Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Antonella Lumini

Caino. Dramma del buio e della luce. Con uno scritto di Paolo Coccheri.

ISBN 88-7588-087-5, 2005, pp. 96, formato 120x180 mm., € 10,00 – Collana di teatro, “Antigone” [10].

In copertina: Amalia Ciardi Duprè, La morte di Abele,1980.

indice - presentazione - autore - sintesi

10,00

Testimonianza di un percorso interiore

Anche se l’attività di critico letterario non è di mia più pertinente competenza, ho accettato volentieri di fare questa presentazione.
In primo luogo perché, pur avendo cessato da tempo di occuparmi di teatro, qualche anno fa, dopo la morte del mio maestro Orazio Costa, ho sentito la necessità di dare avvio a una esperienza di teatro spirituale, che ho chiamato Il teatro del cielo, proponendo letture di testi sacri e religiosi. Ho pertanto avvertito una sintonia con questo lavoro di Antonella Lumini, subito dalla prima lettura.
È un testo forte, di profondi significati e molto originale, sul piano narrativo, nel suo tentativo di rappresentare un percorso interiore.
In secondo luogo perché, avendo fatto la scelta (ormai da oltre quindici anni) di passare dal teatro scenico a quel teatro ben più impegnativo, non recitato, ma vissuto ogni giorno sulle strade da uomini e donne di ogni età, non potevo non sentire un richiamo verso un soggetto così inquietante come quello di Caino.

Il dramma del buio e della luce, come indica il sottotitolo, tocca le corde più fragili dell’uomo. La narrazione, sviluppandosi con ritmo serrato, sollecita il lettore (e credo ugualmente lo spettatore) a quel coinvolgimento penetrante capace di immergerlo nel profondo.
Tale effetto è anche ben supportato dalle esplicative didascalie e dai contrasti luce-ombra proposti come utili indicazioni di illuminotecnica.
Tema centrale del primo atto, Legge di gravità, è quello dell’alienazione. L’uomo è sempre più estraneo a se stesso.
L’errare senza una mèta, senza progetti, lo sradicamento, il fallimento, la solitudine, esprimono situazioni di ogni tempo, ma in particolare quella dell’uomo di oggi: Sono solo sulla terra sola ... Tutto è morto qui dove sono io. Il pensiero corre subito verso quella diuturna tragedia che perennemente si rinnova ai margini degli agglomerati metropolitani dove troppi uomini mettono ferocemente a nudo, dal vivo, questi drammi esistenziali.

L’avvistamento dell’iceberg che provoca il naufragio, diviene l’antefatto da cui la trama prende origine. Qualcosa di quanto si cela nell’anima, risale in superficie, facendo precipitare in un attimo ogni apparenza.
Caino si interroga, non comprende, si sente estraneo a tutto quanto lo circonda, è oppresso, schiacciato da una colpa di cui ha perduto memoria, che gli sfugge e che nel suo girovagare cerca vanamente di rincorrere: Che cosa ho fatto di così orribile e atroce che l’anima mia ha obliato nel sonno e la mente più non ricorda?
Il nucleo drammatico si può riassumere in un errare senza mèta che non è solo girovagare, ma smarrimento, desolata solitudine. C’è una distanza dalla vita. L’errare mette in contatto con il peso dell’esistenza. Affiora una frattura insanabile che spezza l’equilibrio tra uomo esteriore e uomo interiore, tra razionale e irrazionale: Le terre si divisero dai cieli. Colpi e contraccolpi gravità estrema tra le masse. La mancanza di senso si afferma come sradicamento, separazione dell’uomo dalla propria origine: Potessi almeno risalire il passato di generazione in generazione così fino all’inizio del mondo.
Caino è in fuga da se stesso, è in fuga dal proprio errore, dal proprio dolore: Niente desidero né voglio se non fuggire.

Alla drammatica realtà di Caino, si affianca Ulisse come dimensione eroica. I due personaggi si alternano nell’azione ognuno per proprio conto, assumendo il carattere di controfigure erranti.
Si tratta di due monologhi paralleli che, senza alcuna contrapposizione, esprimono due diverse modalità di itineranza.
Allo smarrimento di Caino, si contrappone la fierezza del cercatore che si spinge sempre oltre non ponendo limiti alla propria avventura attraverso il tempo.
Ulisse rappresenta l’irrequietezza della ragione conquistatrice di spazi. Il suo errare esprime la continua ricerca dell’uomo chiamato a varcare confini sempre più vasti, ma che ugualmente non trova punti d’approdo.
L’intreccio fa si che solo incontrandosi e riconoscendosi come parti complementari, entrambi possono fermarsi, trovare una sosta salvifica. La prospettiva senza via d’uscita che si sviluppa nel primo atto approda quindi a una sosta che diviene quieta capacità di attesa. Si intuisce che questa attesa possibile è la fede.

Il secondo atto propone lo spalancarsi di un nuovo orizzonte. Rivoluzione cosmica rinvia all’idea dell’armonia cosmica in cui i corpi sono leggeri perché tenuti dentro un equilibrio che li sostiene. Il peso, piano piano, può cominciare ad essere affrontato.
I brevi riferimenti storici accennano all’avvento di Cristo come all’aprirsi di un tempo nuovo: la dolcezza vibrava nel suono di un’unica Parola. Una nuova fiducia verso la vita lentamente dona la forza della verità e riavvicina al dolore rendendo possibile il risvegliarsi della memoria. Particolare funzione assume il Coro divenendo voce della coscienza. Il monologo di Caino è come se si sdoppiasse fra la parte conscia che ha rimosso l’evento doloroso e la coscienza che incalza.
La trasformazione ha inizio con il riaccendersi di quella scintilla viva, sempre custodita nel cuore dell’uomo, raffigurata nel testo, in modo molto originale, dall’anima di Abele: Io anima lieve. Desiderio di luce e sete che non ha paura di bere.

In questo lavoro si può facilmente avvertire, soprattutto nella prima parte, una certa affinità tematica con due fondamentali drammaturghi del Novecento: Samuel Beckett e Harold Pinter, nelle opere dei quali, il tema dominante richiama quello proposto dalla Lumini. Il nulla esistenziale, la perdita di identità, la frantumazione, il senso di smarrimento e soprattutto la solitudine cosmica che affliggono l’uomo contemporaneo.
L’autrice tuttavia, pur partendo dalle stesse tematiche, riesce a suggerire una nuova prospettiva che si può individuare nella condizione salvifica dell’uomo quando incontra la fede. L’affioramento del dramma psichico-esistenziale non rimane sospeso nell’assurdo, né tantomeno va a sfilacciarsi senza soluzione nell’invischiamento irrazionale. Qui c’è un ancoraggio, la riemersione di un punto d’appoggio intorno a cui cessa la fuga e tutto prende a ritrovare radicamento e connessione.
Il grido d’aiuto che si leva fa sì che il dono della vita venga accolto. Solo allora la misericordia divina produce quel cedimento che scioglie il cuore e riconduce l’uomo verso la riconciliazione universale: Adesso che il ricordo è riemerso perdono grido al cielo che tutto vede e sa!
Caino riconciliandosi con la vita si ricollega con la propria storia umana, cancellandone la frattura e recuperando la memoria di tutto quello che è stato. È in questa riconciliazione che l’odio cede all’amore e che anche la morte viene sconfitta.
Qui c’è un’intuizione che permette la svolta imprevista.
La morte di Abele non ne annienta l’anima, cosicché Abele continuamente risorge nell’uomo esprimendone la scintilla luminosa: Sono morto perché sono in Abele. Ma sono vivo perché Abele è vivo.

Dal punto di vista spirituale il riferimento più affine a questo lavoro, è con Giovanni Testori. Attraverso il suo lacerante percorso di uomo e drammaturgo, Testori, approda ai temi forti della fede sviluppandone i tratti più marcati della lotta interiore che riesce a dare un senso salvifico al dolore. Ugualmente in questo dramma e nei suoi luminosi risvolti, possiamo intravedere, al di là del travaglio, la testimonianza di un percorso interiore vissuto, capace di comunicare con l’uomo di oggi e di gettare un autentico seme di speranza.

PAOLO COCCHERI

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