Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 011

Margherita Guidacci

La voce dell’acqua. Quaderno di traduzioni [autori tradotti: William Blake, Hilda Doolitle, Thomas S. Eliot, Gabriela Mistral, Richard Eberhart, Robert Frost, Archibald MacLeish, Ezra Pound, Tu Fu, Mao Tse-tung, Federico García Lorca, Vicente Aleixandre, Jorge Guillén, Cristopher Smart, Marie Under, Kathleen Raine, Henrik Visnapuu, Francis Thompson, Czeslaw Milosz, Elizabeth Bishop, John Keats], a cura di Giancarlo Battaglia e Ilaria Rabatti.

ISBN 88-87296-42-1, 2202, pp. 152, formato 120x180 mm., Euro 10,00 – Collana “Filo di perle”. In copertina: Gustav Klimt, Fanciulle con oleandro (1890-1891).

In copertina: Una rifugiata palestinese separata – con il filo spinato – dalla sua casa dalla “Linea Verde”, la linea armistiziale definita dopo la guerra arabo-israeliana del 1948. Oggi si costruisce IL MURO

indice - presentazione - autore - sintesi

10,00

Dell’aria e dell’acqua

 

Un segno d’acqua in noi è rimasto

e niente lo cancella:

improvviso fluire che dal mondo ci estrania.

 M. Guidacci

 

Dans la poésie aussi il fallait s’orienter sur des veines souterraines et les porter à la lumière [...] la poésie comme l’eau existait indépendamment de moi: je ne servais qu’à la découvrir.

M. Guidacci

 

 

Le poesie qui raccolte, poesie tradotte, sono sentieri percorsi seguendo, da profondità celate, la voce sorgiva dell’acqua. Traduzione e poesia sono infatti, nell’opera di Margherita Guidacci, poetessa-rabdomante,1 due esperienze connesse e rispondenti di uno stesso destino-vocazione. Alla traduzione letteraria, e, in particolar modo, alla traduzione di poesia, a cui si è dedicata con fedeltà assoluta per tutto l’arco della sua vita, la Guidacci ha sempre riconosciuto un altissimo senso di dignità estetica, ritenendo, soprattutto quest’ultima, parte integrante del processo creativo della poesia: «Tradurre è ed è sempre stato per me un’esperienza molto importante. Un’esperienza che sento, in qualche modo, affine a quella creativa. Non si tratta, infatti, di travasare da una lingua all’altra, ma di far rivivere nella lingua d’arrivo ciò che era vivo e produceva effetti vitali nella lingua di partenza: arrivare, insomma, all’anima di una poesia e offrirle una nuova incarnazione».2

Considerando complessivamente la sua attività di traduttrice – attività che ha svolto un ruolo formativo assolutamente insostituibile, arricchendo la sua ispirazione di spunti e richiami – ciò che colpisce, fin dall’inizio, è la vastità e l’accogliente spirito universalista dei suoi interessi di traduttrice. La sua ardente passione e la sua acuta lucidità intellettuale, se l’hanno portata ad attraversare esperienze letterarie e poetiche tanto diverse tra loro (da Pound a Twain, dalla Dickinson alla Bishop, da Donne a Guillén, per citare solo qualche nome),3 certo non l’hanno indotta a cedere ad un facile eclettismo poetico. La poesia, che è sempre traduzione, si rivela infatti in Margherita Guidacci con la forza di una necessità essenziale, assoluta, come il modo per dirigersi verso il senso profondo delle cose, verso il fondamento del reale.

Colpisce anche il numero elevato delle traduzioni realizzate dalla Guidacci, non solo di opere letterarie – dalla narrativa al teatro – tutte opportunamente confluite in volume, ma anche, e sono il maggior numero, le traduzioni di poesia, che a differenza delle prime, pubblicate occasionalmente su riviste letterarie, non furono quasi mai raccolte in antologie. Si tratta di un corpus notevolissimo per qualità e quantità, che senza soluzione di continuità  ed alcuni momenti di maggiore concentrazione (ad esempio il decennio 1958-1968, in cui, impegnata ad affrontare una grave crisi psicofisica, e ritiratesi le acque feconde della poesia, la traduzione rappresentò la sola fonte con cui preservare l’anima da un totale inaridimento) copre l’intero arco cronologico della sua attività creativa. Ad esso, senza alcuna accademica pretesa di completezza, ci siamo rivolti per realizzare questo libro che, illuminando da un diverso angolo prospettico la sensibilità di una poetessa il cui contributo alla letteratura italiana del Novecento è stato così generosamente prezioso – e, purtroppo, ancora oggi poco conosciuto – vuole essere un segno d’amore: raccogliere e ascoltare la sua voce per sentirla vibrare ancora nelle voci di altre anime, di «spiriti coeterni».

La spinta a tradurre, in lei nasce dall’amore e corrisponde sempre ad un duplice orizzonte d’attesa: conoscitivo e comunicativo. Non le interessa solo arricchire il proprio mondo, ma anche, coinvolgendoli giosamente, fare dono agli altri delle proprie esperienze intellettuali. In questo senso – profondamente etico – la Guidacci si assume il rischio e la fatica di tradurre testi poetici a cui nessuna traduzione potrà mai completamente rendere giustizia (come lei stessa dice a proposito delle traduzioni cosiddette “anomale” dall’estone o dal polacco): creare una possibilità in più di conoscenza e di comunicazione tra gli uomini. Ed è per questo che non ha mai tradotto sur commande o per finalità meramente economiche, ma con una disarmante determinazione, che ha la forza di un radicato convincimento interiore, ha sempre seguito il principio di tradurre solo ciò con cui sentiva di poter consonare, e che la voleva come traduttrice. L’eccellenza delle traduzioni guidacciane – basti pensare all’esempio più clamoroso delle poesie della Dickinson, della quale, per scelta, in queste pagine non è inclusa alcuna poesia, non solo perché ampiamente pubblicate, ma soprattutto per segnalare che lo spessore interpretativo della traduttrice non si è certo esaurito in quell’unica esperienza – si basa su questa essenziale  “teoria del consenso” da parte dei testi poetici e letterari a lasciarsi tradurre.

Quando ciò accade, quando il testo ha dato il suo preliminare consenso alla traduzione, con profonda umiltà la Guidacci si dispone all’ascolto ed all’incontro: la sua anima incontra l’anima degli autori tradotti, aderendo con intima partecipazione alle loro problematiche ed ai loro moti interiori. In questo immedesimarsi trova infatti qualcosa di suo, può manifestare ulteriormente se stessa, ampliare la sua opera. Ciò che ha tradotto fa ormai parte del suo mondo, «si materia di tutta la sua esperienza artistica e vitale, diventa fiore della sua parola, del suo respiro profondo».4 Queste traduzioni sono dunque preziose perché prolungano l’eco della sua voce.

Margherita Guidacci, a cui non sfugge la natura dilemmatica, direi “spinosa” del tradurre5 – operazione tendente a negare se stessa ove la si intenda solo come il tentativo di trasferire un testo in una lingua diversa e non già «rivivere profondamente», da parte del traduttore, l’atto creativo che ha ispirato l’originale – “concepisce” la traduzione non in termini di resa letterale, ma di  rinnovata creazione. Non crede ad una fedeltà da computeristi, che in nome dell’esattezza formale e della «sovrapponibilità» (cioè, stessi significati nello stesso ordine), tradisca il senso ed accechi la musica: opta sempre per una libertà creativa ed ermeneutica del poeta-traduttore, purché essa ci avvicini al cuore del testo: «Una fedeltà che si eserciti solo sul significato letterale di ogni parola e sull’ordine in cui le parole si succedono, non solo non può chiamarsi autentica fedeltà, ma porta spesso (specie nel caso della poesia) a risultati di un’infedeltà addirittura perversa. Chi se ne fa una bandiera non considera infatti che oltre al senso assegnato dal vocabolario le parole possiedono anche un suono e un ritmo e che questi due elementi, altrettanto importanti del primo, sono assolutamente intraducibili».6

Non ho conosciuto Margherita Guidacci. Nel 1992, anno in cui è morta, io ero appena all’inizio dei miei studi universitari. Non l’ho conosciuta, ma «l’ho incontrata» attraverso la sua voce, nella sua voce poetica, ed è stato un «incontro d’anima». Vicino alla sua tomba, insieme agli amici croati di Margherita, un giorno ho scelto di leggere la poesia Amore viene attraverso l’aria.7 I suoi versi mi hanno aperta all’emozione delle lacrime e hanno tradotto la loro realtà poetica nella realtà del mio sentire. In quegli istanti sottratti per sempre al tempo ho davvero ricevuto da Margherita il dono prezioso della sua poesia incarnata. Ho ricevuto il dono della sua esperienza, che oggi mi accompagna nell’ascoltare la voce dell’acqua che trapassa nell’aria e diventa amore per la vita.

 

Ilaria Rabatti

 

1 Sul dono rabdomantico di M. Guidacci si veda l’emozionante rievocazione fatta dall’autrice stessa nell’articolo Memorie di rabdomante in M. Guidacci, Prose e interviste, Pistoia, CRT, 1999, p. 28.

2 M. Guidacci, Bella e infedele o brutta e fedele?, in Prose e interviste, cit., p. 144.

3 Per l’elenco completo degli autori tradotti da M. Guidacci, rimando alla bibliografia contenuta nel volume, curato da M. Del Serra, Margherita Guidacci, Le poesie, Firenze, Le Lettere, 1999, pp. 534-538.

4 S. Solmi, Del tradurre i versi, in Poeti stranieri del Novecento, Milano, Scheiwiller, 1956, p. 5.

5 Riprendendo un’immagine guidacciana, «eterne spine le traduzioni, ma anche eterne rose» (M. Guidacci, Poeti estoni, Roma, Abete, 1973, p. 10).

6 M. Guidacci, Sulla traduzione, a cura di Aldemaro Toni, “Erba d’Arno”, n. 7, 1984.

7 M. Guidacci, Amore viene attraverso l’aria, in Slavenski Notes - Taccuino Slavo, a cura di Tvrtko Klaric, Zagreb, Sipar 1999, p. 52.

 

 

 

Bibliografia minima

 

W. Blake, Mattina di pace, Innocenza, Segreto d’amore, in “Rassegna”, a. I, n. 2, maggio 1945, pp. 40-41.

 

H. Doolitle, Lete, in “Rassegna”, a. I, n. 4, agosto 1945, p. 34.

 

T. S. Eliot, Morte degli elementi, in “Rassegna”, a. II, n. 8, gennaio 1946, p. 35.

 

G. Mistral, La straniera in “Lettere ed Arti”, a. II, n. 3, marzo 1946, p. 47. La terra, La rosa, in “Rassegna”, a. II, n. 10, marzo 1946, pp. 29-31.

 

R. Eberhart, La furia del bombardamento aereo, in “Prospetti”, n. 4, estate 1953, p. 49.

 

R. Frost, Una capanna nella radura, in “Prospetti”, n. 4, estate 1953, pp. 53-55; Albero alla finestra in Poeti stranieri del ’900 tradotti da poeti italiani, Milano, Scheiwiller, 1956, p. 107.

 

A. MacLeish, ...& 42ª strada, Musica e tamburi, in “Propetti”, n. 9, autunno 1954, pp. 18-27. Poi in volume: New York, con 25 tavole di O. Tamburi, Milano, Scheiwiller, 1958.

 

E. Pound, L’albero, Inverno, Prometeo, in “Stagione”, a. II, n. 7, 1955, p. 4. Poi in volume: A lume spento (1908-1952), Milano, Scheiwiller, 1958.

 

Tu Fu, La ballata dei carri di guerra, Pensieri notturni sulla pace e sulla guerra, in La Cina d’oggi, supplemento straordinario a “Il Ponte”, a. XII, n. 4, aprile 1956, pp. 552-558.

 

Mao Tse-tung, Verso la fine della lunga marcia, Ultima neve, in La Cina d’oggi, cit., pp. 559-560.

 

F. G. Lorca, Elegia, in “Stagione”, a. IV, n. 16, 1958, pp. 3-5. San Michele Arcangelo, Rissa di giovani, in J. Guillén, Federico in persona, Milano, Scheiwiller, 1960, pp. 127-131.

 

V. Aleixandre, Il Natale preferito, in Il Natale. Antologia di poeti del ’900, Milano, Scheiwiller, 1961, p. 8-11.

 

J. Guillén, La rosa, Primavera delicata, in Federico in persona, cit., pp. 113-115. Città commovente, in “Il Casanostra”, a. XCV, n. 79, gennaio 1962, p. 47.

 

C. Smart, [Frammento], in “L’Approdo Letterario”, a. XV, n. 47, luglio-settembre 1969, pp. 47-60. Poi in volume: Inno a David, Torino, Einaudi, 1975.

 

M. Under, Alba del desiderio, Lontano, in “Il Giornale dei Poeti”, nn. 11-12, 1968; Ultima luce in “Il Giornale dei Poeti”, nn. 7-10, 1969. Poi in volume: Poeti estoni, Roma, Abete, 1973.

 

K. Raine, Requiem, Notte a Martindale, in “Città di Vita”, a. XXVII, n. 6, novembre-dicembre 1972, pp. 547-552.

 

H. Visnapuu, Non uccidete l’uomo!, La chiusa, in “Città di Vita”, a. XXVIII, n. 4, luglio-agosto 1973, pp. 279-284. Anche in volume: Poeti estoni, cit.

 

F. Thompson, Il cuore, Notte in terra straniera, in “Città di Vita”, a. XXXI, n. 4, luglio-agosto 1976, pp. 227-230.

 

C. Milosz, Il pesce, in Poesie del mondo illuminato, supplemento al n. 56 di “Prospettive nel Mondo”, febbraio 1981, p. 45.

 

E. Bishop, Sogni dimenticati, in “Inventario”, n. 1, 1981, pp. 23-24. Poi in volume: L’arte di perdere, Milano, Rusconi, 1982.

 

J. Keats, Ode per un’urna greca, in “Verso”, 1982, pp. 14-18.

 

 

 

 

Profili biografici dei poeti

 

 

 

Vicente Aleixandre

Nato a Siviglia nel 1898, fece parte, assieme a Altolaguirre e Salvador Rueda, della «generazione del ’27». Trascorse la sua prima infanzia nella città di Malaga, da cui partì per Madrid, dove frequentò la facoltà di diritto. Insegnante presso l’Academia de Comercio, si ammalò gravemente negli anni Trenta per cui fu costretto a lasciare la capitale per periodi alterni. Numerosi i suoi viaggi in Francia, Svizzera e Inghilterra. Nel 1934 gli venne assegnato il “Premio Nacional de Literatura”, mentre nel 1949 entrò nella Real Academia de la Lengua. Ricevette il “Premio Nobel” per la letteratura nel 1977. È morto a Madrid nel 1984.

 

Elizabeth Bishop

È nata nel 1911 a Worcester (Massachusetts) e morta a Boston nel 1979. Ebbe un’infanzia triste, dovuta alla morte del padre ed alla malattia mentale della madre. Dopo aver studiato privatamente a casa, data la sua salute delicata, frequentò il Vassar College di New York dove entrò in contatto con letterati come Marianne Moore e Mary McCarthy. Pubblicò la sua prima raccolta di poesie North and South nel 1946. Viaggiò in Europa e in Sud America, trascorrendo quindici anni in Brasile (1951-1966) prima di fare ritorno nel Massachusetts per insegnare letteratura inglese ad Harvard.

 

William Blake

Poeta, incisore, pittore inglese, nato a Londra nel 1757 e morto in Strand (Londra) nel 1827. Figlio di un ricco fabbricante di calze, non ebbe un’educazione regolare, ma lesse molto e fin da giovane si mostrò appassionato per la poesia ed il disegno. Nel 1778 studiò disegno dal vero alla Royal Academy e dal 1779 lavorò come incisore. A venticinque anni sposò Caterina Boucher ed iniziò a frequentare la casa della signora Mathew, dove soleva recitare e perfino cantare le sue poesie su arie di sua composizione. Nel 1789 pubblicò Song of Innocence e The Book of Thel, due meravigliosi volumetti illustrati, incisi, stampati, cuciti e legati dalle mani del poeta-pittore, aiutato dalla moglie. Agli inizi dell’Ottocento, dopo una lunga crisi spirituale, approdò al cristianesimo. Dovette affrontare anni di estrema miseria, che limitarono fortemente la sua attività artistica. All’età di sessantasette anni cominciò i disegni per l’Inferno, sette dei quali riuscì ad incidere in seguito; imparò l’italiano per leggere Dante, e attese a questi disegni durante la sua malattia anche sul letto di morte.

 

Hilda Doolittle

Poetessa americana, nata a Bethlehem (Pennsylvania) nel 1886 e morta a Zurigo nel 1961. Dopo gli studi al Bryn Mawr College e l’incontro a Filadelfia con il gruppo dei primi imagisti, W.C. Williams, Marianne Moore e Ezra Pound (a cui fu per breve tempo legata), si trasferì a Londra nel 1911 dove visse per quasi tutto il resto della sua vita. Le drammatiche vicende familiari (la morte del fratello in guerra, e del padre, ucciso dal dispiacere; la separazione dal marito mentre nasceva la loro unica figlia) la portarono ad un grave esaurimento nervoso dal quale si riprese con un viaggio in Grecia e con il sostegno della scrittrice e mecenate inglese Bryher, che doveva diventare sua compagna di vita. Profondamente attratta dal mondo della Grecia classica, a cui si ispirò nelle sue prime opere, se ne staccò successivamente, maturando – in seguito al trattamento psicanalitico (cui si sottopose direttamente con Freud), ed alla drammatica esperienza dei bombardamenti di Londra, durante la seconda guerra mondiale – una sua profonda e visionaria interpretazione della realtà contemporanea.

 

Richard Eberhart

Poeta e drammaturgo americano, nato ad Austin (Minnesota) nel 1904. Compiuti gli studi a Dartmouth, a Cambridge e ad Harvard, e dopo aver intrapreso i mestieri più disparati (da mozzo di bordo a precettore del figlio del re del Siam, a vicedirettore di un’industria a Boston) si dedicò all’insegnamento universitario. A partire dal 1930, iniziò a pubblicare numerosi libri di poesia e drammi in versi. Nel 1950 ha fondato il Poet’s Theatre di Cambridge, nel Massachusetts, e nel 1972 è stato nominato presidente onorario della Poetry Society of America.

 

Thomas Stearns Eliot

Nacque a St. Louis (Missouri) nel 1888 da una famiglia di ascendenze puritane, proveniente dalla Nuova Inghilterra. Studiò ad Harvard, alla Sorbona, a Oxford e in Germania. Insegnò per un breve periodo filosofia ad Harvard, quindi si stabilì definitivamente in Inghilterra dove fu insegnante in una scuola privata, impiegato di banca e, dopo che Ezra Pound lo ebbe aiutato a pubblicare le sue prime prove poetiche (Prufrock and Other Observations, 1917), direttore della casa editrice «Faber&Faber» e del periodico letterario “The Criterion”, da lui stesso fondato. Al primo dopoguerra risale la sua opera più famosa The Waste Land (1922). Nel 1927 divenne cittadino britannico e aderì alla Chiesa anglicana, abbandonando lo scetticismo iniziale a favore di una cristiana accettazione della vita, come risulta evidente dalla succesiva produzione poetica (Ash-Wednesday, 1930; Four Quartets, 1943). Particolare rilievo assunse anche, in quegli anni, l’interesse per il teatro che si espresse in una serie di opere in versi, di grande suggestione. Nel 1948 fu insignito del “Premio Nobel”. Morì a Londra nel 1965.

 

Robert Frost

Poeta americano, nato a San Francisco (California) nel 1875 e morto a Boston nel 1963. A dieci anni, dopo la prematura morte del padre per tubercolosi, si trasferì con la madre nel Massachusetts. Cominciò gli studi universitari, prima al Dartmouth College (1892) e poi ad Harvard (1897-99), senza mai completarli. Si dedicò, invece, ai più svariati mestieri, da operaio a insegnante, da giornalista (come il padre) a contadino, scoprendo nell’amore per i lavori agricoli e per la poesia la sua vera vocazione. Dal 1900 al 1912 visse in una fattoria del New Hampshire con la moglie, Elinor White, ed i suoi quattro figli. In seguito alla morte del figlio, suicida, di una figlia e della madre, attraversò un periodo di profonda depressione, che cercò di superare trasferendosi in Inghilterra. Qui pubblicò una delle sue prime raccolte di versi A Boy’s will (1913), entrando in contatto con poeti del calibro di Ezra Pound, che fu anche uno dei primi recensori del volume. Quando, nel 1915, fece ritorno in America, la sua fama era già assicurata, e da allora si è andata sempre accentuando. Gli sono stati conferiti numerosi premi e numerosissime lauree ad honorem.

 

Federico García Lorca

Nato a Fuentevaqueros, piccolo paese andaluso, nel 1898, si trasferì con la famiglia nel 1909 a Granada, ove frequentò il liceo e l’università. Nel 1919 si stabilì a Madrid, nella famosa Residencia de Estudiantes, allora il più importante centro di cultura liberale del paese, dove conobbe Salvador Dalì, Luis Buñuel, Raphael Alberti e altri esponenti della «generazione del ’27». Nel 1923 si laureò in legge. Nel 1932 fondò insieme al compagno Eugenio Ugarte il teatro itinerante La Barraca, col proposito di riproporre al pubblico, residente nelle diverse regioni spagnole, il teatro tradizionale del Siglo de Oro. Durante la guerra civile, guardato con sospetto per il suo interesse per i problemi sociali e per il rapporto di parentela con il sindaco socialista di Granada, suo cognato, fu arrestato dalle guardie franchiste e fucilato all’alba del 19 agosto 1936.

 

Jorge Guillén

Poeta spagnolo della «generazione del ‘27», nato a Valladolid nel 1893 e morto a Málaga nel 1984. Dopo la laurea in lettere, fu lettore di spagnolo nelle università di Parigi (1918-1923) ed Oxford (1929-1931) quindi insegnò per diversi anni letteratura spagnola nelle università di Murcia e di Siviglia. Allo scoppio della guerra civile, nel 1936, si trasferì negli Stati Uniti, dove lavorò come docente al Wellesley College ed in altre università fino al suo ritorno in Spagna. Fino al 1950 Guillén fu autore di un unico libro, Càntico, costantemente rielaborato. Seguirono: Clamor, 1957; Homenaye, 1967; Y otros poemas, 1973.

 

John Keats

Nacque a Londra nel 1795 e morì a Roma nel 1821. Di umile famiglia, rimasto orfano, fu avviato dai tutori allo studio della medicina, come apprendista, presso un chirurgo. Nel 1816 si legò al circolo di letterati di Leigh Hunt e nel 1817, abbandonato il posto di assistente al Guy’s Hospital, si dedicò totalmente alla letteratura, pubblicando, senza ottenere alcun riconoscimento, la raccolta Poesie di John Keats. Un’accoglienza addirittura ostile da parte dei critici, ricevette il poemetto Endimione (1818) a cui fecero seguito molti altri poemi narrativi, ispirati all’amore per Fanny Brawne, poemi epici (La caduta di Iperione) e le Odi (1820). Gravemente minato dalla tubercolosi, il poeta s’imbarcò per l’Italia con l’amico Joseph Severn nel settembre 1820 e, stabilitosi a Roma, vi morì nel febbraio dell’anno successivo.

 

Archibald MacLeish

Poeta, drammaturgo e saggista, nato a Glencoe (Illinois) nel 1892 e morto a Boston nel 1982. Dopo gli studi giuridici a Yale e ad Harvard, combatté in Francia durante la prima guerra mondiale con il grado di capitano. Parallelamente all’attività poetica e teatrale, svolse anche un’intensa attività pubblica: responsabile della Biblioteca del Congresso (1939-1944), assistente segretario di stato (1944-1945) e rappresentante degli USA all’Unesco (1945-1946) oltre a ricoprire vari incarichi di insegnamento universitario.

 

Mao Tse-tung

Nato a Shao-shan nel 1893 da una famiglia di contadini agiati cinesi, si trasferì nel 1919 a Pechino, dove fu bibliotecario e insegnante aderendo al movimento nazionalista del “4 maggio” ed entrando poi in contatto con ambienti marxisti. Fu tra i fondatori del partito comunista cinese (1921), divenendone membro dell’esecutivo. Mentre la linea del partito privilegiava l’intervento tra la classe operaia, Mao si dedicò all’organizzazione delle masse rurali. Nel 1927, durante la repressione operata dal Kuomintang, si rifugiò nella regione dello Hunan dove organizzò le prime strutture del nuovo Stato cinese e un apparato politico-amministrativo di massa. Nel 1931 divenne presidente della Repubblica del Jiangxi e tra il 1934 e il 1935, attaccato dalle forze reazionarie, guidò una ritirata strategica divenuta famosa con il nome di “Lunga Marcia” attraverso gran parte della Cina fino a raggiungere Yan’an nello Shaanxi. In questa “migrazione” di dimensioni bibliche si consolidò il rapporto tra esercito popolare, guidato da Mao, e masse popolari cinesi. Tra il 1935 e il 1945 definì i capisaldi del suo pensiero politico pubblicando diversi saggi militari, politici, filosofici, culturali (Sulla lettratura e l’arte, 1942). Nel 1949, sconfitti i giapponesi e le forze del Kuomintang, Mao proclamò la Repubblica Popolare Cinese. Tra il 1959 e il 1964 rimase politicamente in secondo piano; ma, nel 1965, con la “rivoluzione culturale” imprime una profondissima trasformazione del paese. Muore a Pechino nel 1976.

 

Czeslaw Milosz

Poeta e prosatore polacco, nato in Lituania nel 1911. Studiò a Wilno. La sua opera riflette i problemi filosofici, politici e nazionali della Polonia contemporanea. Nel 1951 lasciò la patria per trasferirsi a Parigi e, successivamente, negli Stati Uniti, assumendo la cittadinanza americana nel 1970. Ha insegnato letteratura polacca a Berkeley prima come lettore poi come professore emerito. Nel 1980 gli è stato conferito il “Premio Nobel” per la letteratura.

 

Gabriela Mistral

Pseudonimo della poetessa cilena Lucila Godoy Alcayaga, nata a Elqui (Vicuña) nel 1889 e morta a Hempstead (New York) nel 1957. Il suo primo libro di versi fu scritto dopo il suicidio dell’amato e s’intitolò Sonetos de la muerte (1914). Ma è soprattutto con il volume di poesie Desolación (1922) che la Mistral acquistò fama internazionale. Nel 1945 le fu conferito il “Premio Nobel”. Ha rappresentato il suo paese presso la Società delle Nazioni nell’Istituto di cooperazione intellettuale, e, nominata console a vita, ha svolto attività culturale in tutto il mondo.

 

Ezra Pound

Poeta e critico americano, nato nel 1885 a Hailey (Idaho) e morto a Venezia nel 1972. Studiò all’università di Pennsylvania e allo Hamilton College (New York). Nel 1908 venne in Europa, stabilendosi prima a Venezia, dove pubblicò il suo primo volume di poesie A lume spento, successivamente a Londra, a Parigi, e dal 1924, di nuovo in Italia, a Rapallo. Attratto dal fascismo, collaborò ai programmi di Radio Roma, decidendo poi di consegnarsi, nel 1945, alle truppe americane. Dopo un periodo di dura prigionia in un campo di concentramento presso Pisa, fu portato in patria, processato, ed in seguito ad una perizia che lo dichiarava malato di mente, internato per tredici anni nell’ospedale psichiatrico St. Elizabeth di Washington. Liberato nel 1958, fece ritorno in Italia ove rimase fino alla morte.

 

Kathleen Raine

Nata a Londra nel 1908 fu naturalista e biologa, oltre che poetessa. La sua poesia, che ha rapporti con le tendenze del gruppo di poeti formatosi a Cambridge nella prima metà del secolo, è caratterizzata da un senso quasi mistico per la natura. Esordì nel 1943 col volume di versi Stone and flower. Nel 1944 si convertì al cattolicesimo.

 

Cristopher Smart

Poeta inglese nato nel 1722 nel Kent e morto a Londra nel 1771. Studiò a Cambridge, ove si distinse per il suo profitto nelle materie umanistiche e per un talento poetico che gli valse diversi premi accademici. Un dissesto economico, aggravato dalla sua tendenza all’alcol, lo costrinse ad interrompere gli studi ed a trasferirsi a Londra per cercare di mantenersi con il proprio talento letterario. Poco dopo si sposò ed il peso della famiglia complicò i suoi già gravi problemi di sussistenza. Nel 1756 ebbe un collasso nervoso e fu rinchiuso in manicomio, dove rimase per sette anni. In questo drammatico frangente affiorò la vocazione lirica di Smart. Appena uscito dal manicomio, pubblicò infatti il suo capolavoro Song to David, le parafrasi dei Salmi, il ciclo di Inni e i bellissimi frammenti di Jubilate Agno, in cui sperimenta la composizione personale di Salmi, trasferendo nella lingua inglese regole e movenze della poesia biblica. Ma nessuno dei suoi lavori gli portò in vita la fama e la tranquillità economica: a qualche anno di ritorno alla vita normale, venne nuovamente rinchiuso nella prigione per debitori, ed ivi trovò la morte a soli quarantanove anni.

 

Francis Thompson

Poeta inglese, nato nel 1859 a Preston (Lancashire) e morto nel 1907 a Londra. Di famiglia cattolica, fu inizialmente avviato alla carriera ecclesiastica, ma giudicato non idoneo dai suoi direttori spirituali per l’eccessiva timidezza, fu indirizzato dal padre allo studio della medicina. In occasione d’una malattia prese l’abitudine dell’oppio. Bocciato agli esami, interruppe gli studi e si trasferì nel 1885 a Londra, dove visse in condizioni di estrema miseria, mangiando quando poteva e dormendo dove poteva. Fu soccorso infine da Wilfrid Meynell, direttore del giornale “Merry England”, dove nel 1890 apparve The Hound of Heaven, il poemetto più famoso del Thompson. Il primo volume di versi Poems, uscì a Londra nel 1893. A questo seguirono Sister Songs (1895) e New Poems (1897). Nel 1892 si ritirò presso il convento francescano di Pantasaph, dove collaborò con padre Cuthbert alla redazione dei “Franciscan Annals”.

 

Tu Fu

Tra i più grandi poeti cinesi dell’antichità. Visse nell’ottavo secolo dopo Cristo, sotto la dinastia Tang, nel periodo di guerre civili e di tragico disordine che si aprì con la ribellione di An Lu-shan. Soldato, prigioniero, profugo, perseguitato dalla miniera e dalla fame, egli conobbe per esperienza personale le sofferenze del popolo cinese in quegli anni terribili, e se ne fece accorato interprete in poesie che, nell’aperta denunzia dei mali della guerra e nel desiderio di pace, sono di un’attualità impressionante.

 

Marie Under

Poetessa estone, nata nel 1883. Fece parte del gruppo letterario Siriu (1917-1920), caratterizzato da un forte individualismo e da ricerche estetiche d’avanguardia, insieme con Visnapuu ed Adson che sposò nel 1924. Il suo primo volume, Sonetti (1917), la pose subito in primissimo piano nella vita letteraria del paese. Molti la ritengono la più grande poetessa estone. Ha scritto saggi critici ed ha tradotto poesie dal francese, dal tedesco e dal russo. Dal 1944 ha vissuto esule a Stoccolma.

 

Enrik Visnapuu

Poeta estone nato nel 1889 e morto nel 1951. Accanto a Marie Under è la figura più saliente del gruppo Siriu. Impulsivo e portato agli esperimenti, scrisse molto: diciassette volumi di poesie (tra il 1917 e il 1950), due poemi lunghi, tre lavori teatrali, saggi critici e memorie. Ebbe grandi capacità di editore e di organizzatore della vita letteraria: fu direttore della rivista letteraria “Varamu” dal 1937 al 1940.

 

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