Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 028

Paul Forman

Fisici a Weimar. La cultura di Weimar, la causalità e la teoria quantistica. A cura di Tito M. Tonietti.

ISBN 88-87296-47-2, 2002, pp. 200, formato 140x225 mm., Euro 18,00 – Collana di cultura scientifica “Mappe” [1].

In copertina: Disegno di M. Vulcanescu.

indice - presentazione - autore - sintesi

18,00

Introduzione di Paul Forman

 

«È interessante  notare come anche la fisica, una disciplina che dipende in modo rigoroso dai risultati sperimentali, sia condotta su strade che corrono perfettamente parallele a quelle su cui si svolgono i movimenti intellettuali di altri campi della vita moderna».

Gustav  Mie,

nella sua prolusione come Professore di Fisica,

all’Università di Friburgo i.B., il 26 gennaio 1925.

 

Nella parte forse più originale e stimolante del suo libro The Conceptual Development of Quantum Mechanics, Max Jammer sostiene che «certe idee filosofiche della fine del secolo diciannovesimo non solo prepararono l’atmosfera culturale adatta per la formazione dei nuovi concetti della teoria quantistica moderna, ma contribuirono ad essa in modo decisivo»;1 in particolare «il contingentismo, l’esistenzialismo, il pragmatismo, e l’empirismo logico, nacquero come reazione al razionalismo tradizionale ed alla metafisica convenzionale [...]. L’affermazione da parte di queste correnti filosofiche di una concezione concreta della vita ed il loro rifiuto dell’intellettualismo astratto, culminarono nella dottrina del libero arbitrio [free will; n.d.c.], e nel rifiuto del determinismo meccanico o della causalità metafisica. Unite nel negare validità alla causalità, anche se per ragioni diverse, queste correnti di pensiero prepararono, per così dire, il retroterra filosofico della meccanica quantistica moderna. Esse contribuirono con stimoli e suggerimenti allo stadio formativo del nuovo schema concettuale ed in seguito ne favorirono l’accettazione».2

Queste sono affermazioni di vasta portata. Se analizzate con proprietà, penso anche che siano essenzialmente corrette. Ma bisogna dire che Jammer non è arrivato molto lontano nel dimostrarle. Egli infatti ha mostrato l’esistenza di tendenze ostili alla causalità fra un numero di filosofi francesi, danesi ed americani della fine del secolo XIX. Ma non è riuscito a fornire alcun esempio il quale colmasse la lacuna di un quarto di secolo e la diversità delle tradizioni culturali nelle filosofia e nella fisica che separano le speculazioni di quei filosofi dallo sviluppo della meccanica quantistica: essa si verificò attorno al 1925, nel Centro Europa, ad opera dei fisici di lingua tedesca. Non è mio scopo riempire questi vuoti, ma piuttosto esaminare attentamente come si presenta la situazione su ambedue i corni della questione. Il risultato di tale esame è da un lato l’accumulazione di prove schiaccianti del fatto che, negli anni posteriori alla fine della prima guerra mondiale, ma anteriori allo sviluppo di una meccanica quantistica a-causale, sotto l’influenza di certe “correnti di pensiero”, un gran numero di fisici tedeschi, per motivi solo incidentalmente collegati allo sviluppo delle loro rispettive discipline, avevano preso le distanze dal principio di causalità in fisica, o lo avevano esplicitamente sconfessato.

Pertanto la più importante delle tesi di Jammer – secondo cui furono delle influenze esterne a far sperare ardentemente i fisici in una meccanica quantistica a-causale, a ricercarla attivamente e ad accettarla di buon grado – viene dimostrata in questo scritto per quel che riguarda l’ambito culturale tedesco, e solo per esso. Questa precisazione culturale è essenziale; essa forma la base del mio tentativo di fornire, d’altra parte, una risposta alla seguente domanda – che nella sua forma generale è cruciale per tutta la storia del pensiero: come e perché queste “correnti di pensiero”, che evidentemente avevano avuto un’influenza di portata limitatissima sui fisici a cavallo dei due secoli, giunsero ad esercitare un’influenza così forte sui fisici tedeschi dopo il 1918? Perché mi sembra che lo storico non possa accontentarsi di espressioni vaghe ed equivoche quali «prepararono l’atmosfera culturale per», oppure «prepararono per così dire l’ambiente filosofico per», ma debba insistere su un’analisi di natura causale mostrando le circostanze durante le quali, e le interazioni mediante le quali, gli uomini di scienza vengono trascinati da correnti intellettuali.

Tale analisi può essere o di natura “psicologica” o di natura “sociologica”. Nel primo caso cioè, si prende in esame la formazione mentale dei singoli scienziati in esame, mettendo in evidenza il loro ambiente intellettuale e le loro esperienze condizionanti, in quanto determinano gli atteggiamenti presenti. Nel secondo caso invece si possono ignorare questi fattori, e di conseguenza trattare la condizione mentale presente come una risposta, socialmente determinata, all’ambiente intellettuale ed alle esperienze contemporanee immediate. Ho scelto questo secondo tipo di analisi ed ho cercato un modello nel quale certe “variabili di campo” e le loro derivate in un dato posto e ad un dato tempo vengano considerate l’origine degli atteggiamenti corrispondenti. Sebbene possa sembrare grossolano evidenziare le pressioni di natura sociale ed ignorare i fattori emotivi, sebbene possa sembrare insoddisfacente fermarci nei nostri tentativi di spiegazione ad un livello che non tenga conto delle decisioni di tipo individuale, ritengo ciononostante che la linea di approccio “sociologica” sia di tipo più generale e dia risultati migliori.

La nostra analisi dovrà allora incominciare con una caratterizzazione del milieu intellettuale nel quale i fisici tedeschi stavano lavorando ed in cui si sviluppò la meccanica quantistica. Questo costituisce un problema formidabile, soprattutto per via delle difficoltà di ordine metodologico. E questo compito è particolarmente ostico specialmente per lo storico della scienza, perché lo obbliga a considerare anche le “espressioni” di non scienziati, insieme a quelle di scienziati, costringendolo in questo modo all’abbandono di quel criterio di demarcazione mediante il quale egli tenta di identificare e delimitare la sua materia. Ciononostante, con l’aiuto e la guida forniti da ricerche precedenti compiuti da studiosi della storia del pensiero in generale, e soprattutto dal lavoro di Fritz K. Ringer, ho affrontato questo problema nel primo capitolo. In essa ho mostrato come, nel periodo posteriore alla sconfitta subíta dalla Germania, la tendenza intellettuale dominante nel mondo accademico di Weimar fosse una “filosofia della vita” di natura neo-romantica ed esistenzialistica, che si compiaceva delle crisi ed era caratterizzata da un forte antagonismo verso la razionalità analitica in generale e verso le scienze esatte e le loro applicazioni tecniche in particolare. In modo implicito od esplicito lo scienziato veniva ad essere il capro espiatorio delle esortazioni incessanti al rinnovamento spirituale, mentre il concetto di – o solamente la parola – “causalità” veniva a simboleggiare tutto ciò che vi era di odioso nell’impresa scientifica.

 Ora, se l’interesse dello storico della scienza si rivolge esclusivamente alle conquiste scientifiche sostanziali, cosa che succede spesso anche oggigiorno, egli sarà immediatamente colpito dall’esistenza di uno straordinario paradosso: in un luogo ed in un periodo di tempo che videro il manifestarsi di un’ostilità profonda nei confronti della fisica e della matematica, si ebbe uno sviluppo fra i più creativi dell’intera storia di queste due discipline. Di fronte a questo paradosso molti di noi sarebbero tentati di fregarsi le mani in segno di soddisfazione, considerandolo come un’ottima confutazione dei tentativi di impugnare la tesi dell’autonomia di queste scienze ed una riprova ben accetta della sufficienza di una loro storia intellettualistico-internalista. Ma tale conclusione sarebbe troppo affrettata. Perché, se si dà per scontata l’ostilità dell’ambiente intellettuale, la questione cruciale diventa allora la natura della reazione manifestata dagli studiosi delle scienze esatte a questa circostanza. Io stesso avevo in precedenza pensato che, di fronte a correnti anti-scientifiche, la reazione predominante all’interno di queste scienze altamente professionalizzate sarebbe stata di natura difensiva: un ritirarsi all’interno della scienza e della comunità dei ricercatori, una riaffermazione dell’ideologia tradizionale della disciplina, e cioè dei suoi valori, della funzione, delle individuazioni, degli scopi e del futuro dell’attività scientifica.3 Se ciò fosse vero, allora, a maggior ragione, qualsiasi tentativo di attribuire un’influenza diretta e determinante dello stesso ambiente intellettuale sul discorso scientifico e sulle inclinazioni degli scienziati stessi sarebbe privo di credibilità.

Eppure lo storico, che presti anche l’attenzione più distratta tanto alle valutazioni delle scienze fisiche fatte nella società americana contemporanea quanto alle tendenze ideologiche presenti in queste scienze, potrebbe difficilmente sostenere che la reazione predominante ad un ambiente intellettuale ostile sia il trincerarsi in difesa. Al contrario, mentre il risentimento e l’ostilità verso l’iniziativa scientifica sono diventati preminenti in questi ultimi anni – accompagnati anche da un revival della Lebensphilosophie esistenzialista – si è avuto anche un aumento delle espressioni di questi sentimenti e delle concessioni ad essi proprio all’interno delle stesse scienze. Ciò, a cui ci troviamo di fronte in America oggi, è proprio un accomodamento diffuso e di vasta portata dell’ideologia scientifica ad un milieu intellettuale ostile. L’illustre fisico-chimico Franklin A. Long in tempi non lontani ha affermato a questo riguardo, sia per spiegare che per appoggiare tale tendenza: «I membri della facoltà, e soprattutto gli studenti, sono sensibili ai problemi di ordine sociale, sono desiderosi di lavorare alla loro soluzione, e sono spesso disposti a cambiare il loro modo di vita precedente, per poterlo fare. Le pressioni determinate dall’orientamento della disciplina e le singole tradizioni culturali sono forti fra i membri della facoltà, ma non forti abbastanza da contrastare le pressioni determinate dall’interessamento ai problemi d’ordine sociale». E in tutta questa “sensibilità” esiste una sincerità straordinaria, un’assenza, che colpisce, di un qualsiasi tipo di operazione pubblicitaria cinica e calcolata, la qual cosa testimonia della partecipazione sorprendente dei fisici stessi a questi sentimenti fondamentalmente, e spesso manifestamente, antiscientifici.4

Ma la nostra esperienza del giorno d’oggi non ci porta solo ad aspettarci un accomodamento di natura ideologica da parte dei fisici e dei matematici di Weimar; essa ci propone anche un semplice modello delle circostanze in cui è probabile che tale tipo di accomodamento avvenga. Possiamo supporre che, quando gli scienziati e le loro iniziative scientifiche godono di un alto prestigio nell’ambiente sociale ad essi più vicino (o per essi più importante), essi sono anche relativamente liberi dal dover prestare attenzione alle dottrine specifiche, alle simpatie ed alle antipatie che costituiscono il mileu intellettuale corrispondente. Quando hanno assicurata l’approvazione della società, essi sono liberi da qualsiasi tipo di pressione esterna, e liberi di seguire le pressioni interne determinate dalla disciplina – la qual cosa di solito significa il mantenimento dell’ideologia e delle predisposizioni concettuali tradizionali. Quando invece gli scienziati e le loro iniziative stanno sperimentando una perdita di prestigio, essi sono spinti a prendere delle contromisure per combattere questo declino. Seguendo il metodo di Karl Hufbauer, che consiste nella fattorizzazione del prestigio in immagine e valori, si può vedere come queste contromisure saranno in generale tentativi di alterare l’immagine pubblica della scienza in modo da riportare questa immagine in accordo con i valori mutati del pubblico. Ma se questo non è solo un calcolo pubblicitario, allora tali mutamenti nell’immagine dello scienziato e della sua attività porteranno anche a mutamenti nei valori e nell’ideologia della scienza, e possono persino avere un’influenza sui fondamenti dottrinali della disciplina – come Theodore Brown ha mostrato essere stato il caso dell’Ordine dei Medici, sottoposto ad attacchi da tutte le parti alla fine del secolo diciassettesimo.5

Nel secondo e nel terzo capitolo ho applicato questo modello agli studiosi delle scienze esatte di lingua tedesca, che operarono negli ambienti accademici nel periodo della Repubblica di Weimar. Tenendo conto del mutamento radicale nella scala dei valori che ebbe luogo nel periodo posteriore alla sconfitta della Germania, nella parte II ho analizzato la reazione di questi uomini di scienza al livello dell’ideologia. Ho cercato le documentazioni riguardanti questa reazione principalmente nei discorsi pubblici rivolti dagli studiosi delle scienze esatte ad un pubblico non specialistico ma a livello accademico, e specialmente nei discorsi rivolti ai loro corpi universitari. Lo storico può dirsi fortunato che le istituzioni della vita accademica tedesca fornissero occasioni frequenti per tali discorsi rivolti ad un pubblico universitario; ed è doppiamente fortunato se si pensa che di solito tali Reden venivano pubblicati. Viceversa, l’esistenza di queste istituzioni costituisce sia un indice che uno strumento delle pressioni sociali straordinariamente forti che l’ambiente accademico tedesco poteva esercitare, e realmente esercitava, nei confronti dei suoi studiosi o dei suoi scienziati. Come mostro nel capitolo secondo esisteva di fatto fra i fisici ed i matematici tedeschi una tendenza molto forte a rimodellare la loro ideologia per farla corrispondere ai valori ed agli umori di quell’ambiente – il che implicava sconfessare le concezioni positivistiche nella natura della scienza, le giustificazioni di natura utilitaristica nella ricerca scientifica, e in qualche caso la stessa possibilità e valore della iniziativa scientifica.

La domanda che si pone ora è la seguente: questa tendenza all’accomodamento, che era predominante nella risposta data da questa comunità scientifica altamente professionalizzata al proprio ambiente intellettuale ostile, si fermava al livello dell’ideologia, o si estendeva al di là di esso per arrivare a toccare il contenuto dottrinale sostanziale della scienza stessa? E in specifico, esistono indicazioni sul fatto che i fisici e matematici tedeschi si adoprassero ansiosamente e con tutte le loro forze per alterare il carattere delle loro discipline, intese come attività conoscitive, e per alterare i concetti specifici usati da queste, onde portare le loro scienze ad adeguarsi ai valori del milieu intellettuale nella Repubblica di Weimar? Ho un forte sospetto che il movimento intuizionista in matematica, che si procurò tanti aderenti e creò tanto entusiasmo in Germania in questo periodo, sia stato soprattutto un’espressione proprio di tali inclinazioni e di tali obbiettivi. Sono convinto che il movimento, il quale sorse così improvvisamente e fiorì in modo così lussureggiante in Germania dopo il 1918 allo scopo di eliminare la causalità nella fisica, sia stato soprattutto il risultato di un tentativo fatto dai fisici tedeschi di adattare il contenuto della loro scienza ai valori del loro ambiente intellettuale. Nel terzo capitolo ho tentato di dimostrare questa mia convinzione.

La spiegazione della creatività che si ebbe in Germania in questo periodo deve quindi essere ricercata almeno in parte proprio nell’ostilità mostrata dal milieu intellettuale di Weimar. La disponibilità mostrata dai fisici tedeschi, la loro ansia si potrebbe quasi dire, a ricostruire le fondamenta della loro scienza deve essere vista pertanto come una forma di reazione al loro prestigio negativo. Inoltre, la natura di quella ricostruzione stessa fu virtualmente dettata dall’ambiente intellettuale generale: se il fisico voleva migliorare la propria immagine pubblica egli doveva soprattutto ed in primo luogo ripudiare la causalità, il determinismo rigoroso, la caratteristica più odiata universalmente della raffigurazione fisica del mondo. Ed accadde, naturalmente, che questo fosse proprio il requisito necessario per la soluzione di quei problemi di fisica atomica che erano allora al centro dell’interesse dei fisici.

 

Paul Forman

 

1 M. Jammer, The Conceptual Development of Quantum Mechanics, New York, McGraw-Hill, 1966, capitolo 4.2  (“The Philosophical Background of Non-classical Interpretations”), pp. 166-167.

2 Ibid., p. 180. La ricerca di precedenti ed influenze di natura filosofica è stata centrata in passato quasi esclusivamente sul principio di complementarietà di Bohr. Tale questione, della quale non tratto direttamente in questo saggio, è stata presa in esame di nuovo recentemente da Gerald Holton, in “The Roots of Complementarity”, Daedalus, 99 (Autunno del 1970), 1015-1055, che ha fatto una rassegna della letteratura.

3 P. Forman, The Environment and Practice of Anatomic Physics in Weimar Germany (Ph. D. dissertation, Berkeley, 1967; Ann Arbor;  University Microfilms, 1968), pp. 11-24.

4 F. A. Long, “Interdisciplinary Problem-Oriented Research in the University [editorial]”, Science, 171 (12 marzo 1971), 961. Marvin L. Goldberger, “Physics and Environment: How Physicists Can Contribute”, Physics Today (dicembre del 1970), 26-30, e la risposta scritta da John Boardman, ibid. (febbraio 1971), 9. Il nuovo stato d’animo all’interno della comunità scientifica, e in special modo il neo-Spenglerianesimo, viene preso in esame da Bentley Glass nel suo discorso in qualità di presidente della AAAS [American Association for the Advancement of Science, n.d.c.] del 28 dicembre 1970: “Science: Endless Horizons or Golden Age?”, pubblicato su Science, 171 (l’8 gennaio 1971), 23-29.

5 K. Hufbauer, “Social Support for Chemistry in Germany During the Eighteenth Century: How and Why Did it Change?”, Historical Studies in the Physical Science, 3 (1971), pp. 205-231; T. M. Brown, “The College of Physicians and the Acceptance of Iatromechanism in England, 1665-1695”, Bullettin of the History of Medicine, 44, (1970), 12-30.

 

 

**********************

 

 

Postfazione di Tito M. Tonietti1

 

1. Contesti e persone

 

Il saggio di Paul Forman che qui traduciamo è stato pubblicato trent’anni fa, nel 1971. Esso veniva quindi concepito durante una stagione culturale, la fine degli anni Sessanta, lontana ormai da noi e diversa dall’attuale. Ciononostante lo riproponiamo perché il suo valore è rimasto grande. Grande è il peso delle scienze nelle nostre vite ed altrettanto grande dovrebbe essere la nostra preoccupazione di capirne i meccanismi. Invece è palese l’ignoranza che le circonda. La fisica e la matematica, le scienze lasciate più distanti dalle esperienze comuni, sembrano cadere dall’alto di un mondo trascendente, nascere da non si sa cosa, derivare da un nulla misterioso. Forman sostituisce al mito quel contesto storico preciso che ha prodotto i risultati scientifici più importanti del secolo XX. Il computer moderno, la genetica e l’energia nucleare sono i risultati finali di ricerche scientifiche che venivano fatte da persone le quali hanno vissuto intorno alla Guerra dei trent’anni (iniziata nel 1914 e finita nel 1945, se potessimo chiuderla così).

Allora nasceva la meccanica quantistica, la teoria fisica più importante del secolo, la quale avrebbe cambiato il modo di trattare l’energia, il modo di fare i calcoli e manipolare simboli, il modo di capire gli esseri viventi. La mettevano al mondo, cioè nelle riviste, nei libri e nei laboratorî, persone come Albert Einstein e Max Planck, come Niels Bohr e Max Born, come Wolfgang Pauli, Werner Heisenberg ed Erwin Schrödinger. Le teorie quantistiche si esprimevano soprattutto attraverso la nuova matematica ‘formalista’ proposta da David Hilbert.2 Alcuni di loro vivevano a stretto contatto con il celebre matematico a Gottinga (Born) altri (Bohr, Heisenberg, Pauli, Schrödinger) erano necessariamente passati da quella cittadina universitaria della Bassa Sassonia considerata allora il centro della ricerca mondiale relativa. I rimanenti non ne abitavano lontano a Berlino (Einstein, Planck). Tutti comunque facevano parte di quell’ambiente, situato nell’Europa centrale dove si parlava la lingua tedesca, che con la sconfitta della guerra nel 1918 aveva visto il crollo degli imperi e da esso la nascita di varie repubbliche: in Germania la Repubblica di Weimar, dal nome della città dove era stata proclamata la nuova costituzione. Essendo il contesto relativamente ristretto, Forman ha potuto raccontarcene le caratteristiche culturali ed indicarcene quelle comuni, le quali si ritrovano anche nella teoria fisica finale: una meccanica quantistica (quella detta ortodossa) che rinuncia per principio alla descrizione nello spazio e nel tempo dei fenomeni atomici coi termini classici di causa ed effetto, per limitarsi a calcolarne le probabilità.

Non sarebbe difficile mostrare, è stato fatto in parte altrove,3 come quelle caratteristiche di fondo si ritrovino ad operare poi in altri casi importanti. Non solo esse hanno guidato le nuove tecniche per estrarre energia dai nuclei atomici, ma anche la costruzione dei computer digitali e la nuova costituzione per la materia vivente basata sul DNA. In questa rapida diffusione non dobbiamo scorgere niente di strano poiché potremmo seguire le tracce delle persone fino a risalire alla loro comune origine, l’ambiente, il milieu descritto da Forman. Infatti, l’ungherese di famiglia tedesca Janos von Neumann, diventato Johannes a Gottinga con Hilbert durante gli anni Venti dove si occupava di fondare la matematica e la meccanica quantistica, si ritrova, cambiato ancora nome in John, a Princeton per collaborare con entusiasmo al progetto Manhattan e per costruire il primo computer moderno.

Il contesto sociale e politico della Repubblica di Weimar appariva particolarmente segnato da ogni genere di contrasti e conflitti, molti particolarmente gravi e tutti senza soluzioni facili. Chi soffriva la fame e chi si era arricchito con la guerra, chi sognava la rivoluzione socialista e chi si attrezzava per la rivincita militare contro il nemico straniero, chi si rifugiava nella religione e chi nel collettivismo. Persino la casta dei professori universitarî ne veniva toccata, nonostante il particolare status elevato da essi goduto. «Siamo un popolo sconvolto», sintetizzava con efficacia poetica Thomas Mann nella recensione del 19244 che stroncava Il tramonto dell’occidente di Spengler. E proseguiva osservando come tutti i problemi avessero allora principiato a mescolarsi tra di loro. Persino nelle scienze naturali si era persa ogni certezza e si discuteva molto in Germania «senza metodo né confini». Così persino i fisici ed i matematici discutevano tra di loro e con tutti. Su questo la documentazione offerta da Forman è impressionante. Si erano dimenticati i vantaggi dello stile seguito dal loro padre fondatore Isaac Newton che non voleva discutere con nessuno e preferiva dare ordini. Forse perché, dopo la sconfitta, chi avrebbe desiderato dare ordini, preferiva non farlo per paura di non venir ubbidito.

Quindi i conflitti latenti esplodevano e diventavano visibili. Uscivano dalle stanze segrete della ricerca ed apparivano in pubblico. Assumevano i toni tipici della guerra tra le nazioni e della guerra tra i partiti politici. Non si escludevano colpi, né parole. Sui fondamenti delle matematiche, le diverse posizioni assunte da David Hilbert, L.E.J. Brouwer od Hermann Weyl diventavano inconciliabili e si coloravano di termini quali «colpo di stato», «tradimento» e simili. Le diversità di concezioni nelle matematiche si trasformavano in odio personale, intorno al quale si costruivano circoli di amici “fedeli”. Essa è stata con efficacia battezzata la Grundlagenstreit, cioè la lotta, il conflitto, la lite sui fondamenti. Con sarcasmo anche Einstein, rimastovi coinvolto, la chiamava «La guerra dei topi e delle rane». Alludeva a quel poemetto dello pseudo Omero che in Italia è meglio conosciuto per la parafrasi fattane da Giacomo Leopardi.5

Talvolta, gli storici delle matematiche, della fisica, delle scienze mettono tutti questi aspetti tra parentesi, come se non fossero importanti per capire il meccanismo della ricerca scientifica. Costoro separano le biografie dai risultati scientifici, seguendo l’ipotesi implicita che i prodotti finali (teorie, teoremi, regole, leggi, calcoli, risultati, apparati sperimentali) non dipendano dalle persone e dalle procedure accettate. Invece tale indipendenza andrebbe proprio dimostrata. L’attività scientifica sarebbe l’unico campo coltivato dai bipedi implumi che manifesterebbe tale dubbia proprietà? Forman ci fa piuttosto vedere il contrario.

I fisici ed i matematici tedeschi avevano discusso intorno al principio di causalità, decidendo man mano di rinunciarvi, prima che la nuova meccanica quantistica venisse creata proprio con quella caratteristica. Questi personaggi avevano lasciato cadere il cardine della spiegazione scientifica classica, non perché obbligati da qualche difficoltà matematica o sperimentale, ma spinti da un ambiente ostile verso le proprie discipline. Fidando sulla propria superiorità tecnica (nella siderurgia, nell’elettromeccanica, nella chimica)6 e scientifica (nelle matematiche e nella fisica), gli imperi centrali avevano puntato su di una rapida e sicura vittoria nella guerra. Con la sconfitta, dopo anni di sangue, fame ed orrori, gli scienziati ne erano rimasti corresponsabili. Einstein, Planck, Schrödinger ed altri cercavano di resistere, perché non volevano che le nuove teorie sugli atomi si riducessero a calcoli statistici. Ma ohr, Heisenberg, Born, Pauli, Jordan finirono per trarre vantaggio dall’ambiente il quale favoriva la loro soluzione senza la causalità e prevalsero alla fine sugli avversari. Nella ricostruzione del cammino verso la meccanica quantistica definitiva (interpretazione di Gottinga-Copenhagen) Forman ha saputo collocare al suo posto il ponte sul passaggio più difficile. Anche se, come abbiamo spiegato altrove,7 un’altra arcata diventava necessaria per arrivare alla fine degli anni Venti, quando la maggioranza dei fisici interessati si schierò con l’interpretazione a-causale. Era il 1927, l’anno del Congresso Solvay a Bruxelles dove i due gruppi si affrontarono faccia a faccia. Il contesto stava cambiando da quello lebensphilosophisch ad un altro dominato dalla Rationalisierung.

Altri prima (come Max Jammer)8 o dopo (come Thomas Kuhn)9 si sono interessati alla storia della meccanica quantistica od a qualche suo capitolo, con alterne fortune. Ma nessuno ha saputo come Forman chiarirne le ragioni di fondo. Perché? Perché ha messo a fuoco anche gli atteggiamenti delle persone nel loro ambiente sociale e culturale senza limitarsi a descriverne i risultati nel lavoro scientifico. In questo Forman appare l’opposto di Imre Lakatos che relegava la storia reale fatta dalle persone nelle note e metteva nel testo principale soltanto una storia (razionale?) trascendente.10 La dote principale di Forman è dunque «come l’orco delle fiabe fiuta la carne umana, sa che la sua preda è là». Potrebbe infatti venir paragonato a quella scuola francese degli “Annales” (Marc Bloch con la frase precedente voleva descrivere il buon storico) che degli eventi ricostruisce la complessità generale prendendone in esame i vari aspetti economici, politici, culturali, di costume, tecnici, materiali e così via. Nel 1977 ad Edinburgo nel Congresso di storia della scienza, Mary Hesse si riferiva a Forman come all’esempio di una storia «intensive» che supera la distinzione tra cause interne ed esterne nel processo di evoluzione.

Anche se nel libro si è stampato soltanto il suo saggio più nuovo ed importante (alla fine mi chiederò perché sia andata così, quando il progetto iniziale era completo) questo storico della fisica si è occupato dei vari elementi tutti necessarî allo svolgersi dell’impresa scientifica.11 Delle teorie quantistiche, non si è limitato dunque a discutere le caratteristiche culturali e filosofiche generali, ma è entrato nel merito degli aspetti più tecnici e particolari. Ha scritto articoli sugli spettri degli atomi e sui raggi X. In quest’ultimo, rifacendo i calcoli, si è accorto addirittura di un errore, commesso dal fisico P. P. Ewald, particolarmente significativo per la ricostruzione storica della vicenda. Un’altro lavoro ha dedicato agli organismi scientifici internazionali, emanazione della Società delle nazioni, ed al dilemma per i fisici di Weimar se farne parte. In un altro articolo ancora, Forman si è posto il problema su come e quanto la ricerca venisse lì allora finanziata.

Ha dunque molti interessi e capacità, ma non ha mai dimenticato che ogni storia, anche quella delle scienze, dipende dalle persone in carne ed ossa che agiscono e scelgono le loro strade in alternativa. Dopo aver da buon storico fiutato la carne umana, dall’ambiente ha fatto emergere l’individuo, il caso singolo non riducibile al milieu, pur se in esso radicato. Forman si è dunque chiesto perché fosse stato proprio Schrödinger a sviluppare quelle idee di Louis de Broglie che lo avrebbero portato a fornire l’equazione fondamentale (chiamata ora di Schrödinger) alla meccanica ondulatoria ed alla meccanica quantistica. Tra le varie ragioni, c’era l’inclinazione del fisico viennese a sviluppare certi atteggiamenti di Albert Einstein verso una descrizione “continua” del mondo. Hermann Weyl l’aveva ripresa, coll’unire il campo gravitazionale al campo elettromagnetico nella prima teoria “unificata”, detta oggi di gauge.12 Qui ci sarebbe allora da chiedersi anche perché non fosse stato piuttosto Hermann Weyl ad inventare tutto ciò, visto che meglio degli altri ne padroneggiava gli ingredienti matematici necessari. Ma, per fortuna, non possiamo rispondere. Nella «meteorologia dinamica del clima scientifico», come la chiama Forman in Appendice, resta impossibile prevedere quando e dove pioverà, proprio come succede con l’atmosfera. Ci rimane allora il piacere di raccontare storie imprevedibili e sorprendenti in parte misteriose non regolate da leggi.

 

 

2. Problemi e critiche

 

Il saggio di Forman sulla fisica di Weimar porta alla luce alcuni paradossi. Perché, nonostante l’attacco al quale la fisica accademica veniva sottoposta, continuarono ad affluire finanziamenti cospicui a quelle ricerche? Vennero addirittura create nuove istituzioni, le quali affiancarono gli istituti universitari e le antiche associazioni imperiali, per distribuire fondi stanziati in abbondanza relativa.13 I finanziamenti venivano sia da fonte governativa che da fonti industriali private. Constatiamo dunque un interesse tanto elevato per le scienze ed in particolare per la fisica atomica (anche in parti sociali diversamente allineate nelle trincee della politica) da poter pensare che qui in Germania fosse iniziato il cammino verso la Big Science. Tale modo industriale di pensare la ricerca su larga scala ed a costi elevati si sarebbe affermato soprattutto negli Stati Uniti dopo la fine della Guerra dei trent’anni. Sarebbe stato imposto dal progetto Manhattan per la bomba nucleare, tanto gradita al complesso militar-industriale.

A Weimar, dunque abbattevano con la mano destra quanto sostenevano con la sinistra? Sarebbe curioso, anche se non ci dobbiamo aspettare troppa coerenza, soprattutto in quel contesto. Forman ce lo spiega con l’idea di Macht-Ersatz, quel «surrogato di potenza» che solo era rimasto alla nazione sconfitta e prostrata, perché il prestigio scientifico e culturale non poteva venirle sottratto. Inoltre poteva essere un mezzo per portare dalla parte della democrazia repubblicana un corpo accademico largamente conservatore e nostalgico dell’impero guglielmino.

Ma a queste aggiungerei quelle altre ragioni che guardano più lontano ricordate altrove.14 Weimar non poteva venir ridotta semplicemente ad una cultura spengleriana lebensphilosophisch. Soprattutto con la ripresa economica del 1924, si irrobustiva un movimento non trascurabile verso la razionalizzazione in molti aspetti della riorganizzazione sociale e produttiva. E questa, almeno per coloro che decidevano la politica economica, doveva essere basata sullo sviluppo scientifico. Forman ricorda persino un fisico applicato, Friedrich Krüger, il quale nel 1928, dopo aver respinto giustificazioni utilitaristiche e materiali per le proprie ricerche, si riferiva tranquillamente all’«estrazione dell’energia dall’atomo come ad uno dei più grandi problemi tecnici su cui valga la pena di concentrare i maggiori sforzi». E parlava della contesa che si stava svolgendo sull’argomento tra le nazioni.15 La dobbiamo considerare una richiesta di fondi per una conoscenza pura, universale e priva di interessi economici?

Tutti sappiamo che la gara è stata poi vinta da Enrico Fermi a Chicago in piena guerra, con risultati pratici non proprio trascurabili. Lo scrittore Leonardo Sciascia ha congetturato che Ettore Majorana fosse scomparso nel 1938 perché aveva «visto la bomba atomica».16 Il fisico Edoardo Amaldi ha cercato di smentirlo negando che all’epoca qualcuno potesse mai pensare in quella direzione.17 Ma Krüger a qualcosa pensava di certo già nel 1928 e gli altri come lui cosa cercavano allora? Majorana frequentava spesso e volentieri l’ambiente dei fisici tedeschi; come Fermi che ci era passato, anche se avrebbe preferito l’Olanda.

Potrebbe sembrare strano che, con così tante critiche da fronteggiare che arrivarono quasi all’abiura, i fisici ed i matematici di Weimar potessero continuare a lavorare con profitto. Forman ha mostrato con quale meccanismo le accuse si fossero trasformate nel mutamento di alcuni principi base, ma non avessero affatto prodotto la morte delle scienze. I loro storici dovrebbero meravigliarsi di un simile effetto? Non era certo la prima volta che l’evoluzione delle scienze si nutriva di quegli elementi che (a torto) alcuni filosofi chiamerebbero “irrazionali”. Chi studiava gli spettri a righe della luce emessa dagli atomi, nel tentativo di classificarli e di calcolarne le proprietà, si era messo ad inventare quei giochi numerici che Arnold Sommerfeld chiamava «misteri numerici». Egli, nella prefazione al libro Struttura atomica e righe degli spettri, addirittura scriveva di un «organo misterioso sul quale la natura suona la musica degli spettri». Altrove parlava di «una certa inclinazione della fisica moderna verso un misticismo numerico di matrice pitagorica. Proprio i ricercatori di maggior successo nel campo dell’analisi teorica degli spettri [...] erano sostenitori accaniti di un misticismo dei numeri [...]. Se solo Keplero avesse potuto provare l’esperienza della teoria quantistica attuale! Egli avrebbe visto realizzarsi i sogni più arditi della gioventù [...]». Non era Sommerfeld il solo ad essersene accorto, perché anche Richard von Mises descriveva in termini simili il momento attraversato dalla fisica atomica. Essa gli ricordava «la questione dei vecchi alchimisti [...], le armonie dei numeri, persino i misteri numerici hanno un loro ruolo, facendoci ricordare non meno le idee dei pitagorici che quelle di alcuni cabalisti».18 Disposti altrimenti nelle righe e nelle colonne di una matrice, questi numeri sarebbero diventati con Werner Heisenberg e Max Born il cuore della meccanica delle matrici e quindi della meccanica quantistica.

Sommerfeld aveva letto e si ricordava bene lo Harmonices Mundi Libri Quinque di Johannes Kepler? Forse nella traduzione parziale e parafrasi in tedesco di Otto Brijk pubblicata nel 1918?19 Un titolo come L’armonia del mondo attirava piuttosto i musicisti. Infatti lo leggeva un compositore come Alban Berg che ne scriveva il 27 dicembre 1920 ad Arnold Schönberg.20 Eppure, nel grande volume pubblicato nel 1619 in piena maturità, Kepler aveva voluto costruire una sintesi di geometria, musica ed astronomia, riservando un intero quarto libro agli influssi degli astri sulla terra, cioè all’astrologia. Ma la fede nella musica delle sfere era stato per Kepler un estremo inutile tentativo di riprendere idee giovanili ormai sterili? L’idea di un cosmo ordinato dalla geometria e dalla musica era soltanto un oscuro pregiudizio metafisico fuorviante nella nuova epoca che Galileo Galilei apriva con le sue luminose ragioni sperimentali? Difficile crederlo, visto che nello stesso volume L’armonia del mondo è contenuta la terza legge dei pianeti, la legge chiave per la gravitazione universale.

Né in questo, né nell’altro caso sarebbe quindi proficuo usare quella consunta distinzione tra «razionalità» ed «irrazionalismo» cara a certe filosofie della scienza di origine positivista. Soprattutto non potevano essere divise in tal modo le persone. La vasta ed accurata tassonomia di Forman non potrebbe ridursi a schierare i difensori della causalità classica dalla parte della «ragione» contro l’«irrazionalismo» degli altri. Persino una singola persona potrebbe essere presa per «irrazionale» la sera e diventare «razionale» la mattina dopo, come Einstein mentre legge Spengler.21 E chi poteva venir considerato il più «irrazionale» di tutti i fisici se non un estremo difensore della causalità come Schrödinger? Solo lui ha osato insinuare che le scienze naturali dipendessero dall’ambiente.22 Ma è probabile che un simile viennese colto e raffinato preferisse leggere Friederich Nietzsche invece che la sua scimmia, come con disprezzo Thomas Mann chiamava Spengler. Dobbiamo certo liberarci della pessima Lebensphilosophie di Spengler e deplorare che a Weimar troppe persone ne fossero rimaste affascinate. Ma vivere tocca a tutti. La vita non è una cosa trascurabile neanche per i professori di fisica e di matematica o per gli storici delle scienze.

Gli storici dovrebbero resistere alla tentazione di semplificare gli avvenimenti per poterli più agevolmente incastrare nei loro schemi preconcetti. Era uno dei tanti errori commessi da Spengler che in questo appare un degno erede di Hegel, il padre di tutte le filosofie della storia. Altrove ho dovuto dedicare un intero capitolo alle innumerevoli pecche contenute ne Il tramonto dell’occidente.23 Ma anche gli storici delle scienze sembrano talvolta cercare di uscire dal labirinto dei comportamenti più stravaganti e dei risultati più sorprendenti cercando anch’essi quei barlumi di regole che i loro soggetti sono obbligati a postulare. Debbo qui sollevare una critica verso il mio amato Forman che, costretto a sconfinare un poco dal tema principale e per amore della sua tesi, commette una generalizzazione che bisogna invece discutere meglio.

Nello stesso ambiente e talvolta persino governata dalle stesse persone, ho già ricordato che si fosse svolta la Grundlagenstreit, la battaglia sui fondamenti delle matematiche. Quale rapporto esisteva tra questa e quella sulla causalità? Al proposito Forman cita la posizione di A. d’Abro: «Si potrebbe persino dire che la fisica moderna sta vivendo la stessa crisi che abbiamo discusso per la matematica: i teorici quantistici occupano la posizione degli intuizionisti, mentre Einstein e Planck quella dei formalisti». E conclude: «Penso che questa congettura di d’Abro sia fondamentalmente corretta».24 Ma a me gli accostamenti proposti sembrano dubbi. Come ho discusso altrove, sarebbe altrettanto possibile invertirli.25

Max Born ha fornito alla meccanica quantistica un’interpretazione statistica proprio attraverso la meccanica delle matrici che si ispirava al «formalismo» di Hilbert, basato soprattutto sui teoremi di esistenza per la nuova algebra.26 Forman per la sua conclusione si appoggia soprattutto su Hermann Weyl, del quale registra giustamente l’adesione all’«intuizionismo» di Brouwer insieme alle critiche rivolte verso le rigidità causali. Anche per essere stato sicuramente influenzato da Edmund Husserl, Weyl riveste una posizione centrale nell’argomentazione di Forman. Il matematico e fisico tedesco compare tra i più citati nel libro; dopo Spengler, Wien ed Einstein, lo troviamo presente in 24 pagine. Ma la posizione di Weyl sembra quantomeno ambigua, con sfumature diverse a seconda del momento (anni Venti od anni Trenta-Quaranta) e degli ambienti (Germania o Stati Uniti). La sua idea guida, che attraversa tutta la sua vita scientifica, appare essere piuttosto il continuo, come quello sfondo indifferenziato originato dall’intuizione e capace di giustificare sia i numeri reali della matematica che lo spazio-tempo della fisica. Tale continuo non è mai stato raggiunto dalle strutture finite e «discrete» poste dai formalisti a fondamento delle matematiche, mentre lo si ritrova facilmente nella relatività generale di Einstein e nella concezione ondulatoria per i quanti di Schrödinger. Tanto che, sul finire degli anni Settanta, notavo lo schieramento formato da Einstein, Schrödinger, Weyl, Felix Klein opporsi alle concezioni «discrete» in fisica ed in matematica difese dai vari Bohr, Heisenberg, Dirac ed Hilbert.27

Sarebbe fare un grave torto ad Husserl, l’azione di accostarlo a Spengler. Molte caratteristiche del primo non sono compatibili col secondo: quali una solida conoscenza delle matematiche o le radici kantiane. Husserl partecipava a quell’ambiente unico di Gottinga dove era alla facoltà di filosofia che (fino al 1922) si laureavano anche i futuri specialisti in matematica e fisica. Abbiamo su di lui persino una testimonianza positiva di Hilbert, difficilmente sospettabile di «irrazionalismo». Tuttavia, il peso determinante che il filosofo della fenomenologia assegnava all’intuizione del soggetto nel processo della conoscenza ed il ruolo ricoperto dalla coscienza del tempo non consentono di metterlo tra i neopositivisti né di Vienna, né di Berlino. Come mostra la sua corrispondenza con Weyl, Husserl resta il filosofo che meglio ha compreso il momento di evoluzione attraversato dalle scienze nella sua epoca. Quello che Kant era stato per lo spazio assoluto di Newton, Husserl rappresentava ora per lo spazio-tempo relativo di Einstein.28

I manuali di fisica riportano la meccanica quantistica ortodossa, quelli di matematica in genere seguono il formalismo di Hilbert. Del mondo è prevalente un’immagine digitale, più che quella continua. Einstein è rimasto soltanto «un vecchio fossile», come amava definirsi, la filosofia di Brouwer un piccolo sottocapitolo di logica matematica. Forman mostra che la vittoria dei primi sui secondi era dovuta all’ambiente. Anche i secondi erano capaci di risolvere i problemi di fisica e di matematica come i primi, ma le loro soluzioni non si sono dimostrate adatte a quella nuova comunità scientifica che stava nascendo allora. Appariva più facile ottenere un maggior numero di risultati matematici attraverso il formalismo che con l’intuizionismo, più facile sviluppare la fisica quantistica che la relatività generale. Recentemente il computer ha addirittura modificato i criteri della dimostrazione in matematica e gli standard sperimentali in fisica.29

Tuttavia gli eretici non sono affatto scomparsi, né sono del tutto silenti. Il confronto, pur se con toni meno drammatici, prosegue, cambiando la terminologia, rimescolando le posizioni, rimettendo nozioni antiche accanto a nuove: catastrofi, caos, complessità.30 A sorpresa, il fiume carsico che si era ingrottato potrebbe riemergere.

 

 

 

Vent ‘anni dopo

 

Questa è la seconda postfazione che scrivo per i saggi di Forman, la prima risale al 1979. Quella è rimasta però soltanto tra i quaderni dell’Istituto di matematica dell’Università di Lecce.31 Negli anni Settanta, Forman veniva letto soprattutto all’interno delle accese polemiche tra Karl Popper, Imre Lakatos, Thomas Kuhn, Paul Feyerabend, Ludovico Geymonat, Lucio Colletti, Paolo Rossi, Marcello Cini ed i loro seguaci più giovani come Giulio Giorello, Enrico Bellone, Silvano Tagliagambe, Michelangelo De Maria, Angelo Baracca, Silvio Bergia, Elisabetta Donini, Arcangelo Rossi, Gianni Battimelli ed altri. Più spesso, il saggio su Weimar veniva usato come l’esempio migliore per sostenere una tesi polemica a favore delle influenze sociali sulla ricerca scientifica. I sostenitori di una razionalità scientifica astratta e chiusa in se stessa, i paladini del progresso lo bollavano invece con disprezzo come una tesi «esternalista». Esso diventava il cavallo da battaglia di quei giovani laureati in fisica che avevano appena studiato la meccanica quantistica e si stavano affacciando al mondo della ricerca teorica. Costoro partecipavano anche ai movimenti politici più radicali degli anni Sessanta ed avrebbero desiderato rimettere in discussione persino le scienze stesse. Per loro (per noi), le scienze non potevano (non possono) restare indifferenti ed intoccate, neutrali si diceva, quando la società tutta si trasforma, come durante la Rivoluzione francese o la Rivoluzione d’ottobre. Così Forman veniva coinvolto e si legava soprattutto al gruppo costituitosi intorno a Marcello Cini ed espresso con successo da L’ape e l’architetto.32 Tuttavia il dibattito si svolgeva in prevalenza attorno ai massimi principî, tra i quali tenevano banco da una parte il marxismo (o Karl Marx) e dall’altra la razionalità, il progresso. Mancando largamente all’epoca gli studi storici relativi, sembrava più che altro una contesa tra filosofi più o meno professionali. Il rinnovamento e lo sviluppo delle ricerche in storia della fisica, delle matematiche e delle scienze sarebbero venuti in genere dopo. È su di essi che anche Forman avrebbe lasciato le tracce migliori.

Succedeva di sovente che qualcuno lanciasse l’accusa di essere contro la scienza (di rifare il processo a .;Galileo) a coloro che osassero indagarne i meccanismi o sollevare obiezioni e preferenze. Nessuno si sognerebbe di escludere la critica dalla musica. Invece è curioso che criticare le scienze sia considerato in genere sconveniente. Sarebbe una specie di sacrilegio. Anche il saggio di Forman è stato giudicato tale. Alcuni rappresentanti di primo piano dell’establishment scientifico italiano come Edoardo Amaldi e Luigi Radicati ricordo che si fossero espressi su di esso in modo negativo. La categoria preferisce gli storici come P. P. Ewald, che si limitano a fare apologie sulle scoperte ed i loro autori.

Forman ha dovuto provare gli attacchi anche di alcuni sociologi delle scienze. P. Kraft & P. Kroes trovano la sua metodologia debole, la tesi del saggio su Weimar non dimostrata ed infine le fonti scelte con pregiudizio.33 Quando costoro rilevano che Forman trascura troppo il contrasto tra teorie quantistiche «discrete» e quelle «continue», hanno ragione. Fanno altrettanto bene a rilevare il paradosso tra lo sfavore sopportato dai fisici di Weimar e l’alto sostegno finanziario goduto. Ma non si accorgono che la contraddizione sta nel contesto, non nell’argomento di Forman, e nel contesto può essere risolta come ho fatto sopra. Più velenosa è l’insinuazione di aver trascurato elementi che non si accordano con la tesi sostenuta. Pauli aveva scritto a Bohr il 2 ottobre del 1924 che «moltissimi altri fisici, forse persino i maggiori» rifiutavano la concezione espressa nel lavoro fatto dal fisico insieme a Kramers e Slater. Ne concludono Kraft e Kroes che «chiaramente una fisica acausale non era ben accolta dai fisici tedeschi come pretende Forman». In quel lavoro, Bohr rinunciava addirittura alla conservazione dell’energia; ma anche prendendolo per uno acausale, il suo rifiuto basterebbe da solo ad invalidare tutto l’impianto argomentativo di Forman? Perfino le teorie fisiche sopportano allegramente, difese da cinture protettive come ammette perfino Lakatos, le loro brave anomalie. Figurarsi se non potessimo esibire dati contrari per ogni argomento di storia. Ma Kroes lo considerano tale o non piuttosto un saggio di sociologia delle scienze? Infatti lo imprigionano subito nella solita mortale gabbia: «il contenuto e/o il metodo della conoscenza scientifica è determinato da fattori esterni». Dipinto su Forman un simile modello causale, rigido e deterministico (non è ironico?), i due sociologi naturalmente lo rigettano indicando come l’atteggiamento verso la causalità «fosse innanzitutto una reazione ai problemi presenti nella disciplina». Ed accusano Forman di non aver tenuto conto del dibattito tra i fisici. La qual cosa è palesemente falsa poiché il nostro storico aveva studiato prima l’effetto Zeeman anomalo, i doppietti negli spettri degli atomi, la diffrazione dei raggi X e l’equazione di Schrödinger. I lavori sociologici sono tutti successivi a questi.

 

Il saggio su Weimar è talmente ricco, articolato e complesso da non poter venir considerato come uno deciso a ridurre la nostra storia a qualche fattore, esterno od interno che sia. Casomai esso cerca le spiegazioni immergendola nel contesto. Allora la distinzione tra «interno» ed «esterno» perde significato se riferita all’impresa scientifica nel momento del suo svolgersi. Va lasciata agli storici ed ai sociologi «internisti», quelli che lavorano in realtà nel contesto della giustificazione e trascurano quello della scoperta, i quali sono gli unici che ci credono per fede e la postulano senza potercela mostrare mai. E non sarà che in fondo la nostra coppia Kraft e Kroes sia rimasta turbata dall’aver uno storico come Forman invaso il territorio sociologico senza chiedere permesso e senza uniformarsi alle regole della loro disciplina?

Nonostante la capacità di irritare le persone dell’establishment, nel clima politico e culturale in particolare movimento degli anni Settanta, l’editore Einaudi accettava di pubblicare i saggi di Forman con tanto di contratto firmato. Il consiglio editoriale approvava la proposta nel 1976. Essi sarebbero dovuti uscire più di vent’anni fa, molto tempestivamente rispetto agli originali e nel momento adatto del rinnovamento negli studi storici sulle scienze. Di questo, ricordo bene chi dovrei ringraziare: Luca Baranelli e Francesco Ciafaloni, il compianto Massimo Mila ed il prof. Carlo Augusto Viano. Tuttavia, anno dopo anno, il libro non è mai stato pubblicato. Perché? Certo parte della responsabilità sarà dovuta ai miei giovanili furori, a qualche pretesa eccessiva, all’inesperienza. Il resto rimane oscuro e solo sospettabile, mentre si pubblicavano i vari Kuhn, Popper, Lakatos e persino Feyerabend.

Tante maggiori lodi e ringraziamenti vadano allora a Marino Badiale ed all’editore CRT che ne hanno reso finalmente possibile la stampa, pur se in forma ridotta rispetto al progetto originario.

Dell’antica postfazione del 1979 do soltanto il sommario e le epigrafi. Giudichi da sé il lettore se restano appropriate e le valuti comunque come memorie di altri tempi.

 

Tito M. Tonietti

 

Aprile 2002

 

 

 

1 Dipartimento di matematica – Università di Pisa. tonietti@dm.unipi.it.

2 Tito Tonietti, “La meccanica quantistica nel contesto matematico: cambiamenti di punti di vista e qualche aspetto istituzionale”, in Fisica & Società negli anni ‘20, Clup-Clued, Milano 1980, 35-91.

3  Tito Tonietti, “Il dibattito sui fondamenti della meccanica quantistica”, Sapere, 788, (gennaio 1976), 19-26; “Teoremi e tecnoremi”, Sapere, 850, (ottobre 1982), 22-33; “Hermann Weyl e la meccanica quantistica”, in Atti del 3° Congresso nazionale di storia della fisica, F. Bevilacqua e A. Russo (cur.), Centro Stampa Facoltà di Ingegneria, Palermo 1983, 513-524.

4 Thomas Mann, “Über die Lehre Spenglers”, Allgemeine Zeitung, Monaco 9 marzo 1924; tr. it. “Sopra la dottrina di Spengler” in Scritti minori, Mondadori, Milano 1958, 721-722.

5 Tito Tonietti, “A Research Proposal to Study the Formalist and Intuitionist Mathematicians of the Weimar Republic”, Historia Mathematica, 9, (1982), 61-64; “Le due tappe del formalismo di Hilbert e la controversia con Brouwer”, in Atti del Convegno internazionale di storia della logica, Editrice Clueb, Bologna 1983, 375-379; “Quattro lettere di E. Husserl ad H. Weyl: l’influenza del pensiero fenomenologico sulla crisi delle scienze matematiche”, in E. Husserl - La crisi delle scienze europee e la responsabilità storica dell’Europa, M. Signore (cur.), F. Angeli, Milano 1985, 89-98. Trad. portoghese, Analise, 1, 2, (1984), 5-20; “Editor’s commentary”, all’inedito di H. Weyl “Axiomatic Versus Constructive Procedures in Mathematics”, The Mathematical Intelligencer, 7, 4, (1985), 10-17 e 38; “È intuitiva l’intuizione?”, Rendiconti della Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL, serie V, IX, p. II (1985), Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1986, 413-421, “Four letters of E. Husserl to Hermann Weyl and their context”, in Exact Sciences and Their Philosophical Foundations, W. Deppert, et al. (eds.), Peter Lang, Frankfurt am Main 1988, 343-384; “Continuum’s Continuous Conflicts”, Proceedings Conference on Foundations of Mathematics and Physics-Perugia 1989, U. Bartocci, et al. (eds.), Benjamin Wesley Publ., Blumberg 1990, 271-288; Dirk van Dalen, Mystic, Geometer, and Intuitionist, Claredon Press, Oxford 1999.

6 David Landes, The Unbound Prometheus, Cambridge University Press, London 1969; tr. it. Prometeo liberato, Einaudi, Torino 1978; Tito .Tonietti, “Politica scientifica e Rationalisierung nella Germania di Weimar”, in La ristrutturazione delle scienze tra le due guerre mondiali, vol. I L’Europa, La Goliardica, Roma 1985, 131-147.

7 Tito Tonietti, citati note 2 e 6; Elisabetta Donini, Il caso dei quanti, Clup-Clued, Milano 1982.

8 Max Jammer, The Conceptual Development of Quantum Mechanics, McGraw-Hill, New York 1966.

9 Thomas S. Kuhn, Black-Body Theory and the Quantum Discontinuity 1894-1912, Clarendon Press, Oxford 1978; tr. it. Alle origini della fisica contemporanea. La teoria del corpo nero e la discontinuità quantica, Il Mulino, Bologna 1981. La migliore trattazione in italiano resta quella di Elisabetta Donini citata alla nota 7 dove si trova anche una bibliografia esauriente fino al 1980.

10 Imre Lakatos, Philosophical Papers, Cambridge U. P., Cambridge 1978; tr. it. parziale in Dimostrazioni e confutazioni, Feltrinelli, Milano 1979; Tito Tonietti, “La matematica è una opinione?”, parte I, Testi & Contesti, 6, (1982), 7-35; parte Il, Testi & Contesti, 7, (1982), 65-86.

11 In Appendice si leggono i titoli di tutti i suoi lavori, con una presentazione scritta da Forman degli altri articoli dedicati agli avvenimenti scientifici di Weimar.

12 Hermann Weyl, Space-Time-Matter, Dover, New York 1952; Paul Forman citato in Appendice; Tito Tonietti, citati note 3 e 5; Paolo Bernardini & Elisabetta Donini, “Perché fu Einstein il tramite tra de Broglie e Schrödinger?”, in La ristrutturazione delle scienze tra le due guerre mondiali, Gianni Battimelli, Michelangelo De Maria, Arcangelo Rossi cur., vol. I L’Europa, La Goliardica, Roma 1985.

13 Paul Forman citato in Appendice; tr. it. “L’appoggio economico ai fisici tedeschi durante la Repubblica di Weimar e lo spettro delle loro posizioni politiche”, in Fisica & Società negli anni ‘20, Clup-Clued, Milano 1980, 278-308.

14  Tito Tonietti citato nota 6.

15  Questo libro, p. 61 nota 17.

16 Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, Einaudi, Torino 1975.

17 Erasmo Recami, Il caso Majorana, Mondadori, Milano 1987.

18 Questo libro, pp. 66-67.

19 Johannes Kepler, Die Zusammenklänge der Welten, Otto J. Brijk Her., Jena 1918; Harmonices Mundi Libri V, 1619 Linz, Johannes Plank; rist. Forni, Bologna 1969; ritradotto Welt-Harmonik, Max Caspar Her., 1939 München, rist. Oldenbourg Verlag, München 1990; tr. inglese The Harmony of the World, Aiton E. J., Duncan A. M., Field J. V. eds., American Philosophical Society, Philadelphia 1997.

20 Tito Tonietti, Nuvole in silenzio, non pubblicato, cap. 30.

21 Questo libro, p. 92.

22 Questo libro, p. 75 nota 41.

23 Tito Tonietti citato, nota 20, cap. 49.

24 Questo libro, p. 99 nota 32.

25 Tito Tonietti, citati note 2 e 5.

26  Tito Tonietti, “Ma dov’è finito?”, in Epistemologia della matematica, F. Speranza (cur.), Progetto CNR Tecnologie e Innovazioni Didattiche, q. 10 (1992), 159-166.

27 Tito Tonietti, citato nota 2; “Tra Felix Klein e David Hilbert”, in Epistemologia della matematica, Speranza (cur.), Progetto CNR Tecnologie e Innovazioni Didattiche, q. 10 (1992), 287-298; “Aritmetica e Arithmetisierung: Felix Klein e Hermann Minkowski”, in Epistemologia della matematica, M. Ferrari e F. Speranza (cur.), Progetto CNR Tecnologie e Innovazioni Didattiche, q. 14 (1994), 189-214; “Via in gioco”, Nuova Civiltà delle Macchine, XIII (1995), 1-2, 38-41; “Amalie Emmy Noether e l’invenzione della matematica moderna”, in Donne e Matematica, http://matematica.unibocconi.it, novembre 2000.

28 Tito Tonietti, citato nota 5.

29 Tito Tonietti, citato nota 3 e “Capricci di mare e calcoli di sabbia”, progetto AMELA, Paris 1986-1987.

30 Tito Tonietti, “La pianta della geometria”, Quaderno 777 Dipartimento di Matematica Università di Pisa, (dicembre 1993); Catastrofi. Il preludio alla complessità, Dedalo, Bari 2002; “Tra armonia e conflitto: da Kepler a Kauffman”, in La matematizzazione della biologia, Quattro venti, Urbino 1999, 213-228; “Towards a History of Complexity. A Comparison Between Europe and China”, in Determinism, Olism, and Complexity, P. Cerrai, C. Pellegrini (eds.), Kluwer, New York, in corso di pubblicazione.

31 Tito Tonietti, “Dal caso ‘Weimar’ di Paul Forman ad un modello ‘integrale’ di storia delle scienze”, Quaderni dell’Istituto di matematica, Università di Lecce, Q. 1, 1979.

32 Marcello Cini, Giovanni Ciccotti, Michelangelo De Maria, Elisabetta Donini, Giovanni Jona-Lasinio, L’ape e l’architetto, Feltrinelli, Milano 1976.

33 P. Kraft & P. Kroes, “Adaptation of Scientific Knowledge to an Intellectual Environment. Paul Forman’s ‘Weimar Culture, Causality, and Quantum Theory, 1918-1927’: Analysis and Criticism”, Centaurus, 27, 1984, 76-99.

 

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