Editrice Petite Plaisance

Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò, o altri vedranno una cicogna? - K. BLIXEN
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Cat.n. 559

Mario Vegetti

Tre tesi sull’unità della Metafisica aristotelica. In collaborazione con la «Scuola di Macerata». Prefazione di Lucia Palpacelli: La trama dell’intero tra epistemologia e sistematicità aperta. In Appendice: Enrico Berti, La Metafisicadi Aristotele non è Metafisica?; Mario Vegetti, Giovanni Reale e il problema dell’unità nella metafisica aristotelica.

ISBN 978-88-7588-479-6, 2026, pp. 112, formato 140x210 mm., Euro 15 – Collana “Divergenze” [100].

In copertina: Wassily Kandinsky, Accento in rosa, olio su tela, 1926 (dipinto che è sintesi della pittura astratta), Museo nazionale d'Arte moderna del Centre Pompidou di Parigi.

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€ 15

Introduzione di Lucia Palpacelli

La trama dell’intero tra epistemologia e sistematicità aperta

Con onore, oltre che con piacere, introduco il saggio dal titolo Tre tesi sull’utilità della “Metafisica” aristotelica a firma di Mario Vegetti, già pubblicato nella «Rivista di filosofia»1 e che, grazie alla meritoria iniziativa della casa editrice «petite plaisance», vede nuova luce.

A ogni considerazione sul rilievo e sull’importanza scientifica (che seguirà), voglio premettere che il pregio di operazioni come questa, a cui l’editore di Pistoia ci ha ormai piacevolmente abituati, è innanzitutto la possibilità di tornare ad ascoltare studiosi che sono stati maestri e che riportano al centro questioni fondamentali, insegnandoci ancora e sempre che cosa significa essere storici della filosofia e fare storia della filosofia.

“L’enigma irritante” della Metafisica

L’analisi di Vegetti prende le mosse da una constatazione ormai ampiamente condivisa nella storiografia: «È convinzione ormai universalmente diffusa che non esiste un libro chiamato Metafisica, e che sotto questo titolo, tra l’altro certamente non aristotelico, sono in realtà raccolte una serie di trattazioni autonome, sebbene in qualche modo coordinate o convergenti» e non fa mistero della complessità che ci si trova di fronte quando si affronta quest’opera che egli stesso presenta come un irritante enigma: «Ad ogni stagione della ricerca storiografica, tuttavia, si ripropone l’enigma irritante di quest’opera che non è un’opera, dal titolo improprio ma insostituibile, vertente sopra un oggetto inafferrabile indagato con un metodo parimenti delusivo».2

Secondo Vegetti, l’ipotesi evoluzionista di Werner Jaeger celava un equivoco di fondo: scaglionando diacronicamente i problemi aristotelici, finiva per tracciare un “sistema” di Aristotele storicisticamente depurato della sua feconda problematicità, riducendo al minimo la tensione teoretica del testo.3 Il naufragio di questa potente chiave ermeneutica ha aperto la strada ad altre letture che, a parere dello studioso, possono definirsi neo-scolastiche (come quelle di Giovanni Reale e Albert Mansion) o neoplatonizzanti (da Joseph Owens a Philip Merlan e Hans Joachim Krämer) e che hanno spesso cercato di forzare il testo in una fittizia unità deduttiva, giungendo a postulare l’esistenza di una “metafisica non scritta” o di trattati perduti per colmare le aporie strutturali di una teologia che pretenda di porsi come scienza universale dell’essere.4 A queste letture si affianca un terzo modello ermeneutico che Vegetti definisce “dialettico” (i cui rappresentanti, tra gli altri, sono Berti e Aubenque), «in forza dell’accento che viene posto sulla struttura aporetica e, appunto, sullo stile dialettico della Metafisica. Momento comune a tutti gli studiosi di questo gruppo è la negazione di ogni carattere di sistematicità – univoca o bipolare – all’opera aristotelica, e la concezione della sua unità come unità tematica e di ricerca, sempre aperta allo svolgersi dell’indagare filosofico».5

L’unità epistemologica della Metafisica come “scienza indagata”

Il rifiuto di un sistema rigido è il punto di partenza (e al tempo stesso il centro) anche per la riflessione ermeneutica che Vegetti propone intorno alla Metafisica. Questa la sua tesi fondamentale:

Il quadro unitario della Metafisica aristotelica, l’ambito entro il quale si svolge tutta la sua ricerca, sono di tipo epistemologico.6

L’indagine aristotelica non si configura quindi come l’esposizione dogmatica di verità ontologiche già acquisite, ma come un’indagine riflessiva intorno a una «scienza indagata».7 Tale espressione viene letta da Vegetti nel senso di «“scienza intorno alla quale viene condotta l’indagine”; in altri termini, si tratta non di costruire una scienza di cui si avverte il bisogno, ma di discutere intorno all’assetto di una scienza che, a diversi livelli, già esiste».8 Il compito primario della Metafisica è dunque metateorico: essa deve circoscrivere i confini della filosofia prima rispetto alla fisica e alla matematica, saggiando la consistenza epistemologica delle sue assunzioni e problematizzandone lo statuto di scientificità.

In questo orizzonte epistemologico, le “cose” e le sostanze metempiriche di cui parla lo Stagirita non vengono investigate in se stesse come elementi di una cosmologia metafisica precostituita, ma al contrario delle “cose” si parla solo in quanto esse costituiscono requisiti ontologici condizionanti la possibilità delle scienze in questione e il presupposto fondante della loro esistenza.9

In questo quadro, l’assunzione di un motore immobile o di principi non-sensibili risponde principalmente a un’esigenza di carattere epistemologico: se deve esistere la filosofia prima come scienza universale e suprema, deve esistere un corrispondente oggetto separato e im­mobile che la giustifichi ontologicamente.10

Un sistema non sistematico?

Se il centro del paradigma ermeneutico offerto da Vegetti si coglie dunque nella costituzione della Metafisica come “scienza indagata”, è chiaro che la sua lettura rifiuta la rigidità del dogmatismo, come del resto si è già accennato. Tale rifiuto trova un’eco feconda nelle riflessioni raccolte nel volume coordinato da Luca Grecchi per «petite plaisance», Sistema e sistematicità in Aristotele,11 con il quale è possibile intrecciare un dialogo ideale per notare una ricca convergenza di prospettive.

Dalle pagine del suo dialogo introduttivo con Grecchi, Carmelo Vigna evidenzia la «relativa elasticità sistemica» dei testi dello Stagirita,12 ricordandoci che il lascito giunto fino a noi assume la forma di un «materiale di lavoro» costituito da «dispense accademiche» o, per usare una celebre metafora, dall’eredità del suo «laboratorio» di ricerca.13 Secondo Vigna, dunque, e sulla linea dell’orizzonte tracciato da Vegetti, non vi è in Aristotele un sistema dogmatico e precostituito, ma piuttosto una «veduta sistemica della realtà»14 costruita induttivamente e, per questa ragione, costitutivamente aperta e articolata.

Se Vegetti propone una lettura funzionale e, quindi non rigida, dei principi aristotelici, Arianna Fermani nel saggio dal titolo Quale “sistema” e quale “sistematicità” in Aristotele? evidenzia il dato per cui, se si intende il sistema in senso stretto (ossia come riconduzione deduttiva di ogni enunciato a un principio unico), il pensiero aristotelico, irriducibilmente polivoco, si qualifica come costitutivamente anti-sistematico.15 Tuttavia, se si adotta una definizione flessibile di sistema inteso come holon (un intero organico dotato di senso in cui gli elementi sono unificati senza essere ridotti), allora la filosofia aristotelica si rivela come la massima espressione di un “sistema aperto”.16 In questo orizzonte, l’unità della Metafisica non è l’immobilità di un edificio dottrinale chiuso, ma la convergenza dinamica di una pluralità di sguardi e di metodi che rispettano la complessità intrinseca del reale.17

La dimensione multifocale del pensiero aristotelico e la lettura di Vegetti: un dialogo fecondo

Anche per la Metafisica letta da Vegetti mi sembra plausibile parlare di un “sistema aperto” che pare avere punti di tangenza con una lettura multifocale del pensiero aristotelico, qual è quella proposta da Migliori18 e verificata in diversi ambiti dalla «Scuola di Macerata», di cui mi onoro di far parte. Il Multifocal Approach è quello che potremmo definire

[…] un paradigma “ottico” che invita il lettore ad in­dossare, metaforicamente, un paio di occhiali con lenti multifocali per provare ad osservare da varie distanze la realtà. Questa risulta costitutivamente molteplice, complessa e stratificata; pertanto occorre osservarla, comprenderla e descriverla in molti modi. […] Ai filosofi antichi non interessa produrre un paradigma, un sistema di pensiero, una visione, una definizione. Essi mirano piuttosto ad elaborare, all’interno di un orizzonte concettuale ben definito, una pluralità di schemi e di modelli, tra loro non sovrapponibili e a volte anche in contrasto, e tuttavia capaci di spiegarci aspetti della realtà che altrimenti ci sfuggirebbero. In sostanza, il pensiero antico vuole capire il mondo – la cui complessità non viene mai ridotta o messa in dubbio – e perciò lo affronta con una pluralità molto elastica di strumenti.19

Questa prospettiva polivoca ed elastica è ben rappresentata dalla formula aristotelica secondo cui «l’essere si dice in molti modi»: si tratta di una dottrina che non frammenta la realtà in territori incomunicabili, ma consente la convivenza di elementi e approcci diversi attraverso il modello inclusivo dell’“e-e” (giustapposizione) anziché dell’escludente “o-o” (incoerenza o contraddizione).20 In ambito propriamente metafisico, quindi, lo sguardo multifocale permette di salvaguardare l’autonomia delle singole scienze (così come anche Vegetti propone), offrendo al contempo nella filosofia prima una rete di raccordi e di relazioni stabili e instabili, capace di cogliere i nessi profondi che connettono le parti all’intero.

Il dialogo critico: la risposta di Enrico Berti

La forza speculativa delle tesi di Vegetti – che, come abbiamo appena visto, instaura un ricco terreno di discussione anche con prospettive ermeneutiche attuali – si misura anche nella fecondità del dibattito che tali tesi hanno saputo generare.

A questo proposito, l’appendice al saggio raccoglie un importante intervento critico di Enrico Berti dal titolo La Metafisica di Aristotele non è Metafisica?.21 Lo studioso padovano, pur concordando con l’importanza dell’indagine epistemologica condotta da Vegetti, ne contesta la tendenza a svuotare la Metafisica della sua dimensione propriamente ontologica e teologica. Secondo Berti, la dimensione epistemologica del testo non esclude la sua componente metafisica: è compito specifico della filosofia prima, in quanto problematizzazione integrale dell’esperienza, problematizzare anzitutto se stessa.22

In quest’ottica, Berti insiste sul fatto che l’esistenza del motore immobile e delle sostanze separate non è semplicemente una comoda assunzione o una “funzione” epistemologica ipotizzata a tavolino per far quadrare i conti delle scienze. Per Aristotele, l’esistenza della realtà immobile ed eterna è necessaria «non solo di diritto, ma anche di fatto».23

Essa rappresenta la causa attiva, reale e operante in grado di dare conto del movimento e di fondare oggetti­vamente l’unificazione della scienza dell’ente in quanto ente. Nel suo orizzonte ermeneutico, quindi, l’unificazio­ne operata in Metafisica Epsilon 1 tra la scienza del divino e la scienza dell’essere in quanto essere mostra che la teologia aristotelica è costitutivamente universale proprio perché si occupa della causa prima da cui dipende la totalità della realtà.24

Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta …

Se dovessimo sintetizzare in poche linee conclusive il ritratto che il saggio di Mario Vegetti ci restituisce di Aristotele dovremmo riconoscere che se ne può trarre un’immagine ben lontana da irrigidite cristallizzazioni dogmatiche. Nella sua lettura, l’unità del pensiero aristotelico si configura come un’unità dinamica, complessa ed essenzialmente aperta all’inesauribilità delle cose stesse, come suggerisce Claudia Baracchi nel suo contributo al volume Sistema e sistematicità in Aristotele dal titolo I molti sistemi di Aristotele.25

Che si prediliga la lettura epistemologica di Vegetti o la riaffermazione ontologica di Berti, la Metafisica aristotelica si conferma allora come una straordinaria «sistematica dei problemi», per rifarci a un’efficace espressione di Düring, in cui l’obbedienza al logos e il rispetto per la complessità del reale non smettono di stimolare e sfidare il cammino della filosofia, fedeli all’invito platonico secondo cui

una vita senza ricerca

non è degna di essere vissuta da un essere umano.26

1 «Rivista di filosofia», Vol. LXI, 1970, pp. 343-383.

2 Infra, p. 15.

3 Cfr., infra, pp. 15-16.

4 Cfr., infra, pp. 17-20.

5 Infra, p. 24.

6 Infra, p. 29.

7 Aristotele, Metafisica, 983a21.

8 Infra, p. 32.

9 Cfr., infra, p. 29; p. 44.

10 Cfr., infra, pp. 38-39.

11 C. Baracchi, E. Berti, B. Botter, M. Cosci, S. Fazzo, A. Fermani, G.R. Giardina, C. Vigna, M. Zanatta, Sistema e sistematicità in Aristotele, a cura di L. Grecchi; ISBN 978-88-7588-202-0, petite plaisance, Pistoia 2016, pp. 256.

12 Ivi, p. 21.

13 Cfr. ivi, pp. 21-22.

14 Ivi, p. 21.

15 Ivi, p. 51.

16 Cfr. ivi, p. 60.

17 Cfr. ivi, p. 61.

18 Per cogliere le linee teoriche di questo paradigma cfr. M. Migliori, Opportunità e utilità di un approccio multifocale, in Il pensiero multifocale, «Humanitas», 1-2, 2020, pp. 3-38.

19 A. Fermani - M. Migliori, Premessa, in A. Fermani - M. Migliori (eds.), Filosofia antica. Una prospettiva multifocale, Scholé, Brescia 2020, pp. 5-6.

20 A. Fermani, Quale “sistema” e quale “sistematicità” in Aristotele?, in Sistema e sistematicità in Aristotele, cit., pp. 47-78.

21 Infra, p. 81.

22 Cfr., infra, p. 81.

23 Infra, p. 84.

24 Cfr., infra, pp. 82-83.

25 C. Baracchi, I molti sistemi di Aristotele, in Sistema e sistematicità in Aristotele, cit., pp. 109-128.

26 Platone, Apologia di Socrate, 38A5-6.

Lucia Palpacelli è docente di Storia della Filosofia Antica all’Università di Macerata. Tra le sue pubblicazioni: L’Eutidemo di Platone. Una commedia straordinariamente seria (Vita e Pensiero 2009); Aristotele interprete di Platone. Anima e cosmo (Morcelliana 2013); Zenone di Elea. Frammenti e testimonianze (Scholé 2022). Per Bompiani ha curato la revisione, aggiornamento e saggio bibliografico del volume di Aristotele, La generazione e la corruzione (2013) e il saggio introduttivo, traduzione e note del De interpretatione all’interno dell’Organon aristotelico (2016). Per «petite plaisance» ha scritto la postfazione all’antologia a cura di Diego Lanza sugli scritti aristotelici intorno alla psyché: La ricerca psicologica (2024), e diversi contributi in volume tra cui Movimento (2025) [collana «mare dentro», n. 4] e Le parole della medicina: la cura come bisogno di guarigione, in A. Fermani, L. Palpacelli, M. Ianne, Cura/Incuria (2026) [collana «mare dentro», n. 5], pp. 75-142.



Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).

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