identificazione. Quella proletaria, così, configura una politica dell’infinito che oscilla – necessariamente ed essenzialmente – tra identificazioni e dis-identificazioni (essendo le seconde sempre implicate dalle prime).

Per ogni nuova configurazione ideologico-discorsiva, la parola d’ordine di un comunista è: stare sempre all’opposizione e tenersi sulla pura attuosità dell’insignificanza; non cedere alla tentazione del senso e dell’identificazione. Tenersi, appunto – al di là dell’interpellazione.

1 La traduzione del saggio di Mladen Dolar e la breve intervista all’autore, qui ripubblicati, sono apparsi originariamente in «Quaderni materialisti», n. 15, 2015 [2017], pp. 251-267 (per il saggio), pp. 243-250 (per l’intervista).

2 Infra, pp. 29-30.

3 Infra, p. 30.

4 Rinvio a G. Clemente, S. Pippa, Il soggetto di nuovo in scena. Sul détour dialettico di Badiou, prefazione a A. Badiou, Teoria della contraddizione e altri scritti dialettici, Mimesis, Milano-Udine 2022, pp. 7-23.

5 Infra, p. 25.

6 M. Pêcheux, Il n’y a de cause que de ce qui cloche, in Id., (a cura di D. Maldidier), L’inquiétude du discours. Textes de Michel Pêcheux, Éditions des Cendres, Paris 1990, p. 268.

7 Ivi, p. 267.

8 Infra, p. 22.

9 D. Lecourt, Per una critica dell’epistemologia, De Donato, Bari 1973, p. 155.

10 Infra, p. 58.

11 Infra, p. 60.

12 Cfr. É. Balibar, Cinque studi di materialismo storico, Pgreco, Milano 2021, pp. 69-103.

13 M. Pêcheux, Oser penser [Manuscript], «Décalages», vol. 1, n. 4, pp. 31-32.

14 Ivi, p. 34.



Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).

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