Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 057

Andrea Cavazzini

Teoria, Ideologia, Storia. Note critiche su un inedito di Althusser.

ISBN 88-87296-22-7, 1998, pp. 48, formato 140x210 mm., Euro 5,00 – Collana "Divergenze" [7].

In copertina: Alchimisti al lavoro intorno ad un alambicco di distillazione; illustrazione xilografica dal De Secretis Naturae (1544) di Philip Ulstadt.

indice - presentazione - autore - sintesi

5,00

Queste note non vogliono essere scritte su Althusser, quanto piuttosto a partire da Althusser. Ciò perché lo scrivere su qualcuno implica sempre, con una regolarità da poetica normativa cinquecentesca, di dover sceverare ciò che è vivo da ciò che morto nell’opera in esame. Ciò che è vivo è ciò che si ritiene assodato, ancora attuale, non bisognoso di rettifica; ciò che è morto è invece quanto in un libro od in un autore, deve essere rivisto, criticato, ed infine aggiornato. Ma se si pensa ai concetti di “vitalità” o “sterilità” in maniera appena meno banalmente storicistica, si può desumere che sia piuttosto vero il contrario: morto è ciò che si dà per scontato, che non suscita più fermenti di pensiero, che non rientra nell’agone della discussione teorica, sia pure a prezzo di uscirne irriconoscibile; vivo sarà allora ciò che contribuisce a produrre nuove conoscenze, a volte rendendole possibili con la propria morte teorica, cioè con la trasformazione in vista della realizzazione di un nuovo sistema concettuale. In questo senso, si può dire che Althusser lascia un gran numero di cose vive nella sua eredità (la cui ampiezza solo ora stiamo scoprendo); infatti, pochi altri marxisti hanno impostato correttamente un simile ventaglio di problemi, problemi che Althusser stesso non ha risolto, o ha risolto in modo insoddisfacente. Appunto perciò, tutti questi problemi sono ancora ben vivi, non storicisticamente, perché attuali, non bisognosi di discussione in quanto la Storia non ci ha ancora posto davanti agli occhi il loro superamento, magari condito con la facile arroganza di chi, trasportato dal flusso delle mode, ostenta superiorità su chi si attarda ad arrovellarsi su questioni “datate”. Tali problemi sono vivi perché, al contrario, sono incompleti nella formulazione e carenti nella soluzione: ciò che li rende ottimo materiale grezzo per le nostre pratiche teoriche. Dunque partiremo da Althusser, anzi, da un suo inedito recentemente pubblicato in Italia (Lo Stato ed i suoi Apparati, Editori Riuniti, Roma), per affrontare le problematiche che tale scritto suscita, e trattarle oltre a ciò che Althusser stesso ha potuto fare. Si tratta di problematiche del tutto inattuali, di cui vogliamo fare una panoramica prima di lasciare al lettore l’onere di valutare il nostro contributo ad impostarle e chiarirle: in primo luogo, la prospettiva dello sviluppo di una scienza positiva della società e della storia. Un simile tentativo è ultimamente molto poco quotato; da un lato, i brandelli del positivismo popperiano accusano ogni prospettiva del genere di totalitarismo; dall’altro, i brandelli più variopinti del postmodernismo-poststrutturalismo, la accusano di riduzione all’Uno logofalloteoantropocogitocentrico di tutte le belle differenze che proliferano ovunque, specialmente nei ghetti e sugli scaffali dei supermercati. Tuttavia, basta dare un’occhiata alle “spiegazioni” deliranti e pettegole che il giornalismo fornisce in merito ai processi sociali ed alla storia recente per capire come la pretesa di un sapere rigoroso e coerente in merito a questi fenomeni non sia un delirio di onnipotenza orwelliano, un incubo di totalizzazione condotto con i mezzi baconiani della superscienza garante del possesso di una verità normativa. Sapere come e perché scoppiano guerre, crollano stati, e cose consimili, è oggi una misura di sopravvivenza in mezzo all’entropia crescente delle società capitalistiche. E questo sapere non può ottenere uno statuto soddisfacente senza una rigorosa formalizzazione delle sue procedure conoscitive; pensiamo di avere mostrato, in quanto segue, fino a che punto Althusser può aiutarci, e dove invece ci si deve congedare da lui.

Un’altra tematica affrontata è quella dell’Ideologia. Non l’abbiamo esaurita, ma ci sembra di avere contribuito a darne un’immagine non stereotipata, così come in parte inedita ci sembra l’abbozzo della formulazione che proponiamo del problema della “natura” dello stato nelle società capitalistiche. Inoltre, crediamo di aver contribuito a correggere l’idea dominante di un Althusser in fondo poco marxista, in quanto dimentico del ruolo attivo della soggettività rivoluzionaria. In realtà, da questo punto di vista, Althusser è anche troppo marxista, irretito dalla nefasta fede nella Classe Operaia; troppo ottimista e troppo vitalista nella sua teoria politica, niente affatto dunque viziato da quel pessimismo intellettualistico che Perry Anderson imputava al marxismo Occidentale e che si applica molto meglio ad Adorno. Althusser è anzi diviso da questa corrente catastrofista da una vera e propria forma di vitalismo operaio e ultrapolitico, di sapore nicciano. Questo è uno dei motivi per cui crediamo che Adorno sia un diagnosta del nostro tempo molto superiore ad Althusser. Ma tutto questo è discusso più avanti. Qui volevamo solo esplicitare il significato, alcuni dei significati, da noi attribuiti al tentativo teorico che presentiamo, e di cui si può dire che avrà ottenuto più del suo scopo se stimolerà critiche e confutazioni volte ad una miglior soluzione dei problemi: presentiamo dunque una vittima sacrificale, che, come nelle religioni primitive, ha bisogno, al pari di opere teoriche ben più significative, di essere ritualmente uccisa per rinnovare la propria vitalità.

 

 

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