Editrice Petite Plaisance

Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò, o altri vedranno una cicogna? - K. BLIXEN
HOME RECENTI CATALOGO E-BOOKS AUTORI KOINE' BLOG PERCHE' CONTATTI




Cat.n. 532

Dario Zucchello

Lungo i «sentieri dell’ingiustizia». Hannah Arendt e la genesi de «Le origini del totalitarismo».

ISBN 978-88-7588-402-4 , 2026, pp. 560, formato 140x210 mm., Euro 40 – Collana “il giogo” [217].

In copertina: Hannah Arendt.

indice - presentazione - autore - sintesi

40

Premessa

“I sentieri dell’ingiustizia” [Die Pfade des Unrechts] – antisemitici – imperialistici – storico-universali – totalitari –. Come è potuto accadere che solo i sentieri dell’ingiustizia siano stati percorribili, siano stati rilevanti, e solo essi, in generale, abbiano mantenuto un nesso con le questioni, le difficoltà e le catastrofi concrete, e che, in generale, non vi siano stati né vi siano affatto sentieri della giustizia [Pfade des Rechten]? Questa è la domanda fondamentale [die Kardinalfrage]1.

Secondo le curatrici dei quaderni privati (Denktagebuch) che accompagnarono (tra 1950 e 1973) lo sviluppo della riflessione e dell’opera di Arendt, è possibile che in questo testo dell’aprile 1951 l’espressione «Die Pfade des Unrechts» si riferisse al titolo cui ella pensava per un’edizione tedesca di The Origins of Toralitarianism, che avrebbe poi effettivamente visto la luce nel 1955 (tuttavia come Elemente und Ursprünge totaler Herrschaft). Il testo rivela come, all’epoca della pubblicazione della prima edizione del suo libro (1951) – uscito negli USA a marzo e in Inghilterra ad aprile (come The Burden of Our Time) –, Arendt fosse ancora profondamente coinvolta dai temi in esso affrontati2. Il senso della Kardinalfrage è formulato più esplicitamente in questo passaggio di un’altra annotazione (con la medesima intestazione: Die Pfade des Unrechts) risalente allo stesso aprile 1951:

Non vi sarà via d’uscita finché non scopriremo perché non è stato possibile preparare alcun percorso partendo dalla grande tradizione [aus der grossen Tradition], lasciando che la tradizione secondaria [Hintertreppen-Tradition: letteralmente «tradizione delle scale di servizio»] tracciasse il sentiero3.

Si trattava della stessa amara consapevolezza cui Arendt si era riferita chiudendo nell’estate del 1950 la sua “Preface” a Origins (un passo che avremo occasione di richiamare più volte):

Il flusso sotterraneo della storia occidentale è finalmente emerso in superficie e ha usurpato la dignità della nostra tradizione.

Non è dunque casuale che, all’inizio del 1952, Arendt avanzasse richiesta di finanziamento alla John Simon Guggenheim Memorial Foundation per la prosecuzione delle proprie ricerche, che sarebbero state mirate, in particolare, una volta definito il carattere senza precedenti del regime totalitario, a comprenderne il rapporto con la tradizione4.

Il lavoro che viene qui presentato si è proposto di ricostruire le indagini di Hannah Arendt lungo quei «sentieri dell’ingiustizia» che, come correnti carsiche, avevano ammorbato sottotraccia la storia dell’Occidente, manifestandosi infine brutalmente nelle contemporanee esperienze totalitarie novecentesche: sentieri dai quali esse avevano recuperato elementi utili a risolvere problemi cui altri si erano arresi, cedendo il passo.

Per tale ricostruzione ho ripercorso la genesi dell’opera (The Origins of Totalitarianism), a partire da quel particolare laboratorio costituito dalle ricerche – iniziate a Heidelberg e Francoforte e sviluppate poi a Parigi, dopo la fuga dalla Germania ormai nazista – per la tesi di abilitazione (Habilitationsschrift) dedicata alla figura di Rahel Varnhagen e a quell’antisemitismo sociale che ne aveva profondamente segnato la vicenda esistenziale. Esse rappresentano il nucleo originario di quelle riflessioni che Arendt avrebbe poi integrato, dopo l’approdo negli USA, con l’analisi dell’aggressivo fenomeno imperialista, cui inizialmente ricondusse, come estrema e radicale propaggine (full-fledged Imperialism), il nazismo. In questo senso, il mio scopo è stato quello di far emergere progressivamente dagli articoli pubblicati su varie riviste (per lo più) ebraiche, dai testi inediti e dalle conferenze (questi ultimi quasi integralmente accessibili sul sito istituzionale della Biblioteca del Congresso americano), la linea di pensiero che Arendt venne tracciando nel corso dell’elaborazione di Origins.

La prima parte del lavoro si concentra sul periodo precedente all’arrivo negli Stati Uniti (maggio 1941) e analizza essenzialmente tre aspetti dell’esperienza di Arendt negli anni Trenta. In primo luogo, i risultati dell’attività di ricerca condotta su Rahel Varnhagen (la cosiddetta Rahelarbeit) e il suo peculiare ambiente sociale e culturale, che portarono alla prima analisi sistematica dell’antisemitismo tra XVIII e XIX secolo. In secondo luogo, il suo impegno diretto nelle iniziative sioniste rivolte a preparare, materialmente e culturalmente, giovani ebrei all’emigrazione in Palestina. Infine, la sua reazione, sul piano politico e teorico, agli atteggiamenti dell’ebraismo tedesco di fronte al crollo della democrazia weimariana e alla minaccia nazista.

La seconda parte analizza la produzione arendtiana apparsa negli USA, per lo più in lingua inglese, in cui Arendt venne individuando, tra le altre cose, il nesso tra espansione imperialistica e affermazione dell’antisemitismo politico. La sua attenzione si rivolse alla logica al fondo della grande spinta europea verso l’Africa (alla fine XIX secolo), alle sue condizioni e ai suoi drammatici risvolti: sul piano economico (sovraprofitti ed esportazione di capitali), sociale (crescita di masse “superflue”, espulse dal mercato del lavoro, trasformate in rabbiosa plebaglia, pronta a fornire il materiale umano per le avventure imperialiste), culturale (razzismo e disintegrazione delle moderne concezioni dei diritti) e politico (crisi dello Stato-nazione). Quando. a metà degli anni Quaranta, Arendt cominciò a delineare la struttura di ciò che sarebbe diventato The Origins of Totalitarianism, essa si sviluppava intorno a tre «pilastri»: antisemitismo, imperialismo e razzismo (“The Three Pillars of Hell” era una delle titolazioni inizialmente proposte per l’opera). Il nazismo vi era appunto prospettato come «imperialismo razziale» (race-imperialism), imperialismo condotto alle estreme conseguenze.

La terza parte è invece dedicata a quella fase della ricerca arendtiana, da collocarsi sostanzialmente nella seconda metà del decennio, che si rivelò decisiva per la determinazione della nozione di «totalitarismo» (totalitarianism). In questo caso, le analisi, pur prendendo in esame altri testi contemporanei, si concentrano essenzialmente sui capitoli 10-13 dell’opera (dedicati alle nozioni di masse, propaganda, movimenti e regimi totalitari, campi di concentramento) nella sua prima edizione. Si è scelto, infatti, di ricostruire l’argomento originariamente articolato da Arendt, anteriormente alle indagini svolte nei primi anni Cinquanta, che le fornirono gli «elementi di comprensione» (insights) – per citare l’espressione da Arendt poi utilizzata – per precisare e integrare la propria iniziale concezione del fenomeno, a partire dalla edizione tedesca (1955) e dalla seconda edizione in lingua inglese (1958).

Concretamente, dunque, il lavoro consiste in larga misura nell’esame degli articoli (in qualche caso poco conosciuti) da cui Arendt trasse il materiale per le prime due parti di Origins (rispettivamente Antisemitismo e Imperialismo), e dei capitoli della terza parte (Totalitarismo) così come furono scritti e apparvero nella prima edizione: dal momento che il testo che oggi si legge è quello stabilito per la seconda edizione, dove i capitoli 10-12 furono almeno parzialmente modificati e il capitolo 13 sostituito, la lettura potrebbe essere utile a gettare nuova luce sull’opera di Arendt. Rivendico, in particolare, l’attenzione riservata (nell’ultimo capitolo) a due testi – “Preface” e “Concluding Remarks” – a mio avviso decisivi per comprendere il clima in cui il libro fu composto, ma anche per collegarlo alla successiva produzione arendtiana, che è stata non a caso interpretata come «la ripresa, la prosecuzione, il chiarimento, la correzione» di quell’«opera programmatica»5.

Per la sua natura, la mia ricerca si è avvalsa ampiamente dei materiali resi disponibili dalla edizione critica (Kritische Gesamtausgabe) delle opere di Arendt in corso di pubblicazione: essenziali sono risultati i testi, le annotazioni e le introduzioni al volume secondo (Rahel Varnhagen. Lebensgeschichte einer deutschen Jüdin. Herausgegeben von B. Hahn unter Mitarbeit von J. Egger und F. Wein, Wallstein Verlag, Göttingen 2021), terzo (Sechs Essays. Die verborgene Tradition. Herausgegeben von B. Hahn unter Mitarbeit von B. Breysach und C. Pischel, Wallstein Verlag, Göttingen 2019) e sesto (The Modern Challenge to Tradition: Fragmente eines Buchs, Herausgegeben Von B. Hahn und J. McFarland unter Mitarbeit von I. Kieslich und I. Nordmann, Wallstein Verlag, Göttingen 2018). Purtroppo, l’uscita del volume 5, in tre tomi, dedicato a The Origins of Totalitarianism, attesa per il 2025 è slittata al 2026, facendo mancare, evidentemente, un supporto importante.

È risultata molto utile per l’arco della produzione arendtiana che ha interessato la ricerca anche la nuova Studienausgabe, a cura di Thomas Meyer per l’editore Piper di Monaco. Dello stesso Meyer ho trovato di grande interesse, proprio per il periodo studiato, la recente biografia intellettuale di Arendt (Hannah Arendt. Die Biographie, Piper Verlag, München 20252) di cui esiste una recentissima traduzione italiana (Hannah Arendt. Una vita filosofica, a cura di F. Zamboni, Feltrinelli, Milano 2025).

Dario Zucchello

Como, dicembre 2025

1 H. Arendt, Denktagebuch 1950-1973, 2 Bände, herausgegeben von U. Ludz und I. Nordmann, in Zusammenarbeit mit dem Hannah-Arendt-Institut Dresden, München-Zürich, Piper, 20032, Bd 1 [Dt1], III, 27, p. 72 (l’indicazione si riferisce a volume, quaderno, numero annotazione e pagina). Esiste un’edizione italiana, in unico volume – H. Arendt, Quaderni e diari 1950-1973, a cura di C. Marazia, Neri Pozza Editore, Vicenza 2007. Come per gli altri testi, la scelta è stata quella di tradurre direttamente dall’originale.

2 Dt2, p. 937.

3 Dt1, p. 69.

4 Hannah Arendt Papers: Correspondence, 1938-1976; Organizations, 1943-1976; John Simon Guggenheim Memorial Foundation, 1952-1975, img 1.

5 A. Amiel, Hannah Arendt. Politique et événement, PUF, Paris 1996, p. 10.



Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).

Petite Plaisance Editrice
Associazione Culturale senza fini di lucro

Via di Valdibrana 311 51100 Pistoia tel: 0573-532013

e-mail: info@petiteplaisance.it

C.F e P.IVA 01724700479

© Editrice Petite Plaisance - hosting and web editor www.promonet.it