Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Gianfranco La Grassa

Dai Tre Mondi alla "globalizzazione capitalistica".

1998, pp. 32, formato 140x210 mm., Euro 5,00 – Collana "Divergenze" [1].

In copertina: Edvard Munch, Vampiro, litografia 1900.

indice - presentazione - autore - sintesi

5,00

Parlare di “tre mondi” e di “globalizzazione” significa far riferimento alla storia di questo secondo dopoguerra, perché è solo dopo il ’45 che emerse il cosiddetto “campo socialista” (il secondo mondo, il primo essendo quello dei paesi capitalistici più sviluppati) e, in seguito alla competizione tra primo e secondo mondo, venne in evidenza, nella politica internazionale come nella teoria sociale ed economica, la presenza dei paesi detti sottosviluppati dell’Asia, dell’Africa e del Sud America, considerati appunto complessivamente quale terzo mondo. Alla fine degli anni ’80 si ebbe l’implosione del secondo mondo (il “socialismo reale”) accompagnata dalla dissoluzione dell’URSS e dallo sviluppo capitalistico dei paesi rimasti ancora ufficialmente socialisti (tipico l’esempio della Cina). Si verificò così la rimondializzazione del sistema capitalistico, entrato nel frattempo (già dagli anni ’70) in una nuova epoca di competizione tra le principali sue parti componenti (USA, Giappone, Europa ed in particolare la Germania), nel mentre si accentuavano fenomeni di sviluppo di importanti paesi e aree (in particolare in Asia) del fu terzo mondo.

E’ in quest’ultimo periodo che si viene parlando della cosiddetta globalizzazione capitalistica, che implicherebbe il sempre più libero movimento dei capitali e delle merci attraverso il mondo, il dominio mondiale delle imprese dette transnazionali e la perdita di potere da parte degli Stati nazionali a favore di organismi internazionali, rispetto alle decisioni di politica economica dei quali, tuttavia, il capitale oligopolistico transnazionale viene considerato, almeno in gran parte, indipendente o addirittura un suo decisivo ispiratore; sia che si tratti della parte produttiva di detto capitale (quello responsabile degli investimenti diretti in imprese o filiali di imprese in ogni parte del mondo) sia, in particolare, per quanto concerne i suoi reparti finanziari con speciale riguardo alle operazioni speculative di borsa su titoli e monete così come ad acquisizioni, fusioni, partecipazioni incrociate, ecc. tese alla centralizzazione dei capitali, alla creazione di giganti produttivi di sempre maggiori dimensioni, al formarsi di coalizioni tra alcuni di essi in funzione del conflitto con altre coalizioni, tenuto conto dell’accentuarsi della competizione intercapitalistica a livello mondiale.

Non intendo qui fare la storia di questo dopoguerra, la storia del passaggio da un’epoca all’altra di quello che può comunque definirsi, fin da adesso, come sviluppo del capitalismo mondiale, poiché appare oggi sempre più chiaro che anche il cosiddetto “socialismo reale” dovrebbe, malgrado tutto e fatto salvo quanto dirò nel terzo paragrafo, considerarsi come una parte, con caratteri affatto speciali, del sistema capitalistico. Più che alla storia farò riferimento a due differenti modelli di strutturazione e dinamica di detto sistema, modelli che si sono succeduti l’uno all’altro e che, a mio avviso, hanno carattere di ricorsività piuttosto che di stadialità (anche quest’ultima affermazione apparirà più chiara nel prosieguo del discorso).

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