|
|
I “pensieri inquieti” presenti in questo breve saggio, intendono richiamare l’attenzione del lettore sul fatto che il nostro tempo storico è ancora criticabile concettualmente, che il capitalismo assolutizzato che si autocelebra nel capitalspettacolo televisivo e nell’ipnosi collettiva di internet, non è immodificabile, non è eterno e, soprattutto, non è Dio. Esso è una creazione umana, contraddittoria, instabile, coercitiva e violenta contro l’uomo stesso. Il capitalismo, al pari del monoteismo religioso, non tollera critiche, intralci e derive nel suo propagarsi globale ma, anche se occultato dal pensiero unico che rende tabù ogni riflessione alternativa, ad un certo punto, dovrà fare i conti ancora una volta col suo creatore, ovvero quell’umanità (intesa come totalità autocosciente della storia), con la quale è indissolubilmente legato e che non potrà sopportare ancora a lungo questa progressiva nullificazione posta in essere dalla forma merce. Il capitalismo non potrà sopravvivere senza l’uomo che lo ha generato; la speranza contenuta in questo saggio è che l’uomo può riacquistare consapevolezza che egli può vivere benissimo senza capitalismo e che tutto ciò possa realizzarsi in tempi non troppo distanti da quelli odierni. In alternativa, non sarà “il capitalismo ad avere i secoli contati”, ma sarà l’uomo a non aver più conto di se stesso.
|