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Un piccolo sorprendente libro che riprende un saggio di Diego Lanza e lo pone come base di un dialogo fecondo con Paolo Naso, studioso eminente di scienza politica e di politica delle religioni, con Daniele Garrone, studioso di riferimento per l’Antico Testamento e con Anna Beltrametti, studiosa di Letteratura greca e Drammaturgia antica, testimone diretta degli anni più fecondi del magistero di Lanza. Il saggio, pubblicato nel 2011, non trovò immediatamente la stessa attenzione che al solito accompagnava gli scritti di Lanza fin dall’uscita. Eppure, come ora confermano le osservazioni di Naso, Garrone e Beltrametti, coglieva con estrema lucidità i grandi temi che allora si preannunciavano quasi in sordina e che oggi i sanguinosi conflitti del Medio Oriente rendono ineludibili e urgenti. Avviando la sua analisi dall’apologo medievale delle “tre anella” con l’andamento più quieto da studioso del folklore, Lanza con sempre maggior vigore argomentativo e sulla base di fonti eccellenti introduce e accompagna i lettori a mettere a fuoco le più scottanti questioni della nostra contemporaneità: il rapporto tra monoteismo e politeismo, tra relativismo e esclusivismo religioso, tra appartenenza religiosa e appartenenza etnica, tra il principio di identità etnica dei popoli e il principio di legittimo possesso delle terre. Lanza infine riaccompagna i suoi lettori al biblico mito di Babele, alle sue numerose, variabili e ambigue valenze simboliche. Come leggere quel mito sullo sfondo del Medio Oriente inquieto di 15 anni fa e del Medio Oriente devastato di oggi? Significa la condanna divina dell’umanità superba all’incomunicabilità e ai conflitti permanenti o la ricca promessa di un pluralismo culturale e religioso sempre comunque rispettoso dell’essenza più profonda della comune sostanza umana?
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Anna Beltrametti
in dialogo con Diego Lanza
Note personali a margine
Non conoscevo il saggio Il mio dio e il tuo, pubblicato da Diego Lanza nel 2011, quando già per motivi di età e poi di salute aveva lasciato l'Università.
La lettura mi ha fatto però tornare alla mente le numerose e belle conversazioni ricorrenti nel nostro gruppo di giovani studiose e studiosi, di studentesse e studenti promettenti, cresciuti nel magistero di Lanza e Vegetti. Anni indimenticabili, quegli anni Settanta e primi Ottanta a Pavia!
Ai temi più strettamente legati alla cultura greca, di cui Diego leggeva e analizzava i testi con finezza, si intercalavano momenti di riflessione sul ruolo delle religioni negli individui e nelle culture europee.
Il tema, con i problemi correlati, esistenziali, antropologici e politici, sembrava appartenergli da sempre, intrinseco alla dimensione cosmopolita della sua famiglia.
La madre di Diego apparteneva a una famiglia ebrea di Odessa, il padre, intellettuale laico, era di famiglia siciliana e cattolica.
Il matrimonio con Nicoletta Rostan e la frequentazione del compagno ghisleriano Giorgio Rochat avevano poi avvicinato il giovane professore al mondo valdese, alla teologia, agli interessi sociali molto vivi in quegli ultimi anni Sessanta, anche per effetto del Sessantotto. Di questo impegno recano traccia gli interventi pubblicati nelle riviste del gruppo.
Dunque non posso leggere Il mio dio e il tuo come un approdo della terza età.
Credo di poter testimoniare che, dietro il saggio e dietro i punti salienti delle riflessioni storiche e teologiche su cui si fonda, è rintracciabile una ricerca di lunghissimo corso.
Ricordo conversazioni incentrate sul pensiero di Dietrich Bonhoeffer, il teologo protestante, resistente e antinazista fino alla sua esecuzione.
Ricordo le discussioni più appassionate sul rapporto tra politeismi e monoteismi, e tra i tre monoteismi, sulle posizioni di Jan Assmann, con i suoi studi pionieristici sulla nascita del monoteismo, in particolare sul Mosè l'egizio, Memoria culturale e Non avrai altro dio.
Credo di poter essere certa che proprio discutendo di Assmann, qualcuno nel piccolo gruppo accennò a Dio padre misericordioso. Diego intervenne a raffica senza attendere la fine della riflessione: Dio è un giudice severissimo.
Come interpretare questo suo intervento tanto rapido e sicuro e, in quel momento, tranchant?
Mi sono chiesta più volte se l'affermazione venisse dal suo lungo pensare da studioso di alta qualità o da un momento di vita personale, forse da un disagio a cui gli era difficile trovare una risposta.
Voglio conservare il dubbio, una dimensione molto propria di Diego Lanza, e vorrei lasciare il dubbio e la curiosità nei lettori.
Anna Beltrametti
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In copertina:
La statua di Ebil-il, sacerdote del tempio di Istar, nella città di Mari, nel Vicino Oriente, risalente al XXV secolo a.C. (e forse oltre), oggi conservata al Museo del Louvre di Parigi, ci offre ancora con il suo volto mistico pervaso di profonda pietas, umana e sovrumana, severa e delicata al tempo stesso e con quelle sue disadorne mani oranti senza orpelli, senza quasivoglia anello che voglia simboleggiare il (o un) primato la cifra dell’autentica profonda religio. C’è un “multiversum” spirituale (simil bruniano) molto più antico di quello dei “tre anelli” della “novelletta” (emblemi delle tre leggi, la musulmana, la giudaica, la cristiana), pur invitante alla “tolleranza” (che in definitiva è una forma di etnicizzazione), ma certo di “fattura” molto più recente di quella “religio” millenaria dei popoli della Mesopotamia, dei sumeri, ... da cui per altro derivano.
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