Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Costanzo Preve

Verità filosofica e critica sociale. Religione, filosofia, marxismo.

ISBN 88-88172-22-X, 2004, pp. 112, formato 170x240 mm., € 12,00.

In copertina: René Magritte, Les vacances de Hegel, olio su tela, Galerie Isy Brachot.

indice - presentazione - autore - sintesi

12,00

INTRODUZIONE

In questo saggio tento una breve (ma spero chiara) esposizione sintetica del mio pensiero, o almeno del mio pensiero nel suo attuale stadio di sviluppo, perché non esistono pensieri irrigiditi e conclusi, almeno fin quando si è in vita, ed in vita cosciente. Per chiarezza, l’intera esposizione verrà strutturata in tre parti successive, dedicate rispettivamente alla religione, alla filosofia ed infine al marxismo.
L’occasione di questa esposizione, che è ovviamente in parte una riesposizione di temi già affrontati in passato, è data dal confronto, in buona parte “in controluce”, con quattro lavori filosofici di Luca Grecchi, un giovane studioso italiano nato nel 1972. Questi quattro lavori filosofici verranno brevemente esposti nella Introduzione, e verranno ovviamente segnalati nella nota bibliografica generale alla fine di questo saggio. L’esposizione non potrà essere analitica e completa, e non è neppure necessario che lo sia, in quanto non è possibile conoscere un autore senza leggerlo direttamente, e qualunque esposizione critica è sempre un “tradimento”, in piccola o grande misura. Derrida ha ragione nell’essenziale quando dice che la parola scritta, per sua natura, porta alla frammentazione potenzialmente infinita delle interpretazioni, anche in presenza delle migliori intenzioni del mondo. Anche quando il commentatore è tecnicamente competente e non è mosso da malevolenza (esplicita o implicita, consapevole o inconsapevole), ebbene anche in questo caso, sia pure in presenza della cosiddetta “fusione di orizzonti” evocata da Gadamer, è pressoché impossibile che il commentatore “gerarchizzi” gli argomenti ed i temi nello spirito voluto dall’autore stesso. Eppure questa gerarchizzazione implicita è decisiva, perché è essa che regge il filo del discorso e l’intenzionalità dell’autore. A tutti noi, grandi e piccoli, è successo e succede continuamente di leggere commenti o recensioni sui nostri lavori in cui, a fianco di fraintendimenti addirittura incredibili dovuti alla fretta (o meglio alla limitazione del proprio esame alla sola quarta pagina di copertina, per di più letta in modo distratto), si nota una totale incomprensione proprio sul punto decisivo, e cioè sulla strutturazione e sulla gerarchizzazione dell’argomentazione complessiva. Se dividiamo per importanza gli argomenti ed i temi di cui ci occupiamo nelle tre categorie di A, B e C, vediamo che spesso i commentatori ed i recensori si “accaniscono” su questioni di tipo C, che noi abbiamo ritenuto marginali e periferiche, mentre quasi mai si accorgono dei temi e degli argomenti di tipo A.
È possibile che io commetta lo stesso tipo di errore a proposito dei lavori di Luca Grecchi. Non lo ritengo tuttavia particolarmente grave. I libri di filosofia si difendono da soli, del tutto indipendentemente dalle stroncature, dal silenzio (che sono l’equivalente postmoderno delle vecchie e tanto più corrette stroncature, o meglio sono le stroncature dell’epoca della visibilità mediatica scambiata per realtà ontologica), e persino dalle segnalazioni dette “positive”, che a volte sono gli “amici” più pericolosi. A volte si segnalano in modo entusiastico (e paternalistico) lavori di giovani, che si ritiene a ragione che ci sopravvivranno e potranno ancora scrivere quando noi non lo potremo più fare, perché ci si augura in modo semiconsapevole che questi giovani “prolungheranno” la nostra identità teorica. Lukács muore, ma i lucacciani continueranno. Althusser muore, ma gli althusseriani continueranno. Quasi sempre queste scommesse falliscono, ed i parricidi (ed i parricidi filosofici sono spesso i più perfidi) sono all’ordine del giorno. Per fare solo un modesto esempio italiano, se Enzo Paci e Ludovico Geymonat potessero vedere i contenuti e gli orientamenti di coloro che essi promossero e misero addirittura in cattedra, ne sarebbero probabilmente orripilati.
Non è possibile che questo accada nel mio rapporto dialogico con Grecchi. Il lettore vedrà agevolmente che Grecchi segue la sua strada, e non dice affatto le cose che io tento di dire. Sono invece molti i punti di contatto, e da questo nasce appunto il confronto. Di questi numerosi punti di contatto voglio evidenziarne subito due, e cioè che ritengo accettabile la formulazione classica per cui effettivamente l’anima umana (in senso greco, non nel senso cristiano) è l’unico accettabile fondamento della verità, in primo luogo, e poi che ritengo anch’io che il marxismo si è sviluppato senza un’adeguata base filosofica, in secondo luogo. Gli altri punti di convergenza e di divergenza emergeranno dai rilievi più analitici.
In estrema sintesi, vi sono tre ragioni che mi hanno spinto a prendere sul serio l’occasione del confronto con Grecchi. Si tratta di tre ragioni non congiunturali, degne di essere qui ricordate e ricapitolate.
In primo luogo, la lettura dei quattro saggi di Grecchi mi ha irresistibilmente richiamato alla memoria un’osservazione fatta da Lukács nella sua autobiografia in forma di dialogo ‘Pensiero vissuto’, in cui parla del suo incontro giovanile con Ernst Bloch. Lukács osserva che Bloch lo impressionò moltissimo perché, pur essendo ancora un giovanotto di meno di trent’anni senza alcuna posizione accademica nemmeno iniziale, “filosofava come se fosse Aristotele o Hegel”. Lukács a quei tempi aveva in una certa misura introiettato la mentalità universitaria tipica delle facoltà di filosofia tedesche di quel tempo (e che oggi in Italia è giunta a punti di un estremismo “monografico” addirittura grottesco), per cui il filosofare come Aristotele e Hegel era quasi osceno, e comunque ridicolo e intollerabile, e si poteva al massimo scrivere dottissime monografie filologiche su punti particolari (se possibile i più piccoli possibile) delle sterminate produzioni di Aristotele e di Hegel. L’adesione al marxismo è stata da questo punto di vista per Lukács (anche se purtroppo i suoi “specialisti” non hanno quasi mai colto questo punto decisivo) un semaforo verde per poter cominciare a filosofare come Aristotele e Hegel. Ora, Luca Grecchi si comporta esattamente in questo modo irriverente ed addirittura folle agli occhi di qualsiasi accademico normale. Questo diplomato in ragioneria (che non ha dunque seguito corsi di greco e di storia della filosofia nella scuola secondaria superiore) e laureato in economia (e che non ha dunque dovuto superare esami specifici di storia della filosofia) osa trattare da pari a pari con “mostri sacri” come Emanuele Severino e Giovanni Reale, osa criticare Marx come se fosse il suo compagno di banco Engels, ed in un periodo storico di relativismo provocatorio, pensiero debole, crisi dei sistemi centrati, apologia della cosiddetta “complessità”, regno della civile conversazione fra scettici liberali disincantati ed americanizzati, generali sogghigni di sufficienza di fronte alla parola verità (ha-ha-ha), eccetera, osa anche affermare che solo riconoscendo che l’anima umana è il solo fondamento della verità la critica al capitalismo potrà avere un futuro.
Tutto questo sembra a prima vista talmente folle da meritare di riprendere in mano il noto Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam. Io l’ho fatto, e sono giunto alla pacata conclusione che Grecchi ha assolutamente ragione a comportarsi come sta facendo, senza che questo comporti automaticamente una squalifica irosa e subalterna del modo di funzionare del discorso filosofico universitario oggi universalmente riconosciuto. Alcune brevi osservazioni in proposito potranno essere utili.
Personalmente, ritengo in una certa misura legittimo, ed anche educativo, che l’apparato universitario delle facoltà di filosofia scoraggi improvvisazioni troppo dilettantesche in cui tesi filosofiche vengano argomentate senza il necessario apparato critico necessariamente ricavato dalle miniere inesauribili di due millenni e mezzo di storia della filosofia occidentale. Sono dunque del tutto privo di astio e di avversione aprioristica verso il duro apprendistato filologico. Lo ritengo giustificato ed in una certa misura indispensabile. In questo sono addirittura un vero e proprio “estremista”, perché considero vergognoso che ci si possa laureare in filosofia senza conoscere il greco antico ed il tedesco, come ormai è possibile da decenni fare nella dequalificata e demagogica università italiana. E tuttavia c’è anche il “lato oscuro” di questa ascesi filologica, ed è la nota riduzione della pratica filosofica, che è una pratica dialogico-veritativa originaria nata dalla stessa vita quotidiana (come sosterrò nel secondo capitolo di questo mio scritto dedicato alla filosofia) a semplice “smontaggio e rimontaggio” interminabile di pagine scritte da filosofi morti ormai da molto tempo. L’ascesi filologico-monografica diventa così fine a sé stessa, ed in questo modo rivela di essere solo il sintomo superficiale di una vera e propria impotenza creativa più generale, legata a mio avviso in ultima istanza al blocco di prospettive culturali e sociali che rimanda all’odioso impero americano-sionista che ci governa nei corpi e che ci vorrebbe governare anche nelle anime.
Luca Grecchi si oppone a tutto questo. Si è studiato la storia della filosofia fuori dalle aule universitarie dell’estenuata facoltà italiana di filosofia, ed allora dialoga liberamente con Marx, con Severino e con Quinzio. Più modestamente dialoga anche con lo scrivente, che non si riconosce per nulla in dettaglio in molte delle sue critiche o delle sue osservazioni. Ma questo, l’ho già detto, è del tutto irrilevante. Ciò che conta è il coraggio di parlare, e di comportarsi, come se si fosse Aristotele o Hegel.
Naturalmente, Grecchi non è Aristotele o Hegel, e tanto meno lo è il sottoscritto. Qui le manie di grandezza o i deliri di onnipotenza farebbero solo intristire gli amici e rallegrare gli avversari. Tutti gli amanti della filosofia sanno che la lettura dei classici produce il doppio effetto di rallegrarci e di confermarci nella nostra relativa inadeguatezza. Ma tutti gli amanti della filosofia sanno anche che i classici, se fossero ancora vivi e presenti, preferirebbero che noi ci confrontassimo con loro da paria pari piuttosto di strisciare filologicamente ai loro piedi. Sembra che Grecchi lo abbia capito, ed a me questo basta ed avanza.
In secondo luogo, Luca Grecchi è nato nel 1972, e questo semplice fatto, del tutto privo di significato per un suo coetaneo, è invece per me di grande interesse. Io sono infatti nato nel 1943, e compio sessant’anni proprio in questo anno 2003 in cui questo mio breve saggio è pubblicato. Ora, io non credo che il criterio metodologico fondamentale per interpretare razionalmente la recente storia della filosofia occidentale sia quello delle “ondate generazionali”, per cui ogni venti o trent’anni avverrebbero delle svolte di tipo ciclico negli atteggiamenti prevalenti verso temi come la metafisica, il materialismo, la dialettica, la scienza, eccetera. Non è così, ma è comunque certo che ci sono state generazioni prevalentemente illuministiche, generazioni prevalentemente romantiche, generazioni prevalentemente positivistiche, eccetera. Ad esempio, è a mio avviso indubbio che il pensiero di Marx, che è mosso originariamente da stimoli generazionali di tipo tardoromantico, viene poi per la prima volta sistematizzato e coerentizzato fra il 1875 ed il 1895 in un’epoca in cui il modello positivistico (non importa se superficialmente “dialettizzato” o meno) era diventato il solo modello teorico ed epistemologico legittimo sia per la classe operaia organizzata politicamente e sindacalmente, sia per la comunità universitaria tedesca del tempo. Le cosiddette “generazioni”, dunque, sono solo il segnale di mutamenti storici decisivi.
Luca Grecchi, nato nel 1972, fa dunque parte di una generazione posteriore alla mia. Non fosse che per questo, mi interessa ascoltarlo. Ad esempio, il solo fatto di sostenere una posizione anticapitalistica basata sull’anima umana come fondamento della verità appare già folle per la stragrande maggioranza dei pensatori della mia sciagurata generazione, che identificava lo “spiritualismo” con l’adesione alla società borghese-capitalistica, e lo “storicismo” (che era in realtà una confusa forma di nichilismo eracliteo) con la transizione fra il capitalismo ed il comunismo. Il lettore si stupirà forse di questa mia espressione “sciagurata generazione”, e voglio allora spiegarmi subito. In estrema sintesi, le sciagure della mia generazione, almeno dal punto di vista teorico, sono state soprattutto due. Primo, essa è stata imprigionata ed incatenata ad una situazione storica che si era già in realtà conclusa nel 1945, ed ha dovuto continuare a combattere una guerra già finita (come quella fra fascismo ed antifascismo), proprio mentre il mondo stava cambiando. Secondo, essa ha scambiato il Sessantotto, che fu nella sua tendenza principale un movimento di modernizzazione post-borghese ed ultra-capitalistica del costume, per l’avvio di una rivoluzione sociale di tipo comunista. La generazione di Grecchi viene dopo queste due sciagurate coordinate storico-culturali, che hanno letteralmente soffocato i migliori spiriti della mia generazione.
Naturalmente, non so assolutamente dove andrà o dove possa andare questa generazione, o quanto meno quella (per ora apparentemente piccola, confusa e dispersa) parte di questa generazione che continua ad avere in qualche modo una prospettiva anticapitalistica. In proposito, non sono purtroppo fra quelli che nutrono speranze politiche e culturali nel cosiddetto Movimento No-Global. Spero di sbagliare, e mi auguro anzi di sbagliare, ma questo movimento culturalmente mi sembra troppo dipendente dalle sciocchezze sociologiche e dai miti politici della generazione precedente per potere veramente sperare in qualcosa di veramente strategico.
Per passare ora al terzo ed ultimo punto di questa prefazione, l’insieme delle posizioni teoriche di Grecchi è stato per me uno stimolo ulteriore ad un’ennesima formulazione delle mie stesse posizioni teoriche. Nella Introduzione che segue segnalerò al lettore i punti più interessanti ed a mio avviso più significativi dei quattro saggi di Grecchi. Senza alcuna pretesa di completezza mi limiterò a sottolineare il modo in cui tutte le numerose tesi di Grecchi si articolano in modo ferreo intorno ad un solo punto, che è la ripresa della vecchia tesi degli antichi greci dell’anima umana come fondamento della verità. Seguiranno tre capitoli successivi, dedicati appunto ad una riesposizione delle mie tesi fondamentali sulla religione, sulla filosofia e sul marxismo, in cui le posizioni di Grecchi saranno riprese soltanto in forma implicita e metabolizzata.
Il testo si conclude con una breve bibliografia generale ragionata, in cui non si segnaleranno soltanto i quattro libri di Grecchi, ma verranno ricordati anche molti testi che ho variamente utilizzato per concretizzare le mie tesi e le mie argomentazioni. Un lavoro come questo non ha nessun bisogno di bibliografie erudite, in cui semplicemente si elencano le edizioni classiche per mostrare che se ne conosce l’esistenza (per questo basterebbe copiare da qualunque sito bibliografico), ma ha invece bisogno di semplici bibliografie ragionate con cui il lettore può andare avanti per conto suo. E questa resta la sola cosa essenziale.


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Scrivere una postfazione ad un libro che tratta, in sostanza positivamente, del proprio pensiero, è sempre arduo. Gli elogi possono infatti sembrare “interessati”, e le critiche “ingenerose”. Tuttavia, sento realmente il bisogno di aggiungere quanto segue.
Questo libro costituisce la sintesi filosofica delle tesi più recenti del pensiero di Costanzo Preve. Si tratta di una sintesi chiara e come sempre accattivante, di un pensatore geniale che fra i pochi oggi merita di entrare nei manuali di storia della filosofia per la sua analisi complessiva del marxismo (come hanno compreso Massimo Bontempelli e Fabio Bentivoglio, che non a caso lo hanno inserito nel loro Il senso dell’essere nelle culture occidentali).
Costanzo Preve è infatti, insieme a Domenico Losurdo, uno dei maggiori pensatori marxisti esistenti, in quanto ha saputo apporre, alla base del pensiero scientifico di Marx, lo sfondo veritativo proprio della grande filosofia greca ed hegeliana, costituendo una unione tanto necessaria quanto rara all’interno del panorama culturale odierno.
Condivido quasi interamente quanto Preve ha scritto in queste pagine. Ritengo pertanto che i nuclei essenziali dei nostri due discorsi siano davvero molto vicini. Essendosi egli esplicitamente riferito al mio pensiero come condivisibile base filosofica di partenza, da buon “doganiere” desidero però qui anche segnalare una distanza da alcuni punti non marginali trattati da Preve. Ciò in quanto, come giustamente dice Costanzo, il diavolo si nasconde spesso nel dettaglio.
Innanzitutto, non concordo con la tesi per cui la religione sarebbe una “forma antropologica connaturata alla natura umana”, e pertanto insuperabile. Considerare la religione “insuperabile” significa infatti, come anche Trietschke tempo addietro comprese, considerare la irrazionalità dell’inconscio come “insuperabile”. L’errore qui sta alla radice del ragionamento di Preve: non è vero infatti che “l’unico fondamento è quello antropologico”. Sostenere la natura “unicamente” antropologica, e dunque storica, del fondamento, significa infatti fermarsi a considerare, come costitutivo della natura umana, solo ciò che si è storicamente realizzato, e non ciò che è in potenza presente nella stessa.
La verità è inoltre il valore assoluto. Qui Preve rimarca correttamente la differenza fra i nostri pensieri. Considerare la verità come il valore assoluto significa rendersi assolutamente trasparenti a se stessi, per quante resistenze si possano trovare, e per quanto doloroso ciò possa essere. Solo questo permette di possedere stabilmente un fondamento sicuro, piano e pulito su cui strutturare un sistema filosofico coerente, in grado di stare in piedi in modo stabile, e pertanto di favorire “l’incarnazione” di conseguenti modalità di vita.
Condividere, come Preve afferma, i contenuti de L’anima umana come fondamento della verità, significa andare oltre la pur necessaria critica dell’esistente, per costruire quella essenziale struttura di pensiero così importante per mutare le attuali modalità di vita. Mi auguro dunque che l’amico Costanzo possa intraprendere al più presto la via della “pars costruens” sistematica, poiché in questo modo fornirà indubbiamente al pensiero filosofico un contributo enorme.

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