Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 156

Chiara Tinnirello

Singolarità estetica. Prassi mimetiche tra arte e filosofia da Nietzsche a Nancy. Introduzione di Giuseppe Frazzetto.

ISBN 88-7588-034-4, 2010, pp. 192, formato 140x210 mm., Euro 18. Collana “Il giogo” [34].

In copertina: Delfo Tinnirello, Sorgente, foto-collage digitale, 2010.

indice - presentazione - autore - sintesi

18,00

Introduzione

Koyanisqaatsi, o del Sublime Isterico

 

di

Giuseppe Frazzetto

 

 

In suo versante interno-esterno, il pensiero può dirsi forse estraneo alla storia: ha genesi, durata e talvolta conclusione, ovvero oblio, e però è extra-storico, come un teorema o un sasso. Ma considerato nel suo elemento aptico e/o esistenziale/biologico, che è quanto Chiara Tinnirello ci chiede di fare, il pensiero coincide con la storia. Se non con la Storia, con la storia del Singolo che lo pensò, o che si trovò ad esserne pensato.

Del resto il pensiero è l’atto di Singoli che allo stesso tempo erano Molteplici. Atto non agito, sebbene molte azioni siano esito di pensieri; atto che proprio nella sua potenziale ineffettualità può essere il più Singolare o il più innervato di Molteplice. Non insisto sulle orme di pensieri in fuga che adesso si aprirebbero, almeno per me. Qui m’interessa notare, da Singolo, che parecchi miei pensieri (= la mia storia?) iniziarono il loro esistere, o lo precisarono, o si diedero addio, negli anni Ottanta. Lo noto con una certa incredulità: mi sembra chiara la necessità di un revival degli anni Ottanta, appunto. Perché lo affermo, qui e ora? Forse perché è questo il pensiero che il pensiero di Tinnirello fa pensare, o forse perché lo pensavo già prima, e le pagine di questo libro me lo hanno fatto vedere, o perfino toccare, con quella trasposizione aptica in cui infine risiede il pensiero del Singolo (genitivo oggettivo e soggettivo).

In ogni modo. Negli Ottanta qualcuno di noi tornò a pensare il Sublime. Gli Ottanta (lo ricordo a chi non li ha vissuti) sono stati gli ultimi anni, finora, in cui il pensiero ha tentato di aderire alle cose, a modo suo, ovvero senza aderirvi nemmeno per un attimo e anzi divagando, istituendo quello zigzag che apre mondi singoli se non singolari. Una prova stravagante di quanto ho appena scritto, stravagante ma forse non singolare: pensate ad Icone della Legge. Cos’è? Fra le altre cose, è anche un romanzo in cui si raccontano gli anni Ottanta. Leggetelo, se volete capire gli Ottanta, vi si dicono più cose di quel tempo di quante ne possiate sapere dalle cronache o dalle sociologie, vi trovate quell’epoca descritta meglio di quanto non facessero le commedie di costume. Del resto, ho scritto “quell’epoca”; e probabilmente gli Ottanta furono l’ultima epoca a consistere in sé come un’epoca, appunto, a non ritrarsi dal fare epoca. Lo segnalò, negandolo, un altro romanzo filosofico “dell’epoca”, Idea della prosa.

Lasciamo stare. Perché riferirsi ad un ipotetico e per molti inconcepibile “revival degli anni Ottanta”, qui? La risposta è assai semplice, nella sua complessità disarmante: perché quella fu l’epoca in cui si ragionò ancora una volta del Sublime. Ovvero del Singolo e del Molteplice indotti a cozzare l’uno contro l’altro, così, selvaggiamente, senza mediazioni.

Il risultato “soggettivo” fu per molti la percezione, mentale ed aptica, del più assoluto caos. Di quanto Veil definiva la “notte oscura”. Di quanto con metafora efficace il film famoso definì koyanisqaatsi. Ma, appunto, Tinnirello parla di qualcosa che si troverebbe oltre il carattere “soggettivo”. La chiama “singolarità estetica” – definizione che, da “cinico d’arte”, comprendo e approvo. Almeno: credo di comprenderla e credo d’approvarla.

Le caratteristiche delle singolarità estetiche sono indubbiamente assai numerose. Per motivi che risulteranno subito chiari, mi concentrerò tuttavia su una di queste peculiarità. Non intendo affermare che essa sia la più importante, o quella basilare; e però ne discuterò, laddove ne tralascerò altre.

I Singoli, anche o soprattutto nel loro magmatico essere portatori o contrassegni di singolarità estetica, sono eterogenei. Farò subito ammenda di questa ovvietà precisando un altro elemento ovvio: dico Singoli, in apparente “maschile”, ma in effetti al neutro. Il Singolo è maschio femmina o quello che vorrà essere, nel passato o nel futuro. Lo preciso giacché quanto sto per dire non ha alcuna implicazione sessista (e del resto, a essere sinceri, è riferito implicitamente a molto pensiero “delle donne”).

In ogni modo, i Singoli sono numerosi, eterogenei, e in conflitto. Un pensatore su cui prima o poi bisognerà tornare a riflettere (o cominciare a farlo), Lyotard, tentò di mettere in scena il vaporizzarsi caotico dell’entropia sociale e ideologica inventando la nozione di “dissidio” [différend]. Si avrebbe dissidio, e non “lite” o “contrasto” o “incomprensione”, nel caso in cui gli elementi di cui il Singolo (dirò io) si ritiene agito o contrassegnato, marcato e/o composto, siano Dei o simboli o dichiarazioni ecc. eterogenei e intradu­cibili. Ad esempio, “un caso di dissidio fra due parti ha luogo quando il ‘regolamento’ del conflitto che le oppone si svolge nell’idioma di una di esse mentre il torto di cui l’altra soffre non si significa in tale idioma” (J.-F. Lyotard, Il dissidio, Feltrinelli, Milano 1985, p. 26).

Il politeismo postcontemporaneo ha come suo contrassegno inevitabile il dissidio. Ogni dottrina non si significa nelle altre, almeno in parte, ogni pensiero ed azione a un certo punto si scopre a se stessa come insignificante (mentalmente o apticamente) nell’ambito delle altre, le quali tuttavia esistono. Una marcatura della situazione postcontemporanea è infatti la molteplicità delle esistenze, di diritto e/o di fatto. L’agire comunicativo in altri termini appare possibile solo come orizzonte di una razionalità operativa parziale, in quanto appartenente solo a limitate specificazioni di Singoli.

Un nome possibile di questo multiforme scontro di esistenze, esistenze di Singoli di teorie di oggetti di media di network di fatti di fattoidi di infotainement e via moltiplicando, un nome possibile è “conflittualità estetica”.

Mi è tornato in mente un vecchio appunto, appunto degli anni Ottanta. Scrivevo, più o meno, dell’opportunità di far reagire, in qualche modo (e forse o sicuramente a quell’epoca ignoravo che il modo giusto, per me, per il Singolo che a quanto pare sono, fosse un modo aptico), di far reagire la nozione di “dissidio” con un’altra, sulla quale tipicamente non ero affatto d’accordo. Mi riferisco alle aggettivazioni che Jameson andava aggiungendo al tradizionale nome collettivo “sublime”. Jameson parlava di sublime “postmoderno”, “camp”, “isterico”. E mi sembrava opportuno, ripeto, far reagire queste aggettivazioni con (o contro) quanto diceva Lyotard.

«L’altro della nostra società non è certo più [...] la Natura, come accadeva nelle società precapitaliste, ma qual­cos’altro ancora che dobbiamo identificare» (Jameson, Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, Garzanti, Milano 1989, p. 67); e quel «qualcos’altro» non è solo la tecnologia: «Vorrei suggerire invece che le nostre rappresenta­zioni imperfette di un qualche immenso network di comunicazioni e computer sono esse stesse nient’altro che l’immagine distorta di qualcosa di ancora più profondo, cioè dell’intero sistema mondia­le dell’attuale capitalismo multinazionale» (ivi, p. 72). Riscrivendo a suo modo un versante essenziale del saggismo estetico-politico, da Simmel a Debord, Jameson aveva buon gioco nel notare il fatto che il “sublime isterico” si manifesta ad esempio nella “paranoia high tech” diffusa nella “letteratura d’intrattenimento contemporanea”. Da Verne ad Avatar, potremmo aggiungere in tono semiserio.

Non sono mai riuscito a trovarmi del tutto d’accordo con Jameson. Tuttavia, tanti anni dopo, ecco che la metafora implicita nella nozione di “sublime isterico” mi sembra suadente, di là dalle affermazioni dello stesso Jameson. Non si tratta di rinviare soltanto all’esperienza “esilarante” della terribilità del “qualcos’altro”, e nemmeno di riferirsi all’ebbrezza disperata dell’accettazione dell’esistente - sia pure un’accettazione fondata su ossimori. Il “sublime isterico” sembra parlarci d’un dissidio che il Singolo avverte al proprio interno, o al proprio interno-esterno.

Nel libro di Tinnirello la delineazione della “singolarità estetica” si conclude, non a caso, con la figura del “cinico” inventata da Sloterdijk a partire dal cinismo antico. La “singolarità estetica” è una situazione di transito, come tutte le situazioni che le estetiche non normative destinalmente descrivono o costruiscono. Il Singolo mediante mutazioni e affinamenti estetici riconosce la propria sovradeterminazione, la lascia e non può lasciarla. Si abbandona ad essa, forse, e inizia il suo percorso senza effettivo movimento, senza soprattutto movimento effettuale: è il “non luogo a procedere” che si mostra peculiare del postcontemporaneo. Aggiungerò che quel “mostrarsi” diviene perciò una sorta di abisso che il Singolo scopre e affonda in sé, un fondo senza fondo, uno sfondamento e insomma propriamente un’implosione, che il reiterarsi di quel non luogo a procedere si delinea in forme senza opera, in opere senza referenzialità, in referenzialità senza finalità, in finalità senza forma.

E considerato che questa figura del pensiero è pur sempre, ostinatamente, inserita nel circuito d’una dottrina che fu o che diventerà Estetica, ci si chiederà, conoscendo in anticipo la risposta, a quale passata delineazione della soggettività essa, la nuova figura, ci assomigli; e quella risposta, per accenni e analogie, potrà ricordarci le parole d’un critico, Filiberto Menna, là dove indicava un riemergere o un nuovo costruirsi della Soggettività, in una rinnovata «profezia di società estetica» oltre il tramonto delle utopie. Una riemersione problematica e internamente scissa, il cui modello coincideva asintoticamente con la soggettività critica, la cui prassi, «come quella artistica, si presenta [...] come una terza cosa, situata nello spazio del simbolico fra il dominio dell’immaginario e quello del reale» (F. Menna, Critica della critica, Feltrinelli, Milano 1980, p.  93).

 

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