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Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò, o altri vedranno una cicogna? - K. BLIXEN
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Cat.n. 529

Andrea Berlendis

Sulla filosofia, sul marxismo, su Lukács. Un colloquio, vicino e lontano, con Costanzo Preve. A cura di A. Berlendis.

ISBN 978-88-7588-422-2, 2025, pp. 184, formato 140x210 mm., Euro 20 – Collana “Divergenze” [94].

In copertina: Particolare del Fregio del Partenone raffigurante i fratelli di Platone, Adimanto e Glaucone, figure chiave ne La Repubblica, dove dialogano con Socrate sui temi della giustizia e dello Stato ideale.

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Introduzione

Durante una pausa di un indimenticabile seminario1 tenuto da Costanzo Preve ai Piani Resinelli (località montana in provincia di Lecco) nell’autunno del 1988, egli ci raccontò che, a proposito del manifesto di convocazione di un convegno, mentre altri partecipanti erano indicati come “membro della direzione nazionale di Democrazia proletaria”, il suo nome era invece indicato solo come “filosofo”, il che, ci disse, gli dispiaceva perché anche lui era allora membro della direzione nazionale di Democrazia proletaria.

Però, continuò, un suo amico gli fece notare che, non solo non doveva dispiacersi, ma, all’opposto, doveva compiacersi, perché mentre la carica di “membro della direzione nazionale di Democrazia proletaria” era non solo temporanea ma anche revocabile da altri, quella di “filosofo” era permanente e non revocabile da nessuno.

L’episodio ed il contesto ritengo siano la cifra adeguata di quello che Preve è stato: un filosofo, uno studioso2 marxista, che aveva il senso della “politicità”, sia nel suo significato più alto, esteso e profondo, sia nel suo significato più immediato, implicato dalle sue posizioni filosofiche entro quel “campo conflittuale” rappresentato dal marxismo, rispetto al quale riteneva – allora – che il «problema fondamentale […] consiste nella necessità di una mediazione filosofica per rendere politicamente espressivo il nucleo scientifico del materialismo storico», anche se poi divenne consapevole che «quando un soggetto storico è per qualche ragione irriformabile l’innovazione teorica diventa qualcosa di letteralmente irricevibile».

Essendo la mia formazione di altro tipo – basata sulle scienze sociali e politiche – non ho né la volontà, né la capacità dal punto di vista specificamente filosofico,5 di commentare quanto Preve sostiene rispondendo alle mie domande – le domande che allora mi ponevo rispetto a quanto allora lui andava elaborando e scrivendo. Ho quindi scelto di ricollocare i contenuti previani di questo lontano colloquio, rispetto al contesto culturale, politico ed ideologico che gli fanno da sfondo, ritenendolo non solo utile ai fini della comprensione del suo orientamento di allora, ma anche utile complessivamente per il presente in cui siamo immersi.

Per porlo in essere, mi sono proposto di rispondere a tre interrogativi.

La prima domanda che mi sono posto è: perché Preve giunse a quelle posizioni (che potremmo definire di una “svolta ontologica” contro il “soggettivismo anti-ontologico”) e quale funzione e significato avevano allora nell’ambito del marxismo italiano.

La seconda domanda è: perché, secondo Preve, entrambe le varianti principali del marxismo italiano si sono dissolte e quali effetti e scenari nella sfera ideologico-culturale sono scaturiti da questo?

La terza domanda è: questi effetti e scenari, che si sono generati nella sfera ideologico-culturale nell’ambito nella formazione sociale italiana, per chi intende ancora opporsi al capitalismo ed alla sua riproduzione, sono dietro di noi, o invece sono ancora presenti ed attivi in modo decisivo rispetto alla creazione di un “nuovo profilo culturale anticapitalistico”?

Vorrei effettuare quattro precisazioni.

La prima precisazione riguarda il fatto che il ritrovamento dell’audiocassetta e della mia trascrizione di questo lontano colloquio con Preve, mi hanno costretto, per pubblicarla ed introdurla, a “fare i conti” con una parte della sua elaborazione a partire dalla fine degli anni Settanta, il che però è stato, quasi inevitabilmente, anche il ‘fare i conti’ con il mio percorso teorico (che, oltre e prima di Preve, ha avuto come principali riferimenti Althusser e La Grassa).

La seconda precisazione riguarda il diverso statuto che le risposte che darò alle domande che mi sono (pro)posto hanno. La prima risposta cerca di attenersi interamente alle indicazioni metodologiche e contenutistiche dei testi di Preve, secondo le mie opzioni all’interno della sua vasta e variegata ricerca e produzione teorica nel corso del tempo; la seconda risposta assume le conclusioni cui Preve giunse circa la nuova fase storica che si era aperta con la fine di quello che definiva “comunismo storico novecentesco” e le varianti italiane del marxismo, ma non ripercorre poi i diversi sentieri teorici e politici che Preve negli anni successivi della sua vita ha intrapreso per rispondervi; la terza risposta, pur raccogliendo indicazioni previane, esprime esclusivamente la convinzione dello scrivente.

La terza precisazione riguarda l’utilizzo massiccio che in questa introduzione farò dei testi di Preve, tanto da apparire un mosaico di tessere (costituite da brani di Preve) dispiegate secondo un disegno (costituito dal mio punto di vista). Non è un inchino al principio di autorità, né l’aspirazione “religiosa” alla “Previologia” o “Previomania”, né alla stesura di un piccolo trattato di “citatologia” previana, ma è una mia personale scelta espositiva che – nel caso di questo testo, per come l’ho concepito – ho adottato riconoscendomi nelle formulazioni previane (allora come oggi), ed ancora piacendomi per come sono state da lui stilate. Lo diro con le parole di Luigi Tenco: «Se non vi piace / Così come siamo / Non vi resta che voltarvi dall’altra parte / E non far caso a noi».

La quarta precisazione, si limita ad anticipare – prima della mia nota editoriale sulla trascrizione del colloquio – quando è cominciato e come e quando è finito il mio rapporto personale con Costanzo Preve, a differenza di quello intellettuale che non si è mai concluso.



Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).

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