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Introduzione
Il presente lavoro è frutto di una disintossicazione. Per circa trent’anni l’autore, attraverso letture di libri, ascolto di interviste, frequentazioni sporadiche di atenei, si è sentito ripetere fino alla nausea (chi lo esprimeva era molto spesso in buona fede o, se si vuole, sotto una “falsa coscienza necessaria”), che l’attuale scenario economico, politico, sociale era inevitabile, immodificabile, in sostanza, esso rappresentava il destino dell’uomo contemporaneo e di quello futuro. In sintesi, ci trovavamo inseriti in una “gabbia d’acciaio” o in un “apparato”, talmente stringente e oppressivo, dal quale era letteralmente impossibile ogni fuga. Arrendersi, dunque. Ogni tentativo di modificazione del reale posto in essere da parte di singoli individui o da comunità (così ci veniva spiegato), viene automaticamente metabolizzato e mercificato dalla struttura economica globalizzata, al pari di ogni altra attività umana; la struttura di potere è così frammentata da rendere la realtà una “iper-realtà”, costituita da frammenti di verità relative, rendendo in questo modo il cambiamento sistemico definitivamente tramontato e obliato nelle vecchie ideologie utopistiche del passato.
Poi, a distanza di qualche decennio da questo “lavaggio del cervello”, una domanda: quali sono queste “ideologie utopistiche del passato” e perché nelle università, in televisione, sui giornali, nel dibattito politico, non se ne fa quasi più alcun cenno, come si trattasse di pensieri infetti e portatori di irreparabili sciagure? Nei manuali di storia della filosofia dei licei o delle università, autori come Fichte, Hegel, Marx, Gramsci, Gentile, vengono sì proposti in tutta la loro portata teorica, dipinti come pensatori epocali ed imprescindibili, evitando però accuratamente di trattare il fulcro della loro indagine, ovvero che il pensiero della prassi, del fare soggettivo, può cambiare il reale, può dare altre possibilità di vita all’umanità. Proprio questo è il discorso che oggi non si vuole sentire, che l’ideologia del “non ci sono alternative”, dottrina che ha occupato militarmente università, giornali, televisioni, case editrici, partiti politici e sindacati, evita come la peste bubbonica; una situazione che ha permesso il mantenimento della posizione di privilegio ai propagatori dell’immobilismo sociale, in un clima di depressione generalizzata del clero intellettuale, assurto a vigliacco annientatore di futuro per le giovani generazioni.
Il testo che vi accingete a leggere non vuole essere altro che una ripresa e, allo stesso tempo, una difesa, di un pensiero oggi sotto attacco, vilipeso, obliato e oltraggiato oltre ogni limite, una speculazione che torni ad essere Filosofia e non solo “certezza scientifica” o immobilismo postmoderno, con la pretesa che il mondo può ancora essere cambiato e non abbandonato ad un destino cinico e schifoso come quello che viene imposto all’umanità.
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