Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 058

Gianfranco La Grassa

L'imperialismo. Teoria ed epoca di crisi.

ISBN 88-88172-17-3, 2003, pp. 80, formato 170x240 mm., Euro 10,00 – Collana "Divergenze" [35].

In copertina: Victor Vasarely, Arlecchino, 1935. Galleria Denise Renè, Parigi.

indice - presentazione - autore - sintesi

10,00

 

Nota di Costanzo Preve

sul libro di La Grassa

 

1. È per me un compito particolarmente facile e gradito scrivere questa breve introduzione al presente lavoro di Gianfranco La Grassa, per il semplice motivo che ne condivido nell’essenziale la tesi di fondo, le argomentazioni principali e le conclusioni provvisorie. Sarebbe anche inutile farne qui un’ennesima parafrasi. La Grassa scrive in modo chiaro, ed il lettore che si concentri può capire tutto da sé. Ritengo invece utile in questa breve introduzione disegnare lo “scenario” ideologico e culturale dentro cui La Grassa propone le sue tesi. Questo scenario è largamente noto, eppure non sempre il noto è anche conosciuto, come già a suo tempo scrisse il grande Hegel, ed allora bisogna ricordare ciò che è già noto in modo che il “valore di posizione” di una tesi (o di un insieme coerente di tesi) venga adeguatamente apprezzato.

 

2. In estrema sintesi, siamo oggi di fronte ad una rimondializzazione del sistema capitalistico, una rimondializzazione che avviene secondo modalità sostanzialmente imperialistiche, sia pure di un imperialismo che deve essere storicamente ridefinito. Dal momento che, come scrisse in altro contesto Carlo Levi, “le parole sono pietre”, l’uso di questa terminologia comporta alcune conseguenze molto importanti, di cui ne ricorderò qui soltanto due.

In primo luogo, la rimondializzazione imperialistica del sistema capitalistico non è eguale alla (e non coincide con la) cosiddetta “globalizzazione” di cui tanto si parla. Il fatto che i due concetti non coincidano e non diano pertanto luogo alla stessa problematica prima teorica e poi pratica ha conseguenze culturali e politiche dirompenti, anche perché purtroppo (ma non per caso) il cosiddetto movimento No Global (o meglio New Global) è ispirato nelle sue ali attualmente (ma si spera non per molto) maggioritarie da questa falsa rappresentazione della cosiddetta “globalizzazione”. Tornerò su questo punto cruciale fra poco.

In secondo luogo, se non assumiamo il punto di vista (errato) della cosiddetta “globalizzazione”, ma il punto di vista (non perfetto, ma comunque migliore del precedente) della rimondializzazione imperialistica del sistema capitalistico, ne deriva fra l’altro che un generico “ritorno a Marx” saltando, censurando, rimuovendo ed ignorando Lenin è completamente sbagliato. Un ritorno a Marx, fingendo di fatto che Lenin non sia mai esistito, finisce paradossalmente per rendere impossibile lo stesso ritorno a Marx, perché in questo modo di Marx verrebbe solo ipostatizzato l’insieme di intuizioni presenti nei cosiddetti Grundrisse. È appunto il Marx oltre Marx di Toni Negri e di molti suoi seguaci, che sono appunto che partono in modo non critico dalla categoria di “globalizzazione”, ed in questo modo finiscono col non capire alcune cose elementari, che pure sono sotto gli occhi di tutti.

 

3. La cosiddetta “globalizzazione” non esiste. Affermazione provocatoria ed apparentemente demenziale, ma mi spiegherò subito. La globalizzazione è un concetto, ed i concetti sono reti per “pescare” la realtà. In quanto concetto non filosofico, ma scientifico (cioè delle scienze sociali), la globalizzazione si candida a capire, raffigurare, rispecchiare il mondo reale, che è in questo caso una sorta di “totalità” di rapporti economici, politici e culturali che si dichiara appunto siano ormai “globalizzati”. Ma è veramente così?

Non lo credo. La “globalizzazione” è in realtà un’autorappresentazione, ad un tempo apologetica e prescrittiva, delle oligarchie dominanti (non solo economiche) dell’imperialismo USA e dei suoi principali alleati (in primo luogo il sionismo assassino del popolo palestinese). Questa autorappresentazione apologetica e prescrittiva ricopre un ruolo analogo a quello ricoperto un secolo e mezzo fa dal cosiddetto “libero scambio” dell’imperialismo inglese dalla fine del Settecento all’inizio del Novecento. Nei due casi una vera e propria prescrizione imperialistica viene fatta passare per una descrizione neutrale ed accurata della realtà.

Ma quando, per fare un solo esempio, l’ideologia della globalizzazione dichiara che lo stato nazionale e la sovranità politica, culturale e monetaria ad esso collegata non esiste più (e le “ombre cinesi” di sinistra alla Toni Negri lo ripetono con pappagallesca e subalterna esultanza), non si ha qui a che fare con una descrizione ma con una prescrizione. Gli stati imperialistici degli Usa e degli alleati anglosassoni e sionisti in realtà mantengono integralmente la loro sovranità di stati nazionali, e chiedono semplicemente a tutti gli altri di rinunciarvi. E degno di nota non che lo facciano, ma che vi siano tanti ingenui e tanti cretini a credergli.

 

4. La parola “globalizzazione” è una posta in gioco simbolica e, in quanto tale, è oggetto di strategie di tipo quasi “militare”, strategie affidate al ceto politico confusionario ed al ceto giornalistico corrotto che fiancheggia il cosiddetto “movimento” per tenerlo sotto controllo e per renderlo il meno pericoloso possibile. Questo “movimento no-global” presenta infatti una seria contraddizione interna fra un’intenzionalità morale spesso radicalmente anticapitalistica ed un apparato concettuale dominante al suo interno che è invece totalmente subalterno all’immagine capitalistica ed imperialistica del mondo.

L’elemento dominante all’interno di questa posta in gioco, a differenza di come molti pensano superficialmente, non è affatto l’eliminazione o la marginalizzazione della parola “comunismo”, ma è l’eliminazione o la marginalizzazione della parola “imperialismo”. Se questo è vero, e se questo avviene, bisogna chiedersi il perché. Ed è appunto ciò che cerco di fare in questa introduzione, in modo che il “valore di posizione” del breve saggio di La Grassa possa risultare più chiaro al lettore.

 

5. Certo, la parola “comunismo” non è amata dalla cultura delle oligarchie capitalistiche dominanti, perché esse sanno bene che questa paroletta presenta una grande “eccedenza” di significato rispetto all’esperienza (ormai ampiamente conclusa e conchiusa) del comunismo storico novecentesco (1917-1991), che a sua volta può essere studiato e valutato del tutto indipendentemente dal significato del termine nel pensiero originale di Karl Marx e dei primi classici del marxismo.

Tuttavia, ogni rilancio del concetto di comunismo dovrebbe passare attraverso almeno due momenti critici essenziali. Primo, un riesame accurato degli elementi utopistici dello stesso concetto marxiano originale di comunismo, che a mio avviso non può essere semplicemente “rilanciato” così com’è. Secondo, un bilancio storico serio e profondo delle debolezze strategiche del comunismo storico novecentesco, in modo da capire quali sono state le ragioni di fondo della sua dissoluzione, senza ricorrere a categorie storiografiche superficiali e ridicole. Ebbene, sono proprio queste due cose che i cosiddetti teorici del movimento non hanno intenzione di fare. Voglio fare solo l’esempio marginale della discussione sul cinquantenario della morte di Stalin (marzo 1953-marzo 2003). Ebbene, tutta la grancassa commemorativa di destra, centro e sinistra è stata in larga parte concorde in una retorica di tipo demonologico sulla Eterna Figura del Tiranno e sulle Masse Sedotte ed Affascinate. Ma per questo Marx è assolutamente inutile, e basterebbero ed avanzerebbero Tucidide e Tacito, che comunque se fossero ancora vivi si vergognerebbero di firmare “bilanci storici” ispirati allo stereotipo del cosiddetto “totalitarismo” completamente privi di forza di spiegazione e di vera ricostruzione. In questa “rimozione” del Novecento, a mio avviso, è dato di vedere in modo chiaro le modalità culturali di una decadenza spaventosa di questo pensiero dominante tardoborghese ed ultracapitalistico.

Siamo allora di fronte ad un’innocua ed impotente affabulazione sul cosiddetto “comunismo” che non potrebbe spaventare neppure il più reazionario analista della CIA. Parole generiche sul movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti, sulla riconciliazione fra società e natura, uomo ed ambiente, un altro mondo è possibile, eccetera, che non intendo affatto disprezzare, ma che hanno al massimo lo statuto di “idee regolative” di tipo kantiano, e che non possono avere nessun carattere di conoscenza. Ora, il credere che un’idea regolativa sia anche un concetto conoscitivo, cosa già sconsigliata da Kant a partire dal 1770, e che invece caratterizza strutturalmente i cosiddetti “movimenti”, è il segnale inequivocabile che c’è qualcosa di profondo che non va.

Ed ecco il perché dell’incredibile successo di posizioni che affermano che il comunismo è già potenzialmente qui fra noi, che basterebbe uno scatto di volontà, che si stanno formando moltitudini biopolitiche desideranti ormai globalizzate e che sono il nuovo definitivo soggetto rivoluzionario risolutore, e che queste moltitudini sono addirittura “teurgiche” ed “ontologiche” (traduzione: che creano Dio ed anche l’Essere, che sono dunque entrambi produzione dell’attività di un Megasoggetto). Non mi interessa in questa sede ironizzare (tristemente) sulla dinamica dell’operaismo italiano nel suo incontro con la scuola francese di Deleuze e Guattari e con il costituzionalismo dei campus americani di Hardt. Ho esaminato altrove questa teratologia ideologica. Qui basti riaffermare che questo apparente “terribilismo” (ci sono già moltitudini disobbedienti comuniste, e devono solo ulteriormente generalizzarsi) si coniuga con il più integrale “minimalismo”, in cui il comunismo è già presente nei cortei danzanti ritualizzati in cui il ceto medio sconfitto celebra la sua manifesta impotenza di fronte alle vere forze della storia (per malvagie che siano, e certamente lo sono).

 

6. Non è dunque questo “comunismo” onirico, fantasmatico, ritualistico e verbale che può fare paura oggi alle oligarchie imperialistiche. E non lo è neppure (nonostante si tratti di un fenomeno leggermente più serio) il rilancio di un modello di comunismo politico-ideologico che ha fatto fallimento nel 1991, e che viene appunto rilanciato senza avere neppure tentato un vero dibattito critico sulle ragioni storiche strutturali (e non solo congiunturali) del suo fallimento.

Il rilancio della categoria leniniana di imperialismo è invece qualcosa di veramente pericoloso per la cultura dominante, e questo per il semplice fatto che c’è ancora l’imperialismo, e che la cosiddetta “globalizzazione” non l’ha affatto superato. Naturalmente, qui sta l’importanza di questo saggio di La Grassa. Il lettore lo giudicherà da sé. Io mi limito, per concludere questa mia introduzione, ad attirare la sua attenzione su alcuni punti del pensiero di La Grassa che fino a qui non ho ancora sottolineato.

 

7. In primo luogo, La Grassa ricorda con insistenza (ma già a suo tempo Sweezy lo aveva fatto) che non bisogna assolutamente identificare il keynesismo con il welfare state, e che questa identificazione, entrata nel senso comune di milioni di persone, è in realtà scorretta e fuorviante. Un conto è il keynesismo centrale dominante degli USA, ed un conto è il keynesismo “sociale” e progressista dei paesi non centrali. Un conto è il keynesismo militare, ed un conto è il keynesismo sociale. Ciò che conta è che il cosiddetto keynesismo non è affatto una “fase irreversibile” dello sviluppo capitalistico, una sorta di fase stadiale che “avvicina” progressivamente al socialismo concepito in modo kautskyano (e togliattiano), e cioè progressivo ed evoluzionistico. Ma per capire questo punto elementare bisogna aver preventivamente rotto con una concezione storicistica dello sviluppo sociale (che 50 anni di togliattismo hanno radicato nel DNA della mentalità cosiddetta “di sinistra”), ed aver maturato una concezione ciclica e non “precipitativa in un punto” dello sviluppo capitalistico. Si tratta di due presupposti teorici che non sono ancora assolutamente maturati nella coscienza diffusa dei cosiddetti “militanti”, che non deve mai essere confusa con il dibattito che si svolge fra alcune centinaia di persone ferocemente “silenziate” dai media della sinistra politicamente corretta (Il Manifesto, Carta, Avvenimenti, eccetera). In questo modo si perdono anni preziosi, ma i rapporti di forza sono quelli che sono.

Chi non ha ancora capito che l’establishment culturale, editoriale e soprattutto giornalistico della cosiddetta “sinistra” è oggi l’avversario principale (ho detto avversario, non nemico, perché conosco la differenza fra i due termini, e non dimentico che il nemico è l’imperialismo) di ogni rinnovamento radicale della teoria, è al di fuori di ogni comprensione minima della fase storica attuale. Questo establishment è un gruppo di potere, e come ogni gruppo di potere difende fisiologicamente il suo stesso potere, che a sua volta s’incarna in strutture mediatiche, editoriali, politiche, sindacali, eccetera, socialmente molto radicate. Qui sta la base sociale dei “girotondi” di Nanni Moretti, dell’antiberlusconismo snobistico di chi si crede superiore ai commercialisti ed ai macellai del Polo (nel doppio significato di proprietari di macellerie e di bombardatori assassini alleati con Bush e Sharon), e dell’autoreferenzialità snobistica del cosiddetto “ceto medio riflessivo” (che decreta da solo la propria riflessività, esempio di narcisismo addirittura sublime).

E questa, naturalmente, è la ragione per cui il pensiero di La Grassa è tanto “silenziato” ed ignorato nei salotti “bene” della Sinistra.

 

8. In secondo luogo, La Grassa ha una concezione “strategica” della classe dominante (più esattamente, dei gruppi dominanti del capitalismo contemporaneo) che non la riduce a personaggi puramente “economici”. Questa è ovviamente la ragione per cui La Grassa non piace ai “marxisti” che mettono al centro la teoria del valore-lavoro, l’interpretazione in senso rigidamente economicistico e quindi ritengono in perfetta buona fede che la questione centrale per i marxisti sia la cosiddetta trasformazione dei valori in prezzi di produzione. I gruppi “strategici” della riproduzione capitalistica trovano certo la propria base di riferimento nel controllo (variamente intessuto con la proprietà, ma ad essa non riducibile) dei mezzi di produzione, delle fonti energetiche e delle innovazioni di prodotto (che La Grassa saggiamente considera ancora più importanti delle innovazioni di processo, che invece l’operaismo mette ossessivamente al centro delle sue analisi). Ma la loro strategia riproduttiva è “globale” (questo sarebbe forse l’unico uso sensato del termine globalizzazione), e quindi comporta anche elementi politici e culturali che devono essere messi sullo stesso piano di quelli cosiddetti “economici”. L’elemento cosiddetto “economico” è infatti sempre opera di un processo mentale di astrazione, cioè d’isolamento metodologico di una parte rispetto al tutto. Gli “economisti”, invece, lo ritengono erroneamente una sorta di realtà ontologica indipendente, una sorta di “motore nella macchina”, un motore invisibile che fa muovere il tutto. Qui si vede, per chi la vuol vedere, la differenza fra il metodo della critica dell’economia politica ed il metodo delle economie politiche di “sinistra” (ricardiana, sraffiana, keynesiana, eccetera).

 

9. In terzo luogo, per concludere, La Grassa insiste sul fatto che oggi non ci troviamo di fronte ad un Impero globalizzato e deterritorializzato, ma siamo dentro una feroce lotta interimperialistica in cui gli USA dispongono di un nuovo elemento differenziale che non esisteva prima del 1914, e cioè la strapotenza militare assolutamente non paragonabile a quella dei loro potenziali avversari (dalla Cina alla Russia, dall’Europa ad un eventuale mondo musulmano politicamente coordinato). Solo in questo senso possiamo parlare di “impero americano”, nel senso dunque di un Lenin, e non certo nel senso di un Negri o delle sue varianti politicanti, che qui non cito per non introdurre elementi di rissa ideologica, che vorrei invece evitare ad ogni costo.

Questo è dunque l’elemento essenziale. E questo è il punto che consiglio ai lettori di approfondire criticamente. Non siamo di fronte ad una riproposizione della teoria di Kautsky del cosiddetto “superimperialismo”, e non lo siamo perché il Capitale non è mai un unico centro di potere coordinato cui si contrappongono via via masse “risolutive” (l’operaio-massa fordista, l’operaio sociale postmoderno, i nuovi tecnici informatici, le moltitudini disobbedienti, e via via accelerando), ma è sempre uno spazio conflittuale di diversi capitali in lotta, fortemente territorializzati (territorializzati anche se decentrati, e territorializzati proprio perché decentrati). Tesi su cui La Grassa, da almeno trent’anni, insiste, (sostanzialmente inascoltato nell’ambiente italiano togliattiano-operaistico).

Questo imperialismo, tuttavia, non è lo stesso delle “cinque caratteristiche” del Lenin del 1916. Non scendo qui nei dettagli, perché rimando direttamente al testo di La Grassa. Ma ricordo che questo approccio implica anche un ripensamento radicale del paradigma teorico marxiano originario. A questo punto posso chiudere questa introduzione. Buona lettura, e speriamo anche buon possibile dibattito.

Costanzo Preve

 

 

 

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Gianfranco La Grassa

Prefazione

 

1. Questo breve saggio, che tenta di reimpostare un discorso minimamente scientifico sull’argomento, senza ripetere pedissequamente i precedenti di oltre un secolo di discussione – e, in particolare, senza attenersi strettamente ed esclusivamente all’ortodossia marxista (e leninista) – affronta fondamentalmente due ordini di problemi: a) un revisione piuttosto radicale delle categorie teoriche atte a inquadrare il fenomeno imperialistico; b) un’applicazione di queste categorie rielaborate all’interpretazione dell’epoca attuale con la formulazione di alcune ipotesi relative ai prossimi decenni di evoluzione della formazione sociale capitalistica ri-mondializzatasi nel 1989-91. 

In questa introduzione, mi limiterò a porre in risalto il mio modo di procedere, e i cambiamenti di punti di vista, con riguardo all’apparato teorico utilizzato. Dirò solo pochissime parole in merito al secondo problema, quello relativo all’epoca attuale. Ripeto quanto il lettore troverà riaffermato nel testo: solo un matto può pensare che il mondo si adeguerà esattamente alle sue previsioni. Queste sono invece largamente aperte a possibilità di errori anche notevoli, in molti casi di tale ampiezza da inficiare l’apparato categorico impiegato nel formularle. Ritengo tuttavia che in esse ci si debba spendere, perché, come si dice “in volgare”, “sbagliando s’impara”. Le teorie sono solo un sistema di ipotesi, da non confondersi con la sedicente “realtà”; ed anche se dovessero rivelarsi irrimediabilmente lontane dall’evoluzione di quest’ultima (dai “segnali” che essa invia all’attività “costruttiva” del nostro pensiero), le elaborazioni teoriche, se rispettano certi criteri di impostazione strettamente razionale (e non fumisterie semiprofetiche o altro del genere), pongono comunque le premesse di balzi conoscitivi in avanti, senza che ci si attardi in sclerotiche ripetizioni di “sacri principi” fissati ormai come dogmi da pochi fanatici seguaci di una “Chiesa” (il “comunismo realmente affermatosi nel novecento”) definitivamente condannata dalla “Storia”.  

In ogni caso, sollecito qualsiasi lettore a non fissarsi eccessivamente sulle previsioni, a non credere che su di queste possa basarsi una immediata azione politica. In particolare, richiamo l’attenzione sui tempi assegnati a queste previsioni. Pur se esse dovessero, in linea di larga massima, rivelarsi per l’essenziale esatte, andrebbero affermandosi nel corso di decenni, non di anni. Parlo spesso, nel testo, di dieci-quindici anni; si tratta però del periodo necessario a constatare se andranno consolidandosi le condizioni necessarie al verificarsi approssimativo di quelle previsioni: ad esempio, la modificazione abbastanza radicale dell’attuale quadro politico (di “centrodestra” e “centrosinistra”) nei paesi europei capitalisticamente avanzati. Non ci si immagini, per favore, che gli avvenimenti dei prossimi due-tre anni dimostreranno l’esattezza delle ipotesi nel presente saggio formulate. Se così ci si comportasse, il cortocircuito e la delusione saranno sicuri, con tutti i contraccolpi pratico-politici che essi portano seco.

 

 

2. E veniamo allora alla questione squisitamente teorica. Mi sono ben guardato dal tentare una ricostruzione, ordinata e sistematica, delle diverse teorie relative al tema in oggetto. Mi sono limitato a ricordare che esse sono strettamente connesse alla concezione che i vari autori hanno della crisi inerente al modo di produzione capitalistico. Se, ad es., si pensa che la crisi dipenda da una sproporzione tra potenzialità produttive del capitalismo e capacità di consumo delle più larghe masse, si ha una certa idea dell’imperialismo, che tende ad essere assimilato al colonialismo; o, quanto meno, si deve sostenere la necessità, per la riproduzione dei rapporti sociali nell’area capitalistica, di una specifica relazione tra quest’ultima ed una “regione sociale” sostanzialmente ancora precapitalistica (tesi che, in campo marxista, si rifanno alle teorizzazioni di autori come la Luxemburg). Se invece, si sostiene che la crisi dipende da anarchia dei mercati, sproporzione e diseguaglianza nello sviluppo delle diverse imprese, dei diversi settori produttivi, dei diversi paesi (cioè, dei differenti sistemi economico-imprenditoriali nazionali), allora si ha la teoria leniniana dell’imperialismo, tutta fondata sullo scontro intercapitalistico (tra grandi imprese monopolistiche e tra Stati-grandi potenze).

Poiché ritengo che il primo tipo di crisi sia al massimo (parzialmente) caratteristico di quelle che io definisco epoche monocentriche, a struttura complessiva sostanzialmente piramidale e con permanenza del conflitto intercapitalistico in una forma assimilabile alla “guerra di posizione”, mentre nelle epoche policentriche si afferma pienamente la tendenza alla seconda tipologia della crisi – e poiché sono convinto che, in specie dopo la rimondializzazione capitalistica, si vada, sempre come tendenza di medio-lungo periodo, verso la riapertura di una di queste epoche policentriche, con lo scatenarsi di una “guerra di movimento”, ecc. – mi rifaccio senza indugi né reticenze alla teoria dell’imperialismo di Lenin, da questa prendo decisamente le mosse, lasciando perdere tutto il resto. E chiarisco, in particolare, i miei punti di affinità con tale teoria.

Innanzitutto, il carattere dell’imperialismo in quanto intrinseco alla struttura dei rapporti del modo di produzione capitalistico. Mentre personaggi come Hobson, o anche il marxista Kautsky, ritenevano l’imperialismo una mera politica di settori arretrati del capitalismo – i settori finanziari, considerati parassitari, putrescenti – ed erano dunque convinti della possibilità di contrastare detta politica pur senza la trasformazione del capitalismo in altra formazione sociale1 ; per Lenin, proprio perché il capitalismo era visto come intrinsecamente e irrimediabilmente conflittuale, fortemente competitivo non soltanto a livello economico ma anche in campo politico (con l’appendice militare), ecc., l’imperialismo è inestricabilmente intrecciato con il modo di produrre tipico della formazione sociale moderna.

Da quanto appena detto, deriva immediatamente una ulteriore conclusione. Il capitale finanziario non è una “degenerazione” del capitalismo, dovuta alla presenza di capitalisti parassitari, puramente speculatori, e via dicendo. Il capitalismo finanziario è indissolubilemente legato2  a quello produttivo. Combattere il primo per far meglio fiorire il secondo – considerato tutto sommato positivamente, poiché potrebbe essere utilizzato a vantaggio della collettività, grazie alla sua dinamicità e al veloce sviluppo delle sue capacità produttive – è la tesi forse più balorda formulata da settori “radicali”, ancor oggi. Non voglio qui disquisire di “tattica” politica; debbo tuttavia dire che non mi fido di quegli ambienti oggi pur pacifisti, che continuano a diffondere queste false concezioni del capitalismo (Le Monde diplomatique, ad es., e altri ben noti che preferisco non nominare). Esse indeboliscono la lotta antimperialistica in modo forse mortale; e l’eventuale buona fede dei loro propalatori non mi interessa; questi sono pericolosissimi, sono espressione di una malattia inguaribile nell’ambito di un movimento contro l’imperialismo.

Se quest’ultimo è strutturalmente legato al capitalismo, vi è una conclusione ancor più generale da trarre: la definizione e trattazione del primo dipendono da come viene concepito quell’oggetto teorico che è il modo di produzione capitalistico. E qui inizia la mia differenziazione rispetto all’impostazione leniniana. Come io prendo le mosse da Marx per definire il modo di produzione in questione, con però successivi spostamenti concettuali di rilievo3 , così pure mi rivolgo inizialmente a Lenin nel trattare il problema dell’imperialismo, apportandovi poi radicali modificazioni.

 

 

3. Vi è un punto della concezione marxiana di modo di produzione capitalistico, che non ho mai abbandonato, ma che avevo indubbiamente parzialmente obnubilato sotto l’influenza dell’althusserismo (“saltare il primo capitolo de Il Capitale” e, anzi, prendere direttamente le mosse dai metodi del plusvalore relativo) e dell’operaismo (Panzieri in particolare, l’unico operaista che abbia stimato). Oggi, ritengo avesse pienamente ragione Marx a porre l’accento sul fatto che, nel capitalismo, lavori privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro, si socializzano solo indirettamente tramite il mercato. La produzione capitalistica, insomma, è produzione di merci; essa avviene di fatto in unità separate e autonome, ognuna delle quali porta avanti i suoi propri interessi, in conflitto con altre unità dello stesso genere (oggi, queste unità prendono tradizionalmente il nome di imprese, anche se Marx non le denominava così). E’ evidente che la forma di merce è in stretta correlazione con quella di denaro, in definitiva con le diverse manifestazioni monetarie di quest’ultimo. Se si producono merci, è ovvio che la ricchezza prodotta presenta sempre il suo aspetto monetario (effettivo o contabile); la somma di merci è sempre tradotta in una somma di moneta. Il calcolo economico è di fatto effettuato in moneta. Questa acquista ogni cosa, ed ogni cosa può essere trasformata, in tempi più o meno brevi o lunghi, in moneta.

Se tra queste unità (imprese d’ora in poi) si creano alleanze e collegamenti in varia guisa (vi sono molte forme giuridiche per realizzare tali finalità), o se addirittura alcune di esse sono fagocitate da altre (vincenti nella concorrenza), tutto ciò avviene al fine di un ulteriore accrescimento delle proprie capacità competitive. Se il capitalismo è, e non può non essere, produzione di beni e servizi in forma di merce, se ne deve necessariamente concludere che il conflitto interimprenditoriale è generale e permanente, mentre l’accordo, la fusione, il collegamento, l’inglobamento e incorporazione, ecc. tra imprese sono locali e transitori. Il conflitto è il fine, mentre l’accordo, l’alleanza, ecc. sono il mezzo per quel fine; pur se, logicamente, il conflitto non è un fine in sé, ma è a sua volta strumento per l’affermazione della propria predominanza (solo transitoria però).

Da questo fatto, traggo allora una conclusione diversa da quella di Marx; si tratta del classico “uovo di Colombo”, che tuttavia ha conseguenze teoriche tutt’altro che irrilevanti. L’elemento fondamentale, “essenziale”, del modo di produzione capitalistico non è, come sostiene Marx, la proprietà privata dei mezzi di produzione – cui si contrappone polarmente quella della mera forza o capacità lavorativa di coloro che sono pagati mediante salario – bensì è precisamente il conflitto interimprenditoriale. Le forme proprietarie sono mezzi vari utilizzati dalle imprese per realizzare le condizioni migliori nelle quali porsi in vista del reciproco conflitto per la supremazia mercantile (e non solo mercantile).

Se ci si pone nell’ottica della mera proprietà privata dei mezzi di produzione, si fissa ovviamente l’attenzione su un fenomento certo reale: la centralizzazione dei capitali che conduce alla “fase monopolistica” del capitalismo, vista proprio come uno stadio irreversibile del suo sviluppo; stadio che dovrebbe, di centralizzazione in centralizzazione, condurre al famoso ultraimperialismo, o capitalismo pienamente organizzato, di Kautsky e Hilferding4 . Si può anche sostenere – ed è ciò che fece lo stesso Lenin, ad es. nella prefazione al libro di Bucharin sull’imperialismo – che tale tendenza è “vera in teoria” ma contraddetta “in pratica” dagli sconvolgimenti legati alle guerre imperialistiche, capaci di condurre alla “rivoluzione proletaria” generalizzata. In questo modo, si indebolisce la propria posizione poiché non è molto sensata l’affermazione “in teoria…., ma in pratica…”; e se infine, dopo quasi un secolo, la rivoluzione non ha ancora affossato il capitalismo (ed è anzi, in definitiva, fallita), vi è da spiegare come mai la tendenza in questione non si è mai affermata; ed oggi la conflittualità interimprenditoriale, con imprese ben più giganti di quelle dell’epoca di Lenin, si va semmai progressivamente riaccentuando.

C’è anche da spiegare come mai, già negli anni ’30 negli USA e dopo la seconda guerra mondiale in quasi tutto il campo capitalistico, si diffuse la public company, con proprietà azionaria molto distribuita e controllo delle imprese da parte del management. Tale fenomeno condusse fin dall’inizio degli anni ’40 alle tesi di Burnham relative alla rivoluzione manageriale, ancora una volta interpretata come una fase (o stadio) irreversibile dello sviluppo del modo di produzione capitalistico; salvo essere smentita negli anni più recenti, in cui è tornata in auge, perfino negli USA, la proprietà azionaria come forma di controllo dei giganti imprenditoriali (con la “scusa” che il semplice management senza proprietà, non rischiando in proprio, non è responsabilizzato; e chissà perché, per molti decenni, nessuno ha sollevato critiche di tal genere, ma anzi il managerialismo fu considerato come una forma di controllo dell’impresa che permetteva un più alto ritmo di innovazioni e quindi di sviluppo capitalistico).

Se accettiamo la tesi che il conflitto tra imprese è l’elemento decisivo, e fondante, del capitalismo, molti “fatti strani” si spiegano. Innanzitutto, tuttavia, traiamo da tale elemento le conseguenze che debbono essere tratte. Le imprese, in quanto entità produttive, sono costituite da collettivi di lavoro produttivo5  (salariato), a struttura piramidale, in cui, partendo dal basso, esistono ruoli del lavoro manuale ed esecutivo e, verso l’alto, ruoli del lavoro direttivo (di carattere latamente intellettuale). Al vertice stanno i direttori dei dipartimenti e divisioni, e infine il gruppo dirigente supremo dell’impresa nel suo complesso. Questo sistema di ruoli ha compiti prevalentemente interni, si dedica allo svolgimento delle attività produttive (in senso lato) in regime di (tendenziale) massima efficienza, con il compito di aumentare, per quanto possibile, il divario tra ricavi e costi (nella loro espressione monetaria).

Poiché il conflitto è generale, poiché è fra l’altro quest’ultimo a rendere estremamente dinamico – in termini di sviluppo delle forze produttive – il modo di produzione (sociale) capitalistico, più di ogni altro con cui esso sia venuto finora a confronto, ivi compreso il sedicente “socialismo”, il sistema di ruoli appena considerato non funzionerebbe adeguatamente al fine di produrre con la massima efficienza, se non esistesse, come “membrana” di quella “cellula” rappresentata dall’impresa, un gruppo di agenti che ha funzioni strategiche nella conduzione del conflitto in questione. Si tratta del gruppo di agenti dominanti da me denominati appunto strategico-imprenditoriali, che deve logicamente tenere nel massimo conto la capacità produttiva (di profitti) dell’impresa (o gruppo collegato di imprese) sottoposta al suo controllo, ma con compiti che esulano dalla semplice direzione dell’attività di quest’ultima, poiché detto gruppo è tenuto a conoscere il “terreno” in cui essa si muove, cioè il campo del conflitto costituito dall’insieme delle altre imprese con essa concorrenti; tale gruppo deve inoltre – utilizzando in particolare i profitti prodotti dall’impresa controllata, nella loro forma monetaria – scegliere i mezzi più adeguati per prevalere nel conflitto interimprenditoriale, mezzi di carattere non soltanto economico e finanziario, ma anche politico e ideologico, ecc.

E’ ovvio che il conflitto – sia che si consideri un solo settore produttivo o il sistema nel suo complesso; sia che si guardi ad un sistema “nazionale” o al complesso della formazione sociale capitalistica – termina, ad un certo punto, con la vittoria, ma mai definitiva e sempre invece provvisoria, di una data impresa o gruppo di imprese, di un dato sistema “nazionale” o di gruppi collegati di questi, ecc. Si viene configurando una struttura piramidale d’insieme, con gruppi di imprese o di sistemi “nazionali” delle stesse (o uno solo di questi sistemi) al suo vertice. Il conflitto non cessa, però; continua nella forma della “guerra di posizione”, che sostituisce quella “di movimento” condotta fino ad allora. Altri gruppi di imprese vengono però via via costituendosi e/o rafforzandosi, nelle viscere del sistema controllato dal vertice della piramide (il “centro” del sistema stesso). La costituzione e/o rafforzamento si avvalgono di forme giuridico-finanziarie, di varie manovre attinenti al diverso atteggiarsi dei mezzi di controllo imprenditoriale – ponendo al centro la proprietà azionaria o invece l’assegnazione ai manager del potere supremo – ma si sviluppano soprattutto attraverso i processi di innovazione e con il coinvolgimento nel conflitto delle sfere politica e ideologica. Fino a quando il precedente ordine relativamente piramidale non viene completamente sconvolto e rimesso pienamente in discussione tramite lo scatenamento di una nuova guerra di movimento che dovrà, alla fine di un lungo periodo, riassegnare la vittoria, cioè la supremazia, a “qualcuno”.

Posta così la questione, appare evidente che non ha senso immaginare una tendenza lineare alla centralizzazione monopolistica dei capitali. Non bisogna mai confondere il gigantismo imprenditoriale, che tendenzialmente appare sempre in crescita, con l’effettivo potere di monopolio di un’impresa o di un gruppo delle stesse o addirittura di un sistema “nazionale” nell’ambito della formazione sociale capitalistica mondiale. La relativa prevalenza monopolistica si ha nelle epoche da me denominate monocentriche, con struttura grosso modo piramidale, e presenza di un conflitto sordo manifestantesi come guerra di posizione, ecc. Tale conflitto (permanente) rimette infine sempre in discussione la supremazia esercitata in quella data epoca, con uscita dalla situazione monopolistica ed esplosione della guerra di movimento, caratterizzata da innovazioni (soprattutto di prodotto) e da ampio coinvolgimento del potere politico-ideologico. Nelle fasi monocentriche, è probabile che la relativa tranquillità (monopolistica) favorisca l’ascesa di gruppi manageriali – senza (o con scarsa) proprietà azionaria – alla direzione strategica delle imprese. Nelle fasi policentriche, che fanno saltare la situazione monopolistica, i vari gruppi di agenti strategico-imprenditoriali in reciproco conflitto hanno bisogno di proteggersi più adeguatamente dagli avversari; “blindare” la proprietà può essere a volte un buon mezzo di difesa, così come il lanciare operazioni di acquisto azionario quanto meno coadiuva l’offensiva e l’aggressività. Ma da sole, queste attività non sono sufficienti; servono, questo è chiaro, ma sono molto appariscenti sul davanti della scena, mentre sono più decisivi i processi innovativi e, forse ancor più, i coinvolgimenti politici, ecc.

Se ne conclude che la centralizzazione monopolistica non è uno stadio dello sviluppo capitalistico – non è né irreversibile né supremo o ultimo – bensì più semplicemente una caratteristica delle situazioni monocentriche, di momentanea vittoria di una impresa o gruppo di imprese (in uno o più settori produttivi) o di interi sistemi “nazionali” nell’ambito dell’insieme della società capitalistica; in questo secondo caso, è più proprio parlare di epoca monocentrica. Nelle situazioni (o meglio ancora nelle epoche) policentriche, malgrado il gigantismo delle imprese, si verifica precisamente la rimessa in discussione della struttura monopolistica.

 

4. Abbiamo a questo punto una serie di elementi utili alla discussione in merito al tema dell’imperialismo. Ho detto che parto da Lenin; e ricordo allora brevemente le cinque caratteristiche individuate da quest’ultimo: 1) centralizzazione monopolistica dei capitali quale stadio supremo del capitalismo6 ; 2) formazione del capitale finanziario in quanto simbiosi tra capitale bancario e capitale industriale; 3) sviluppo relativamente maggiore dell’esportazione di capitali rispetto a quella di merci; 4) competizione tra grandi concentrazioni monopolistiche per la spartizione del mercato mondiale; 5) conflitto tra Stati (grandi potenze) per la divisione del mondo in zone di influenza. Lenin aggiunge, e questo è decisivo, che dovendo sintetizzare il concetto di imperialismo in una sola caratteristica, egli sceglierebbe la prima (et pour cause).

Ho sostenuto nel libro una differente concezione, che “asciuga” le cinque caratteristiche e le riduce alle ultime due. Sarebbe però fuorviante limitarsi ad indicare questa “riduzione”, che va ben oltre il semplice intento di semplificare il quadro delineato da Lenin. Innanzitutto, dopo quello che ho detto in precedenza, risulterà chiaro al lettore che non esiste l’ultimo (o supremo) stadio di una progressiva centralizzazione dei capitali. Tale idea ha come sottofondo la concezione marxiana relativa al carattere (“essenzialmente”) proprietario del modo di produzione capitalistico, da cui deriva che la tendenza intrinseca a quest’ultimo porta infine alla formazione di un ristretto gruppo di semplici rentier, ad un polo della società, e di una gran massa di lavoratori salariati (dai massimi dirigenti ai più bassi livelli esecutivi), all’altro polo; semmai con la formazione di strati di “ceto medio” (soprattutto quelli delle “professioni liberali”) mantenuti dal crescente plusvalore estorto al “lavoratore collettivo cooperativo” (i lavoratori salariati di cui sopra). 

I gruppi di agenti dominanti strategico-imprenditoriali non sono per nulla affatto semplici rentier. Poiché non sussiste la tendenza alla progressiva, e sempre crescente, centralizzazione monopolistica, ma semmai soltanto alla crescita dimensionale delle imprese; poiché l’elemento essenziale del capitalismo è il conflitto e non la proprietà (forme varie della stessa essendo soltanto strumenti per diventarne protagonisti e prevalere in esso); poiché in tale conflitto, e non in una presunta socializzazione crescente delle forze produttive (con formazione di un lavoratore collettivo integrato e cooperante che si rivolterebbe infine contro la proprietà parassitaria), risiede l’indubbia capacità del capitalismo di sviluppare le forze produttive, sia pure nel caos e nell’anarchia, più di ogni altra formazione sociale finora conosciuta; poiché tale conflitto conduce alla solo momentanea (nel senso di epoca storica) supremazia monocentrica, mentre poi esso si riacutizza policentricamente, e non tanto con i metodi del plusvalore relativo (innovazioni di processo) bensì con riclassificazione, ristrutturazione e apertura di nuovi settori produttivi (innovazioni di prodotto, assai più cruciali delle altre); se ne conclude che: a) i gruppi dominanti capitalistici sono quelli strategico-imprenditoriali, e il considerare questi ultimi quali puri parassiti, sintomi di disfacimento e putrefazione del capitalismo, è una ingenuità ed un errore di visione fatali alla lotta anticapitalistica; b) il relativo monopolio è tipico delle epoche monocentriche, mentre quelle policentriche – che, come vedremo, sono quelle in cui si afferma l’imperialismo – vedono la sua attenuazione, proprio il contrario di quanto pensava Lenin che del monopolio faceva la caratteristica principale di tale fase capitalistica.

Con il suo “buon senso”, la sua capacità intuitiva immediata, Lenin individua nell’imperialismo lo scatenarsi della lotta più aspra possibile tra capitalismi ai fini della prevalenza di alcuni di essi sugli altri; per motivi vari, non rimette però in discussione l’ortodossia marxista – anzi di questa mutua la versione peggiore, quella kautskiana, che riduce il “lavoratore collettivo cooperativo” alla sola “classe operaia” – e si trova invischiato nella presunta tendenza progressiva alla centralizzazione monopolistica. Egli sostiene che il monopolio non elimina la concorrenza, ma la “porta ad un livello più alto”, affermazione generica, contraddittoria, che fa il paio con l’accettazione, sia pure “in ultima istanza”, della tesi ultraimperialistica di Kautsky, cercando di confutarla sul piano “pratico” con l’appello a quel deus ex machina rappresentato dalla rivoluzione proletaria generale. In realtà, la fase imperialistica – in quanto non ultimo stadio del capitalismo, ma sua fase ricorsiva di tipologia apertamente policentrica – non è quella contraddistinta dalla crescente monopolizzazione, pur se in essa si affrontano per la predominanza imprese giganti.

La prima caratteristica di Lenin può quindi essere, del tutto opportunamente, tralasciata; il “tirarsela dietro” è solo sintomo di fideismo dogmatico, di incapacità a pensare in proprio dopo circa un secolo ed una sconfitta di proporzioni gigantesche della fase “socialistica” apertasi nell’Ottobre 1917. Ma anche la seconda non resta immune dai mutamenti concettuali qui proposti relativamente all’elemento su cui “fondare” il modo di produzione capitalistico. Resiste certo l’idea brillante della simbiosi tra capitale bancario e industriale. Lenin non è certo uno dei pseudoteorici attuali che, a quasi un secolo dalla sua analisi, riscoprono l’acqua calda della putrescenza speculativa della finanza rispetto al “sano” capitale produttivo. Tuttavia, nella sua impostazione non vi è dubbio che la prevalenza, pur nella simbiosi tra i due, spetta al capitale bancario; e questo è logico partendo sempre dalla già considerata accettazione della concezione marxiana di modo di produzione capitalistico, che in quest’ultimo considera decisiva la tendenza alla centralizzazione proprietaria e alla formazione dei rentier quale gruppo dominante supremo nel capitalismo.

Negli anni ’30 del ‘900, sempre negli USA, e dopo la guerra in tutto il campo capitalistico, si nota lo spostamento di predominanza dalla finanza all’industria. Le grandi imprese industriali, infatti, si autofinanziano largamente, e semmai creano esse stesse le proprie banche situate nei punti nodali delle holding che stabiliscono i legami necessari tra di esse. Baran e Sweezy, ad esempio, fecero di questo spostamento “interno alla simbiosi” un motivo non trascurabile delle loro considerazioni ne Il capitale monopolistico (essi valutano che le corporations statunitensi si autofinanziavano per almeno due terzi, e anche più, del capitale loro necessario). Ma per capire che cos’è la finanza nel suo aspetto sostanziale, non nelle infinite forme che essa assume concretamente, bisogna rifarsi all’aspetto centrale del modo di produzione capitalistico: al suo essere una modalità specifica del conflitto tra dominanti per la supremazia. Ricordo che sto sempre parlando della sfera economico-produttiva della società capitalistica.

Quali sono le principali forme (essenziali) di conflitto tra i vari gruppi di agenti dominanti strategico-imprenditoriali? Certamente, in prima istanza, l’uso di forme giuridiche diverse nel controllo delle imprese. Quindi l’incorporazione delle imprese (sconfitte nella concorrenza), la fusione, il collegamento (incrociato o meno), le holding, ecc. – così come, quando occorre, lo scorporo, la creazione di più imprese da una, il decentramento manifestantesi anche nella (relativamente) ampia autonomia concessa alle unità produttive che risultano da detto processo, ecc. – sono senz’altro strumenti nella competizione. Un mezzo decisivo per condurre a buon fine quest’ultima è poi costituito dalle già ricordate innovazioni, di processo e di prodotto, ma con particolare riguardo alle seconde, assai più decisive nella lotta per il primato. Infine, solo nei manuali didattici di economia si scrive la sciocchezza che la concorrenza tra imprese è soprattutto legata a fattori di efficienza economico-produttiva. Se così fosse, non diventerebbe superflua, ma certo assai meno importante, la presenza, ai vertici delle (grandi) imprese, dei gruppi strategico-decisionali. Essi hanno visioni più ampie e comprensive dei gruppi dirigenti di carattere, diciamo così, tecnico; anche dei più elevati in grado, preposti alla guida del complesso imprenditoriale. I primi hanno precipue funzioni di legame con le, e di coinvolgimento delle, sfere del potere politico e dell’egemonia ideologico-culturale.

Tutte le forme del conflitto appena citate, per essere sfruttate appieno, esigono la rapida disponibilità di somme cospicue. Una parte consistente del capitale non può dunque essere immobilizzata, ma deve poter essere facilmente tradotta in liquido. E’ ovvio che su questa parte cresca un settore “specializzato” in operazioni finanziarie, che crea ulteriori attività imprenditoriali e su di esse si concentra senza necessariamente tener conto degli altri settori. E’ altrettanto ovvio che in esso si sviluppino operazioni speculative. Nel tout se tient del modo di produzione capitalistico, è però necessario capire da dove derivano, e perché, le “risorse finanziarie”. Ed esse prendono origine non dall’affermazione come gruppo dominante, di tipo parassitario, dei “tagliatori di cedole”, ma dalle esigenze della competizione a tutto campo – economico-produttiva, finanziaria, politico-ideologico-culturale – tra i vari gruppi strategico-imprenditoriali, autentici insiemi di agenti dominanti nel capitalismo che si scontrano per la supremazia; innanzitutto nei mercati, ma non solo in questi.       

Se si comprende quanto appena detto, allora si rende chiaro il motivo per cui negli anni ’30 – negli USA, dopo la “grande crisi” – e negli altri paesi del campo capitalistico, nel dopoguerra, fossero diventate meno rilevanti le istituzioni propriamente finanziarie, e le grandi corporations industriali tendessero all’autofinanziamento. Ci si trovava in piena situazione (e, dopo la guerra, diciamo pure epoca) monocentrica, naturalmente con riferimento al campo capitalistico. Le esigenze di capitali liquidi, o facilmente liquidabili, erano relativamente meno importanti nella guerra di posizione d’allora. Mentre, invece, nei primi decenni del ‘900 – la vera epoca imperialistica policentrica – sussisteva una condizione di aspra guerra di movimento; e ci stiamo gradualmente tornando nell’attuale epoca storica. In definitiva, la finanza è certo indissolubile dal capitalismo, essendo quest’ultimo produzione di merci, soggette agli scambi nelle varie forme monetarie; tuttavia, in senso relativo, le epoche in cui la finanza si dilata, accrescendo il caos e l’anarchia tipica del capitalismo, sono quelle policentriche, quelle imperialistiche.

Non mi dilungo sulla terza caratteristica, giacché dovrei ripetere parte delle cose già dette. Non vi è dubbio che gli investimenti all’estero assumono decisiva importanza rispetto alla semplice esportazione di merci; e tale fatto è sintomo sia delle crescenti dimensioni, cui consegue la ramificazione (filiali, ecc.), delle imprese, sia soprattutto delle esigenze intrinseche al loro conflitto per la supremazia nei mercati (quarta caratteristica leniniana). Di conseguenza, il realismo delle considerazioni intorno alla finanziarizzazione del capitale e agli investimenti all’estero delle grandi imprese non cancella la chiara subordinazione di entrambi i processi al conflitto interimprenditoriale in quanto carattere cruciale (della dinamica) del modo di produzione capitalistico. In questo senso, ho deciso che la quarta e la quinta caratteristica dell’imperialismo secondo Lenin sono più che sufficienti a definire questa fase ricorsiva (e non stadio) dell’evoluzione del modo di produzione in oggetto.

5. Non mi sono tuttavia accontentato di ridurre a due le caratteristiche leniniane. In realtà, nella mia teorizzazione, esse mutano, e non di poco, il loro aspetto peculiare. Lenin parla di grandi concentrazioni economiche (monopolistiche) e di Stati (grandi potenze) in lotta fra loro. A mio avviso, in questo modo si punta l’attenzione sugli aspetti “materiali”, sulle “precipitazioni cosali”, del conflitto intercapitalistico. Si cade quindi, sempre secondo la mia opinione, nel feticismo degli apparati (economici e politico-statuali), dimenticando che, nella concezione di Marx, l’analisi decisiva deve svelare l’assetto dei rapporti sociali celati nelle loro concretizzazioni istituzionali. Ho quindi indicato, come caratteri precipui di una fase pienamente imperialistica, la competizione tra gruppi di agenti dominanti strategico-imprenditoriali per le quote di mercato, e il conflitto tra gruppi di agenti dominanti politici (con i loro “prolungamenti” militari) per le sfere di influenza; cui va aggiunto il confronto tra agenti portatori di ideologie diverse per l’egemonia culturale (su cui ho tuttavia detto assai poco, più che altro segnalando la rilevanza del problema).

Così facendo, ho sottolineato l’importanza dell’organismo politico-statale che non è mero strumento nelle mani delle classi dominanti, sottintendendo più o meno esplicitamente che queste ultime hanno la proprietà – e tramite essa il controllo – delle grandi concentrazioni imprenditoriali monopolistiche. Si fa così confusione tra sfera sociale dominante e agenti dominanti. Se il capitalismo è un modo di produzione caratterizzato dal conflitto nella sfera economica, nel cui ambito si producono dunque merci, scambiate mediante il loro equivalente generale, ecc., è allora evidente che detta sfera è dominante nella formazione sociale contraddistinta da quel modo di produzione; poiché ogni attività, in qualsiasi sfera venga svolta (quindi anche in quella politica o in quella ideologica) deve sostanziarsi della compravendita, tramite moneta, di beni e servizi in forma di merce. Se però fissiamo l’attenzione sugli agenti sociali, il discorso cambia: siamo costretti a mettere, in linea di principio, sullo stesso piano gli agenti dominanti di ogni sfera sociale.

I dominanti nella sfera economica (gli agenti strategico-imprenditoriali) e quelli della sfera politica (e militare) o di quella ideologica hanno obiettivi e strategie differenti, su cui mi sono brevemente soffermato nel testo che sto introducendo. I secondi, in particolare quelli politico-militari, che confliggono fra loro per le sfere di influenza, hanno spesso una visione degli interessi di interi sistemi (“nazionali”) economico-sociali più complessiva di quella dei primi, ovviamente più attenti ai problemi delle imprese o gruppi di imprese da essi controllati, fra loro in competizione più che altro per le quote di mercato. In ogni caso, l’accertamento della prevalenza nell’insieme della società degli agenti dominanti in una delle differenti sfere sociali non è una semplice questione di definizione teorica, ma soprattutto di congiuntura pratico-politica.

Una volta definito l’imperialismo nel modo appena indicato, con tutte le conseguenze che ne derivano, ho la sensazione che le stesse “intuizioni” leniniane ne escano rafforzate e almeno parzialmente riutilizzabili. Ho già detto che ci si libera della zavorra costituita dalla tendenza alla centralizzazione ultraimperialistica, e vengono così in primo piano le contraddizioni tra i dominanti, da sfruttare per eventuali rivolgimenti; naturalmente, questi ultimi non sono affatto dietro l’angolo né irreversibili, poiché non è realistico sostenere che il capitalismo è arrivato al suo stadio “maturo” o “morente”. Si rafforza nettamente la tesi di una necessaria finanziarizzazione del capitale, tenendo però conto che, ancora una volta, non si tratta di stadio irreversibile e definitivo relativo alla putrescenza del capitalismo, dato che quest’ultimo – pur nell’anarchia e caos – può conoscere ulteriori periodiche fasi di forte sviluppo delle forze produttive. Si comprende meglio l’affermazione leniniana circa l’Oriente socialmente arretrato ma politicamente avanzato. Si tratta del fatto che non esiste una “classe universale”, oggettivamente (in sé) formata dalla dinamica di sviluppo del modo di produzione capitalistico e investita della missione salvatrice dell’intera Umanità; vi sono “nel mondo” strutturazioni sociali complesse, contraddizioni multiple che, a partire dall’esplosione aperta di quelle interne ai gruppi dominanti, possono condurre in direzioni diverse, aprendo spazi a forze alternative, “antisistema”. Si comprende così pure come Lenin accentuasse  l’aspetto politico del conflitto, nutrendo la profonda convinzione della possibilità di un intervento decisivo in esso degli Stati (secondo la mia impostazione, dei gruppi dominanti politico-militari), ma anche di “avanguardie” determinate a cogliere la congiuntura (spazio-temporale) particolare in cui operare per il rovesciamento dell’intero insieme dei dominanti.

Una volta giunto a definire l’imperialismo, in quanto fase ricorsiva, tramite le due caratteristiche appena più sopra indicate, mi sono diffuso, nel saggio principale, intorno alla strutturazione del campo capitalistico uscito dalla seconda guerra mondiale. Ho delineato la sua particolare configurazione monocentrica, alcuni tratti importanti della quale si sono andati formando a causa della presenza del campo avverso (sedicente “socialista”), mentre altri erano fondamentalmente autonomi. Ho indicato la struttura dei blocchi dominanti nel paese centrale (USA) e in quelli capitalisticamente sviluppati ma non centrali (europei occidentali e Giappone), mettendo in luce quanto offuscato dalla generale ideologia denominata “keynesismo” e dal successivo riaccendersi del conflitto tra quest’ultima e la più vecchia ideologia liberista, tornata in voga negli ultimi decenni. Ho anche chiarito cosa si nasconde dietro le espressioni “keynesismo di guerra” (struttura degli agenti dominanti nel paese centrale) e “keynesismo sociale” (configurazione del blocco dominante nei paesi non centrali). Ho soprattutto svelato con chiarezza le caratteristiche peculiari dei gruppi dominanti che rendono gli USA ancor oggi il paese centrale, esercitante cioè una netta supremazia; e non solo di tipo militare cui troppo spesso, e superficialmente, si fa esclusivo riferimento.

Ho tuttavia insistito sul fatto che la centralità statunitense dipende attualmente soprattutto dal gruppo di agenti dominanti politico-militari (e anche ideologici), mentre in qualche misura si è riacceso, in specie dopo la ri-mondializzazione capitalistica successiva al 1989-91, il conflitto tra gli agenti dominanti strategico-imprenditoriali centrali e non centrali, pur se quest’ultimo è comunque ancora largamente segnato dalla supremazia statunitense nel campo della ricerca scientifico-tecnica e, dunque, delle innovazioni (in specie di prodotto); supremazia cui non è certo estranea quella schiacciante di tipo politico e soprattutto militare. In ogni caso, la ri-mondializzazione capitalistica non ha mutato in profondità la struttura dei blocchi dominanti nella formazione capitalistica centrale e in quelle non centrali, mentre nuovi paesi emergenti insidiano le potenzialità di sviluppo e di espansione di queste ultime. Nonostante le debolezze da cui sono affetti i blocchi dominanti dei paesi non centrali – e anche quelli in formazione nei paesi emergenti – si è in misura non irrilevante riattizzato il conflitto tra dominanti strategico-imprenditoriali, mentre quello tra agenti di tipologia politico-militare vede tuttora una supremazia a senso unico, contrastata forse da “strane” vie traverse, cui potrebbe appartenere il cosiddetto “terrorismo” (non le lotte di liberazione nazionale, tipo quella palestinese, che vengono confuse, da corrotti e disonesti ideologhi occidentali, con quest’ultimo).

Ho infine concluso allora che sussiste nell’epoca attuale una situazione di semimperialismo, eminentemente instabile e quindi aperta a soluzioni opposte – rinsaldarsi del monocentrismo statunitense, questa volta a livello mondiale complessivo, o entrata progressiva nella fase pienamente policentrica, cioè imperialistica – dando tuttavia aperta preferenza alla previsione dell’attuarsi di questa seconda situazione. Mi sono anzi speso in alcune previsioni di massima per i prossimi decenni, ben sapendo che esse saranno largamente segnate dall’errore; e tuttavia le ritengo utili, anzi indispensabili, al fine di provare, via via che si verificheranno gli eventi futuri, la bontà o meno delle ipotesi fatte in merito alla loro evoluzione, che indurrà certo a più o meno ampie periodiche revisioni delle stesse. Questo è però esattamente il percorso della scienza, differente da quello delle profezie fondate su dogmi intoccabili o su confuse, indefinibili, aspirazioni moralistiche. Non inutili queste ultime, sia chiaro (a differenza dei dogmi), quando spingano comunque ad opporsi alla prepotenza dei dominanti, ma che non sono l’oggetto della mia trattazione tesa a riattualizzare, in forme modificate, il tema dell’imperialismo. Questo ho tentato di fare nel testo che segue.

Gianfranco La Grassa

 

Conegliano, marzo 2003.

 

 

 

 

1 Hobson – che non a caso (si veda quanto appena sopra detto) aderiva alla concezione della crisi in quanto sproporzione tra produzione e domanda, anticipando in qualche misura le tesi keynesiane – pensava al possibile aumento della massa salariale, politica che avrebbe potuto sostituire quella della ricerca, imperialistica, di nuove aree ove smerciare la produzione capitalistica “in eccedenza”. Sia chiaro che, a questo livello, la concezione di Hobson è nettamente più avanzata di qualsiasi teoria di derivazione luxemburghiana. I fatti – la buona crescita del tenore di vita per la gran massa del lavoro salariato dipendente nel capitalismo avanzato; ed oggi, lo “sgranamento” del cosiddetto terzo mondo, l’aumento delle capacità d’acquisto di settori sociali ormai consistenti in Cina, nelle “tigri” del sud-est asiatico, perfino in India e altrove – hanno dato ragione a Hobson, non a marxisti di tendenza “luxemburghiana”, sottoconsumisti, ecc.

2 È “simbiosi”, come disse Lenin con felicissima espressione, tra capitale bancario e industriale.

 3 Per una sintetica indicazione di questi spostamenti, si può leggere Ritorno a Marx? (edito da L’Ernesto (toscano)). Per uno sviluppo del tema, si possono consultare: La fine di una teoria (scritto con Preve), Unicopli 1996 e due testi pubblicati dalla CRT, La tela di Penelope e Il comunismo fallibile.

 4 Ma anche Panzieri, con la sua tesi dell’estensione della pianificazione dalla fabbrica alla società, non diceva nulla di diverso, pur essendo “soggettivamente” un radicale anticapitalista e non un riformista (o peggio) come i due teorico-politici socialdemocratici appena citati. E tutto l’operaismo, qualsiasi giravolta abbia fatto, non è mai uscito dalla considerazione di due “Soggetti” unitari e compatti fra loro contrapposti: Capitale e Classe Operaia (con tutte le varianti di quest’ultima; anche la Moltitudine non è in definitiva un argomento così nuovo).

 5 Sto parlando evidentemente delle imprese come sistemi di ruoli, non semplicemente come insiemi di soggetti empirici, concreti.

 6 Ci sono i “chiesastici” che arzigogolano sul termine, sostenendo che, per Lenin, supremo o ultimo significa solo ultimo in ordine di tempo. La teorizzazione che io ho indicato, per ora sommariamente, nel paragrafo precedente toglie indubbiamente molta importanza alla questione. Tuttavia, per puro divertissement (e perché mi riescono incomprensibili i sofistici e i dogmatici), ricordo quanto riportato sopra con riguardo alla prefazione di Lenin al libro di Bucharin, in cui il rivoluzionario bolscevico addirittura ammette che, in teoria, ha ragione Kautsky nel teorizzare la tendenza ultraimperialistica con il suo bel unico trust capitalistico mondiale, e fa solo appello alla serie di sconvolgimenti necessari per arrivare a questa(o) fine, processo che avrebbe dovuto scatenare, secondo lui, la rivoluzione affossatrice del capitalismo. Vi è però di più. Un anno dopo (1917) aver scritto l’Imperialismo, Lenin redige Stato e rivoluzione per ripristinare la corretta interpretazione marxista dello Stato. Fra le altre (mille) cose, Lenin cita ripetutamente la frase di Engels in riferimento al fatto che la centralizzazione monopolistica dovrà infine sfociare nel capitalismo (monopolistico) di Stato, considerato quale ultimo gradino di questa formazione sociale, quel gradino che più nulla separa dal socialismo, giacché in tale forma suprema del capitalismo sarebbe ormai arrivata al suo culmine la contraddizione tra proprietà dei mezzi di produzione da parte di una classe minoritaria della società e la crescente socializzazione delle forze produttive. Ogni commento mi sembra superfluo. Per Lenin, l’imperialismo, in quanto fase monopolistica del capitalismo, era senza dubbio l’ultimo stadio della moderna formazione sociale prima della rivoluzione proletaria generale.

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