Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Ebook 1042

Giuseppe Bailone

Plotino.

Inedito, 2009, pp. 33.

indice - autore - sintesi

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Non so se Don Abbondio abbia mai avuto occasione di porsi questa domanda, incontrando nelle sue brevi letture quotidiane il nome di questo filosofo. La notorietà di Plotino è, infatti, di gran lunga inferiore al suo peso nel processo di formazione della cultura europea. Don Abbondio, quindi, potrebbe non aver mai saputo di questa radice profonda ed importante della sua modesta cultura filosofica e teologica.
Plotino nasce nel 204 d. C. a Licopoli (attuale Asyut), nel Medio Egitto.
Ha ormai 28 anni, quando arriva ad Alessandria, il centro più importante della civiltà ellenistica e luogo d’incontro di culture diverse.
I primi incontri con la filosofia sono deludenti, ma, poi, affascinato da Ammonio Sacca, frequenta per undici anni la sua scuola.
Di Ammonio Sacca, considerato il fondatore del Neoplatonismo, sappiamo molto poco: educato, forse, al cristianesimo, torna alla religione classica; non scrive nulla e impegna i suoi allievi al segreto della dottrina; avvia allo studio di Platone e di Aristotele nel tentativo di armonizzarli.
Nel 243, Plotino, per entrare in contatto con sapienti di Persia e d’India, partecipa alla spedizione dell’imperatore Gordiano contro i Parti. Il fascino delle culture orientali è ben presente nel mondo ellenistico – romano insieme al crescente interesse religioso e alla sempre più diffusa tendenza a far discendere la filosofia greca dall’Oriente.
La spedizione fallisce e Gordiano viene ucciso.
Roma vive decenni di crisi gravissima che rischia di travolgerla: la città è così esposta al rischio di cadere in mano ai barbari che nel 271 l’imperatore Aureliano avvia la costruzione di una poderosa cinta muraria difensiva.
Plotino ripara ad Antiochia e, poi, arriva a Roma, dove apre una scuola in cui legge e discute testi di Platone e di Aristotele e dei loro commentatori.
Nella cerchia dei suoi allievi ed estimatori ci sono parecchi senatori, c’è anche l’imperatore Gallieno e sua moglie Salonina. Plotino, però, non diventa un filosofo di corte.
Progetta, senza successo, di realizzare, con l’aiuto imperiale, una città di filosofi in Campania, Platonopoli. Non pensa affatto di applicare all’impero il modello platonico, con la forza dell’appoggio imperiale. La sua vocazione politica si limita al progetto di realizzare quel modello per chi voglia viverlo. In qualche modo prefigura il “platonismo” dei monasteri.
In un mondo che frana, Plotino cerca la salvezza non nella rivoluzione politica, ma nella ricerca interiore e nel perfezionamento morale.
Un suo uditore, il senatore Rogaziano, fa una scelta di vita ascetica: rinuncia ai suoi importanti incarichi, a tutti i suoi beni, anche ad avere una casa sua, e mangia solo a giorni alterni. Riesce così a guarire da una grave forma di gotta, a recuperare l’uso delle gambe e una straordinaria abilità manuale. “Plotino – scrive Porfirio – lo amava e lo lodava soprattutto additandolo come esempio ai filosofi”.
In verità, tra gli uditori c’è anche chi resta ben attaccato alle cose del mondo. Aggiunge, infatti, Porfirio: “C’era anche Serapione di Alessandria, retore dapprima e più tardi dedito agli studi filosofici; egli però non seppe mai staccarsi dagli affari di denaro e dall’usura”.
L’insegnamento di Plotino è per un po’ di anni solo orale. Comincia a scrivere solo alla soglia dei cinquant’anni. Scrive di sua mano, senza affidarsi ad un amanuense, com’era d’uso. Scrive dopo lunga rielaborazione interiore, avendo ormai in testa tutto quanto il testo.
“Egli componeva dentro di sé il trattato dal principio alla fine, poi metteva per iscritto ciò che aveva pensato scrivendo ininterrottamente quelle cose che aveva elaborato mentalmente come se le avesse ricopiate da un libro. Poteva discutere con qualcuno e sostenere una conversazione pur seguendo le sue riflessioni, e così soddisfaceva alle convenienze del conversare senza cessare di meditare sugli argomenti che si era proposto. Partito l’interlocutore, senza nemmeno rivedere ciò che aveva già scritto perché, come ho già detto, la vista non gli serviva nel leggere, proseguiva con le frasi successive, come se, conversando, quell’intervallo non l’avesse interrotto”.
Non pensa alla pubblicazione, ma tutti i suoi scritti sono arrivati fino a noi, grazie a Porfirio, suo biografo ed editore, che, giunto trentenne nella scuola nel 263, ha raccolto i cinquantaquattro scritti del maestro in nove gruppi, dando ad essi ordine sistematico e il titolo Enneadi.
“Nelle sue lezioni egli era di parola facile, e molto abile nel trovare e pensare ciò che doveva dire; ma qualche volta errava nella pronuncia (…) Quando parlava, l’intelligenza si vedeva brillare nel suo viso e illuminarlo della sua luce; sempre piacevole nell’aspetto, egli diventava allora ancor più bello: un leggero sudore imperlava la sua fronte, la sua dolcezza si rivelava tutta e si mostrava benevolo con quelli che lo interrogavano e parlava con tono vigoroso. Per tre giorni io lo interrogai sul modo in cui l’anima è unita al corpo ed egli non si stancò di offrirmi il suo insegnamento, tanto che un certo Taumasio, essendo entrato (dove noi eravamo), disse che voleva ascoltare da lui delle conferenze vere e proprie che si potessero scrivere e non dei dialoghi in cui Porfirio interrogasse e lui rispondesse. Allora Plotino disse: «Ma se Porfirio non mi interrogasse io non avrei da risolvere problemi e così non avrei da dire nulla che potesse essere scritto»”.
Plotino non si presenta come filosofo autonomo ed originale, quale in realtà è, ma come un platonico. Fa lezione e scrive affrontando questioni attraverso la lettura e l’interpretazione di filosofi antichi, soprattutto Platone ed Aristotele, convinto che la verità sia già stata raggiunta e sia custodita in testi da decifrare e commentare.
“Le nostre teorie non sono nuove né di oggi, ma sono state pensate da molto tempo anche se non in maniera esplicita, e i nostri ragionamenti sono l’interpretazione di quegli antichi, la cui antichità ci è testimoniata dagli scritti di Platone”.
L’idealismo di Platone s’accompagna in lui alla aristotelica attenzione alla realtà concreta. Come Platone tende a guardare molto in alto, come Aristotele lo fa con i piedi bene per terra. Si potrebbe dire che Plotino, ultimo grande filosofo greco, costruisce la sua sintesi componendo in unità l’alternativa Platone – Aristotele che Raffaello ha così ben rappresentato nella sua Scuola di Atene.
Quella di Plotino è l’ultima grande sintesi del pensiero greco. In essa confluiscono la filosofia di Platone, di Aristotele ma anche degli Stoici e non mancano elementi di cultura orientale. E’ una sintesi molto originale, che chiude il mondo classico greco e romano e apre o, meglio, viene usata per fondare filosoficamente la cultura cristiana.
E’ la filosofia che Giuliano L’Apostata usa nel suo breve (361-63) e fallito tentativo di salvare la religione classica dal naufragio e che i Padri della Chiesa usano per strutturare filosoficamente la dottrina cristiana.

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