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Un romanzo che “non comincia” e si potrebbe aggiungere che non finisce. Un romanzo che non è un romanzo. Un saggio, o più saggi, che non si compongono per un esubero di dati che non si sanno o non si vogliono disciplinare. Sentieri continuamente interrotti, trame che si sfibrano in frammenti erratici, lasciando spazio qua e là a scene potenti: quadri di strabiliante vividezza, immagini che sembrano venire dalla pittura, dai maestri studiati da Pasolini alla scuola di Longhi. Protagonisti sdoppiati, moltiplicati, frantumati e inafferrabili. E personaggi tutti d’un pezzo come i giovani di vita delle borgate. Una biblioteca di classici selezionata con cura, tenuta sottotraccia e mai metabolizzata, né nell’ordine dei contenuti né in quello delle forme. Mai davvero immessa nelle vene della scrittura come invece erano state assorbite le tragedie e le commedie di Aristofane negli anni Sessanta. Come leggere questo immane ultimo sforzo di Pasolini che continua a provocare i lettori e a sollecitare gli studiosi? Sicuramente come summa e come archivio di materiali, di temi il desiderio, eros, il potere, la caduta culturale di forme, di registri e di toni a lungo praticati dall’autore e disponibili a nuovi ripensamenti. Forse anche come necessità di distacco dalla realtà, dalle esperienze correnti e dalle rappresentazioni convenzionali. Forse come epochè, nel senso di sospensione del giudizio, distanza critica e ricerca continua, una condizione filosofica ed esistenziale esplicitamente richiamata in Petrolio, senza rimandi a Enzo Paci, il maestro che, nei migliori anni di Pasolini, aveva ripreso il concetto da Husserl e lo aveva posto al centro del dibattito italiano e che qui riprende vita anche con la Prefazione di Jean Soldini, attenta, generosa, un saggio che completa su molti piani quello offerto dall’Autrice.
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